
L’immigrato di oggi è l’emigrato di ieri: quello con le valigie di cartone, in arrivo dai treni della speranza. Col vento in poppa della riconferma al governo, Fratelli d’Italia, con un decreto chiede il tetto agli alunni stranieri a scuola e lo stop al velo ed è come se Almirante, ai suoi tempi, da leader della Destra, avesse auspicato severissime limitazioni agli emigrati per raccogliere consenso tra gli impauriti cittadini settentrionali.
Era pur sempre un’Italia, quella di ieri, che al Nord affiggeva i cartelli “non si affitta ai meridionali”. Fermare lo straniero – nelle città dell’industria – era solo e soltanto il tenere alla larga i terroni e basta dare uno sguardo ai documentari dell’Istituto Luce per avere idea di quale fosse l’accoglienza riservata ai treni in arrivo dal Sud nelle stazioni di Milano e di Torino. E quale era – questo è – l’accoglienza data agli studenti nella scuola dell’obbligo. Non parlavano la lingua dei sussidiari le bambine e i bambini del Sud. E avevano, da figli delle loro terre remote, usi non urbani. I loro genitori – scappati dalla fame – seminavano gli ortaggi nelle vasche da bagno. E avevano costumi inconciliabili con la “civiltà del Continente”. Per le donne era tutto un tenere gli occhi bassi, restarsene chiuse in cucina e un “Concettina, componiti!”.
È sempre una legittima paura quella della brava gente verso la povera gente ma ci pensava poi la Chiesa – misericordiosa – ad accudire sotto l’unico tetto possibile, quello di lamiera delle baracche, la massa di braccianti e le loro donne con la mantella chiusa sul volto.
Agli occhi dei continentali, quelle madri e quelle figlie scappate dalla fame delle loro contrade arse per ritrovarsi nella nebbia ai piedi della Madonnina, provocavano lo stesso brivido del chador oggi. Tutte coperte e molte, tra loro – come nel film di Monica Vitti, lo ricorderete – “ragazze con la pistola”.
Ma gli è che – in coerenza col decreto, con la certezza di vincere le prossime elezioni – i patrioti oggi dovrebbero togliere il velo alle donne dei dipinti di Antonello da Messina, proibire l’ostentazione del velo alle Madonne in processione nel Sud del Sud dei Santi e scorciare, infine, le gonne secondo le misure indicate dal pur alleato Antonio Tajani.
Serve sempre riavvolgere il nastro del cinegiornale degli anni ’50, ’60 e ’70 del nostro orizzonte sociale e così scoprire che oltre alla sussidiarietà offerta dai salesiani, alla carità elargita dai frati francescani e al piatto del povero sempre pronto in parrocchia, a prestare soccorso c’erano anche i sindacati che avevano già trasformato i contadini sfuggiti alla miseria nei tanti Mimì Metallurgico.

È sempre un mancare l’appuntamento col destino quello del guadagnarsi il pane, serve assolutamente riavvolgere il nastro della memoria e scoprire che c’era una precisa missione di pacificazione – anche per superare la guerra civile e l’odio sociale – voluta da Almirante, il capo della Destra tutta legge e ordine: incaricava i parlamentari siciliani, calabresi, pugliesi, lucani e campani del Movimento sociale di andare in Piemonte, in Lombardia, in Emilia e in Liguria, ovunque ci fossero le comunità di emigrati, affinché il tricolore di chi si guadagnava il pane lontano dalla propria casa fosse ancora quello della “Grande Proletaria”, al riparo di un tetto che non fosse di discriminazione.
Tutto, dunque, poteva fare il fondatore della Destra Nazionale, fuorché imporre un tetto agli alunni del Sud nelle scuole dell’Alta Italia oppure reclamare lo stop alla coppola o al fazzolettone in testa per le ragazze arrivate a Mondovì da Valguarnera Caropepe perché, instancabile predicatore – figlio del Liceo Classico qual era – il Giorgio di allora lottava per l’idea universale d’Italia, non per quella elettorale. Avrebbe altrimenti fatto altre scelte. E il paragone si impone oggi laddove si dimostra la contraddizione o, meglio, il capovolgimento rispetto alle radici sociali e popolari un tempo definite “ideali”.
L’Italia di oggi s’è rimpicciolita nel dilagare del mondo e l’immigrato di oggi è l’emigrato di ieri. Il paragone è sociale e proletario, il lessico – si badi bene – è di Giovanni Gentile, il filosofo martire di Castelvetrano, non di Karl Marx e il compimento di dovere di Genesi e struttura della società è nella realizzazione attraverso il lavoro, per tramite dell’unico ascensore sociale – la scuola – perché chi è già alunno in un’aula non è un clandestino, ma un cittadino. Anche se incapace di parlare un corretto italiano, come capitava appunto alla stragrande maggioranza delle bambine e dei bambini figli degli emigrati – tutti cittadini, anche se terroni – abituati a parlare solo in dialetto ma pronti a imparare il riscatto. Da Valguarnera Caropepe a Mondovì. E viceversa.








Quello che sostiene Buttafuoco da un punto di vista islamico e immigrazionista è del tutto comprensibile, ma che sia giustificato o di Destra, chiamandone a testimonial la memoria di Almirante, appare assai azzardato e un po’, almeno un po’, strumentale a tesi che hanno poco a che fare con la Destra, lo Stato e la nazione (se la stessa parola non debba essere cassata in ottemperanza al lessico familiare del politicamente corretto) italiana. A parte il fatto che a sostenerle sia un accreditato esponente della cultura di Destra: a parte il riferimento all’immigrazione interna più intensa dagli anni Cinquanta alla metà dei Settanta, le ragioni per ritenere Inutile o discriminatorio il Decreto su tetto alla presenza di alunni stranieri per classe e divieto di burqa, sono le stesse sbandierate con i colori di guerra dall’opposizione.
Per ragioni di spazio, un argomento, in particolare, andrebbe focalizzato rispetto a altri: la conoscenza della lingua è lo strumento di base, ma la convivenza, cui non basta il titolo di cittadinanza, è fatta della consapevolezza che storia, cultura, tradizioni e valori del posto non sono negoziabili. Anche se gli alunni nati in Italia da genitori stranieri parlano italiano, oltre alla lingua dei genitori, è importante che non si riuniscano per aggregazioni che è probabile privilegino gii affini e portano a esclusioni, discriminazioni e non sia mai, prevaricazioni a rovescio: di cui qualche notizia giunge da Paesi a più alta concentrazione di immigrati, non solo di prima generazione.
Del resto, non lasciano dubbi i trend demografici in atto, alimentati da flussi migratori incessanti, nuovi arrivati in aggiunta ai nuovi nati, da ricongiungimenti familiari da contesti in cui il concetto di famiglia allargata è molto ampio e non sempre verificabile, cittadinanza facile che la Sinistra vorrebbe in tempi record. Gli immigrati possono fare prima a sostituirci che a integrarsi. Ne sarà felice l’islamico Buttafuoco: non è detto debba esserlo un “vecchio italiano” come me.
No, no, Buttafuoco, non provochi e non faccia paragoni troppo arditi, per favore. A parte che il centro-destra non è sicuro che vinca alle elezioni, resta il fatto che i terroni come mio padre, calabrese, andò anche lui per alcuni anni in Piemonte e in Liguria. E’ sì vero che a Torino e al nord, non affittavano ai meridionali ma mi meraviglia che lei non tenga presente il contesto temporale e la fondamentale differenza con l’ emigrazione di oggi che è in gran parte musulmana. i nostri erano italiani, cattolici, e se anche non parlavano un italiano non così corretto, di tetti non ve n’era bisogno perchè comunque capivano la lingua. Gli alunni stranieri che frequentano le nostre scuole è ovvio che non sono clandestini, non si capisce che cosa c’ entri. Quanto al velo tipico delle nostre donne meridionali, non aveva il significato che ha nell’ Islam, lei lo sa bene e comunque non si coprivano il viso. Se a lei sta bene il burqua, libero di pensarlo. Certo vedere delle donne col volto coperto o con solo gli occhi scoperti, fa un pò specie. Sono delle divinità?