
«L’estate era appena iniziata quando sono andato a cercare le fate sulla costa atlantica. Non credo che esistano. Non ci sono ragazze libellule che svolazzano in tutù sopra le fontane. Il mondo si è svuotato di queste presenze. Nel XII secolo gli uomini camminavano in mezzo a visioni. Un pallido belga, Maeterlinck, aveva detto: “Sono strani gli uomini… Da quando le fate sono morte non vedono più niente e neanche se ne accorgono”. La parola fata significa un’altra cosa. È una qualità del reale rivelata da una disposizione dello sguardo. È un modo di percepire il mondo e di scorgervi il miracolo.»
In barca a vela con le fate è l’ultima fatica letteraria di Sylvain Tesson pubblicata in Italia per i tipi della Sellerio. Dopo l’ultima visita del viaggiatore e scrittore francese sul suolo nostrano a Giardini Naxos, in occasione del penultimo festival “Naxoslegge”, ecco che il parigino ritorna nel Belpaese seguitando l’altro caso editoriale pubblicato da Piano B, ovvero L’asse del lupo. Sebbene quest’ultimo abbia visto Sylvain impegnato in una vera e propria odissea tra la Russia dei gulag, la Mongolia steppica e le alture dell’oriente indiano; In barca a vela con le fate rivela al lettore un altro spicchio di anima del francese, il quale si è “immerso” nel mondo celtico delle coste bretoni, scozzesi e irlandesi in un viaggio a metà tra il tellurico e il talassico, col fulcro rappresentato da una barca a vela moderna e il suo spirito di viaggio sempre indomito.
L’itinerario nasce da una cernita di libri che Sylvain, com’è solito fare, s’è portato appresso in questa ennesima avventura: v’è Bachelard con La terra e le forze, Céline col suo Viaggio, Victor Hugo e il celebre L’uomo che ride, nonché Jean Markale con i suoi studi sui celti contenuti in I celti: mito e storia. Poi, dulcis in fundo, I romanzi cortesi di Chrétien de Troyes, ovvero il più grande scrittore sul Graal. Guai a definirlo un romanziere. Insomma, le armi di Sylvain sono sempre ben affilate, specialmente se il tratto d’acqua costiero deve essere affrontato di corsa perché la sfida con le condizioni climatiche è la conditio sine qua non di ogni viaggiatore che si rispetti.
È un Tesson allo stato puro che riesce a captare l’emergere del meraviglioso quello che leggiamo in queste 184 pagine agilissime, le quali sono scandite da piccoli capitoli – appena 2 o 3 pagine ciascuno – che ci fanno percepire la brevità del tempo a disposizione di Sylvain per redigere i suoi pensieri con l’inchiostro sul suo taccuino magico. Tuttavia, guai a parlargli del tempo in quanto convenzione umana, poiché le sue avventure non tengono conto alcuno dello scoccare delle lancette, bensì esse possono definirsi davvero compiute nel momento in cui egli ha raggiunto la pienezza dello spirito.
Forse, perché col parigino non è mai semplice trovare una certezza, In barca a vela con le fate è il viaggio più pacifico mai compiuto da Sylvain. Pacifico perché, nonostante le distanze percorse a piedi e a bordo di questa barca a vela «bianca e azzurra» che rappresentano «i colori della noia», in nessun’altra epopea egli è riuscito nell’intento di scrivere così rapidamente e così meravigliosamente rispetto a, per esempio, Berezina o I sentieri neri. Lì v’era stata la possibilità di potersi riparare per ore durante la notte, di poter ragionare su una parola o su una frase. Qui no. Il mare impedisce all’uomo di soffermarsi troppo sul qui e ora e Tesson ha dimostrato, ancora una volta, che con la penna ci sa fare. Non per ferire, sia chiaro, ma per risanare un solco fin troppo profondo tra la realtà quotidiana e il magico che, si spera, ci circondi ancora.
Sylvain Tesson, In barca a vela con le fate, Palermo, Sellerio, 2026, pp. 187, 16 euro






bella recensione, un libro da leggere!