1

Artefatti. “Notti e nebbie” dell’animo umano al tempo della Rsi

Pubblicato il 29 Dicembre 2016 da Donato Novellini
Categorie : Artefatti

nenMisconosciuto piccolo capolavoro del 1984, lo sceneggiato RAI Notti e nebbie diretto da Marco Tullio Giordana, resta a tutt’oggi un raro esempio di estro cinematografico prestato al piccolo schermo. Oggetto di culto a causa di una reperibilità difficoltosa (talvolta compare in streaming o su YouTube, salvo poi sparire nelle “nebbie” del web), il film riprende piuttosto fedelmente l’omonimo romanzo di Carlo Castellaneta, del 1975. Le vicende narrate sono ambientate a Milano, tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945, quindi nell’ultima drammatica fase della Repubblica Sociale Italiana, in un livido clima di sospetti e odio a stento trattenuti prima del tracollo. Tedeschi grossolani e prepotenti – as usual – partigiani complottanti e lievitanti di numero col passare del tempo, fascisti ingenui e ligi al dovere patriottico, perversi aristocratici in vena di Ragnarǫk e cocaina – la banda Koch e la Villa Triste – puttane e bordelli, arredi e abiti dell’alta società raffinatissimi nonostante l’austerità, finezze come non ce ne sono più. Proprio l’aspetto scenografico, curato nei minimi dettagli, ci restituisce una città delle ultime cose perdute: le proletarie case di ringhiera e le osterie dove il popolo attende borbottante la fine del conflitto, gli androni mastodontici e marmorei dei palazzi di potere, gli eleganti appartamenti della borghesia, le periferie ancora agricole e brumose, i lussuriosi casini dal gusto esotico, quasi ottocentesco. Durante la breve esperienza della R.S.I. l’orologio del tempo storico pare retrocedere, le tracce della modernizzazione del regime si sciolgono in un postribolo di leziose decadenze. Verosimiglianza confermata da minuzie, come le vetrate liberty assicurate dall’adesivo per timore degli effetti dei bombardamenti, le sfilate di moda tra palme e piume di struzzo in un clima surreale di lusso e indolenza, le toilette ancora mondane delle femmine, muri scrostati sui quali spiccano i manifesti “neo-risorgimentali” di Boccasile, pistole, soprabiti e baveri alzati da gangster-noir, sigarette autarchiche. Tutta l’eccitazione effimera ed angosciosa dei titoli di coda.

Al centro della torbida vicenda c’è l’ispettore di polizia Bruno Spada, straordinariamente interpretato da Umberto Orsini. Personaggio spiccio, solitario ed introverso, brusco, misogino, svolge le mansioni assegnategli dal prefetto con rara equidistanza: tra la repressione bruta e l’untuoso accomodamento, egli sceglie la durezza del funzionario fedele allo Stato. Spada però non indossa il nuovo distintivo – giunto beffardamente all’epilogo della Repubblica – col quale i suoi ingenui sottoposti si baloccano poco prima dell’abiura collettiva; il profilo del protagonista non è infatti tagliato con l’accetta, secondo lo stereotipo dell’anti-eroe, del buono tra i cattivi, del traditore per giusta causa. Tutt’altro, egli conserva il prestigio di personaggio principale, proprio a discapito del suo tornaconto e delle bassezze della fauna circostante. Si tratta di un tipo umano raro, indisponente e ruvido, non dissimile da quanto tratteggiato da Pierre Drieu La Rochelle in Diario di un uomo tradito e ne L’uomo coperto di donne. Donne, per altro assai diverse; ambigue come l’amante doppiogiochista Magda (interpretata magistralmente da Eleonora Giorgi), ingenue come la prostituta Noemi (Laura Morante, giovanissima), contraddittorie come la benestante borghese Lucia (che compenserà l’impotenza del marito con l’irruenza del manesco commissario, pur di avere un figlio). In secondo piano la rassegnata figura della moglie, lontana e silenziosa, intenta a proteggere le piccole figlie dalla prevedibile ed imminente vendetta. Fottersene delle conseguenze, insomma, ma restando al proprio posto, ben vestiti quanto disillusi.

 

Com’è noto, ciò che permette all’arte di emanciparsi dall’artigianato è la componente ambigua, quel qualcosa che non torna e che ci lascia affascinati per mancanza di immediata catalogazione. Sappiamo veramente tutto del bene e del male, del volto che ci para innanzi? Amico o nemico? Buono o cattivo? L’arte trapassa difatti la morale. Così del personaggio interpretato da Orsini, gelido e testardo, ma sorretto da un inflessibile ed in fondo romantico senso dell’onore. Orgoglio di un fascista ad oltranza o compiacimento estetizzante di un narcisista? Quando giunge il momento di separarsi dalla famiglia, diretta lontano dai pericoli del capoluogo lombardo, Bruno Spada, rifuggendo il salvacondotto, insiste per far caricare sul carretto del trasloco un cavallo a dondolo in legno. Gesto apparentemente secondario, ma anche testimonianza malinconica di un fondo d’innocenza, dietro l’asprezza della maschera pubblica. Candore ben nascosto, del quale è invece privo un vecchio amico del commissario, l’ex compagno di classe, il dissoluto conte Casella. Personaggio pasoliniano, pare uscito da Salò o delle 120 giornate di Sodoma per il  profilo sadico, perverso, irredimibile. Troverà la morte, per mano partigiana, dinnanzi a quel villino art-decò degli orrori, sulla porta di quel budoir wagneriano dove il sadismo delle torture divenne vergogna e gotica maledizione. Al capo opposto l’assistente del commissario, lo sprovveduto Bonetti; veneto, giovane padre di famiglia, nella sceneggiatura di Notti e nebbie rappresenta l’animo semplice e devoto del fascista inconsapevole, lì all’inferno solo per senso del dovere. Bonetti, privo di tormenti interiori, si farà trovare il 25 Aprile, nel fuggifuggi generale, puntuale in commissariato, con tanto di spilla al bavero. Bruno Spada dovrà puntargli una pistola, per costringerlo ad accettare documenti falsi e scappare, per salvare la pelle dalla giustizia sommaria già in atto in città. Carte che bruciano, trattative in extremis, insubordinazione disperata, ultime raffiche primaverili prima dell’epilogo: la Repubblica Sociale Italiana se ne va, cala il sipario in favore di nuovi protagonisti o presunti tali.

nen-2Il film riserva diversi passaggi di pura poesia maledetta, spesso riscontrabili in particolari momenti d’introspezione, nelle musiche decadenti, nel generale quadro estetico indubbiamente riconducibile al codice espressivo degli anni ’80 del secolo scorso, quelli della moda e del disimpegno politico, quelli della forma a discapito della sostanza. Volendo chiudere con una scena emblematica, preludio di un destino volutamente tragico, optiamo per l’ultima sfilata delle Camicie Nere, girata sapientemente dietro al Duomo: mentre uno sparuto e disordinato gruppo di irriducibili marcia intonando Le donne non ci vogliono più bene, si notano timidi saluti romani dei pochi presenti, ma soprattutto lo sputo a terra di un vecchio ciabattino. L’ispettore Bruno Spada lo costringe brutalmente a chinarsi per asciugare lo scaracchio, suscitando la riprovazione degli astanti e di un bonario vigile urbano, accorso per soccorrere l’anziano malmenato. Ecco cos’è la parte sbagliata, il coraggio di non essere buoni.

@barbadilloit

Di Donato Novellini

One Response to Artefatti. “Notti e nebbie” dell’animo umano al tempo della Rsi

  1. Opera che è anche lo specchio di un’epoca tragica della nostra Storia abbastanza recente. Bel film con ottimi interpreti, su tutti Orsini magnifico nel tratteggiare la figura tragica del funzionario fascista disincantato, ma a suo modo fedele ai suoi ideali. Finalmente una pellicola che illustra la tragedia del fascismo, vista dalla parte dei perdenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *