
Le mafie agiscono su tre direttrici: attività criminale; riciclaggio e reinvestimento dei capitali; corruzione, relazioni clientelari e uso privato della funzione pubblica. Quando concorsi, autorizzazioni, appalti o concessioni sono piegati a interessi particolari, la criminalità usa pezzi dello Stato. Nicola Gratteri insiste sul rapporto fra criminalità, politica, amministrazione, professioni e centri di potere. in questo quadro colloca anche la propria critica alle riforme della giustizia sostenute da FI e dalla maggioranza, che – a suo giudizio – riducono strumenti di indagine o aree di responsabilità dei “colletti bianchi”. Fra queste cita l’abolizione del reato di abuso d’ufficio.
Il problema non è rimpiangere una norma scritta male, né difendere qualsiasi espansione del diritto penale. L’abuso d’ufficio avrebbe potuto essere meglio precisato. Ma fra riscrivere una fattispecie, per meglio determinarla, e cancellarla c’è differenza. Nel caso esaminato dalla Corte costituzionale, sentenza n. 95 del 2025, il tentativo di alterare un concorso per 500 posti di magistrato per favorire un candidato. Dopo l’abrogazione dell’articolo 323, il Gip di Roma rilevò che condotte di favoritismo intenzionale nelle procedure concorsuali pubbliche potevano restare prive di sanzione penale. La Corte non ha annullato la riforma, ma ha parlato di “indubbi vuoti di tutela penale”.
La corruzione presuppone uno scambio, un’utilità promessa, offerta o ricevuta in rapporto all’atto del pubblico ufficiale. Ma c’è favoritismo anche senza tangente. Un amministratore può piegare una procedura, per favorire un amico, un parente o un appartenente alla propria rete personale o un esponente della cosca locale senza ricevere un euro. In assenza di altre fattispecie applicabili, una simile condotta può oggi non avere rilievo penale. Il danno alla legalità amministrativa, però, non scompare.
Nel dibattito parlamentare è stato richiamato il dato del 2021: 5.418 procedimenti per abuso d’ufficio, 4.613 archiviazioni, 9 condanne nella fase preliminare e 18 al dibattimento. Se ne è tratta la conclusione che la fattispecie fosse inutile. Ma se il numero ridotto delle condanne diventasse il criterio per stabilire quali reati debbano sopravvivere, dovremmo cancellare tutte le fattispecie statisticamente meno utilizzate: il codice penale sarebbe di poche pagine. Poche condanne possono indicare che una norma funzioni male o necessiti di una migliore tipizzazione; non indicano la sopravvenuta inesistenza del bene giuridico tutelato.
La direttiva europea 2026/1021 sulla lotta alla corruzione impone di rendere penalmente rilevanti almeno certe gravi violazioni intenzionali della legge da parte di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni. Non impone di resuscitare l’articolo 323 c.p., ma di ricostruire una tutela penale in quell’area.
L’Italia, poi, è credibile nel contrastare mafie, corruzione e riciclaggio. Partecipa a programmi di assistenza tecnica e cooperazione giudiziaria all’estero. Eliminare strumenti di tutela contro l’uso intenzionalmente distorto della funzione pubblica pone anche un problema di coerenza per una diplomazia giuridica che propone all’estero modelli di integrità, legalità e rafforzamento istituzionale.
Il tema non è la “paura della firma”. Il pubblico amministratore deve poter decidere senza temere che un errore sfoci in un procedimento penale. Ma chi usa il potere pubblico favorendo amici, parenti o clientele deve sapere che c’è un limite anche penale. Confondere i problemi fa confondere la discrezionalità amministrativa con l’arbitrio.








In un povero paese, come il nostro, dove ormai si stanno sciogliendo tanti vincoli morali e legati un tempo a quegli “strani” concetti di ONORE, RESPONSABILITA’, DOVERE, interviene “opportunamente” la Spolitica a spianare loro la strada nei possibili traffici legati alla tanto agognata e “produttiva” poltrona.
E non vorrei che proprio le votazioni suppletive di Reggio Calabria ce ne forniscano già una buona prova: un terreno molto particolare, moralmente inquinato come il resto del paese, che fatica parecchio a ritrovare la sua strada. L’assenteismo riconferma la norma anche se in uno scorcio, l’ 11% di Vannacci sembra un discreto e “preoccupante” segnale per i tanti padroni del vapore.
Lascio ai soloni dei sondaggi ogni più “autorevole” giudizio.