
Paul Widmer (1949), diplomatico svizzero dal 1979 al 2014, ha prestato servizio negli Stati Uniti, in Germania, Croazia, Giordania, al Parlamento dell’Ue e in Vaticano. Insegna all’Università di San Gallo.
Signor Paul Widmer, all’estero come è presa la neutralità svizzera?
“Finché sono stato in diplomazia, cioè fino al 2014, la neutralità svizzera era molto apprezzata”.
Questo atteggiamento è poi cambiato?
“Sì, specie in ambito Ue, ma anche in Svizzera. Sono sviluppi che mi preoccupano. La neutralità è un pilastro centrale della nostra democrazia, un sistema di governo concepito per delegare al cittadino ogni decisione possibile. Si inizia dal principio di collegialità: non vogliamo lasciare ai singoli un’eccessiva concentrazione di potere. A ciò si uniscono la democrazia diretta, sintesi dei diritti del popolo; il federalismo, con la costruzione del potere dal basso; e la neutralità, che limita il potere verso l’esterno”.
“Ha ragione. Ma è nell’essenza della neutralità perenne limitare il potere del governo. Chi dichiara la neutralità perenne, si impegna a non iniziare guerre e a non sostenere una parte in guerra. Innalza barriere in politica estera per essere utile alla causa della pace”.
Ma la Svizzera lo fa ancora. E’ criticata per non aver dato armi all’Ucraina e aver impedito di farlo ad altri Paesi.
“Negli ultimi tempi la Svizzera ha perso prestigio, oltre che tra i nostri vicini, un po’ ovunque. Quando la Svizzera ha imposto sanzioni alla Russia, dopo il suo attacco, le reazioni sono state eloquenti. Il presidente americano Biden e quello russo Putin non hanno più ritenuto neutrale la Svizzera. Se su questo punto i due antagonisti principali concordano, qualcosa non va”.
“Sì, la Svizzera ha sterzato dalla politica tenuta dopo l’annessione della Crimea nel 2014. All’epoca non si era associata alle sanzioni, ma decise che il nostro Paese non avrebbe tollerato manovre elusive. Ciò è normale”.
Mi spieghi.
“La Svizzera può continuare nella stessa misura affari conclusi prima delle sanzioni. Per esempio, se forniva macchinari alla Russia per 50 milioni di franchi, può continuare a farlo, ma non per un franco di più. Il governo fermerebbe transazioni superiori. Questa sarebbe un’alternativa onorevole. Ma occorre coraggio. Sul Consiglio Federale le pressioni interne ed esterne sono state enormi. Una neutralità credibile esige grande fermezza”.
Lei ha scritto che le grandi potenze devono accettare la neutralità svizzera. Ma la pressione degli Usa e di altri Stati occidentali è stata grande.
“Le grandi potenze non amano i neutrali. Vogliono seguaci, quindi preferiscono sistemi di sicurezza collettivi.
Non è una novità. Durante la Grande Guerra il presidente americano Woodrow Wilson si vedeva capo dei neutrali finché anche gli Usa lo erano. Dopo aver dichiarato guerra, per l’attacco di un sommergibile tedesco, disse che la neutralità non era più possibile. Nella storia ciò si è ripetuto spesso. La Svizzera ha dovuto in molti modi resistere a pressioni massicce”.
La Svizzera aveva già aderito alle sanzioni dell’Ue. Come mai questa reazione, ora?
“La Svizzera ha inanellato scelte infelici, prima accettando tutte le sanzioni dell’Ue, poi il consigliere Ignazio Cassis ha adottato una politica discutibile riguardo all’Ucraina!”.
Cioè?
“Fraternizzare col presidente ucraino Zelensky alla conferenza sul Buergenstock. La Svizzera può sempre render pubblico il suo atteggiamento verso la Russia e qualsiasi altra potenza. Ma un consigliere non può fraternizzare con una parte in conflitto. Ciò è contrario alla logica della mediazione, se, intanto, si discute pubblicamente se invitare il presidente russo. Discrezione e imparzialità sono l’Abc dei buoni servigi. Nessun capo di Stato al mondo accetta un invito discusso coram populo”.
La Svizzera voleva invitare la Russia. Mettere le parti in conflitto allo stesso tavolo è stato impossibile.
“Forse, non conosco i risvolti. Ma, se è così, non si convoca una conferenza di pace. La Svizzera deve essere guidata dal pensiero che anche questo conflitto si risolverà in via diplomatica. E la Svizzera dovrebbe offrire i suoi servigi, come sempre. Stavolta non l’ha fatto. L’esito è noto. Altri Stati mediano, ma non la Svizzera”.
La Russia è sempre più impegnata nella guerra per i suoi scopi. C’è qualcosa su cui mediare?
“Sì, ma talora le trattative sono molto lunghe. Lo si è vissuto con la guerra d’Algeria, quando la Svizzera svolse un ruolo molto importante. Se non avessimo aderito alle sanzioni contro la Russia, non saremmo soli. Metà delle grandi nazioni industriali del G-20 non vi aderiscono. Fuori dall’Ue si riconosce la necessità di mediatori neutrali. E avremmo una buona carta da giocare con l’internazionale Ginevra, mentre le goffaggini ci danneggiano”.
Tra Iran e Usa mediano altri, sebbene la Svizzera sia in contatto con ambo le parti. Non sopravvalutiamo i
buoni servigi?
“Sì. Alla Svizzera non servono buoni servigi per giustificare la sua politica estera. Ma molto presto abbiamo cercato di compensare politicamente il privilegio della neutralità appunto coi buoni servigi, sul piano umanitario e del diritto, col Comitato Internazionale della Croce Rossa e le Convenzioni di Ginevra. Si aggiunga la terza componente, caritativa, come la generosa accoglienza ai profughi ucraini”.
Se l’Ue si comportasse così prima del voto, l’indignazione sarebbe grande.
“Lo spero. Ma ci sono pressioni anche dell’Ue. Talora l’Ue si contiene, talaltra usa i grossi calibri”.
I contrari al referendum, dalla Sinistra al Partito Liberale, parlano di iniziativa Pro-Putin. Si sente chiamato in causa ?
“E’ inaccettabile bollare come agenti di Putin i fautori della neutralità forte. Sarebbe come rappresentare fautore di Mussolini il presidente federale Giuseppe Motta e chi, negli anni ’30, voleva tornare alla neutralità integrale”.
Gli avversari dicono anche che la neutralità va sempre posta in discussione. Lo condivide?
“La neutralità è composta dal diritto e dalla politica di neutralità. E’ uno strumento politico, perciò è mobile. Ma la flessibilità ha dei limiti. Altrimenti non avremmo potuto obbligarci ad essere neutrali secondo il diritto internazionale. La nostra neutralità vale solo se gli altri sanno che ci comporteremo davvero da neutrali. E riusciamo a convincerli solo con una politica estera costante e prevedibile. E a questo contribuisce l’iniziativa. Nei fatti, nei grandi conflitti la Svizzera non potrebbe più imporre sanzioni, perché il consiglio di sicurezza dell’Onu è bloccato. Evidentemente è così. L’Onu non può svolgere i suoi compiti. Perciò la nostra neutralità è giustificata. Nonostante il divieto della violenza, dalla fondazione dell’Onu abbiamo avuto centinaia di conflitti. Ogni conflitto giustifica da capo la nostra neutralità”.
“Alla Svizzera occorre un esercito forte per la neutralità permanente. Gli stranieri devono sapere che siamo pronti a difenderci da soli. Dalla fine della Guerra fredda questo si è sentito poco. Una politica estera credibile poggia su tre pilastri: esercito sempre pronto a mobilitarsi; stretta osservanza della neutralità (sarebbe fatale se agli altri Stati sembrasse che adempiamo ai nostri doveri quando fa comodo); diplomazia credibile. Una diplomazia sostenuta dal suo popolo, che comunichi agli stranieri che la Svizzera non segue gli appunti di agende segrete”.
Un esercito forte esige anche un’industria degli armamenti funzionale. Presto un referendum deciderà se potrà venire ammorbidita la legge sul materiale bellico. Che cosa ne pensa?
“Alla Svizzera serve un’industria bellica, se vuole un esercito forte. L’attuale situazione, nella quale ci siamo cacciati da soli, è infelice, dato che ha impedito al Consiglio Federale ogni possibilità di manovra in tale campo. Quindi andrebbe cancellata la decisione introdotta dal Parlamento qualche anno fa. Il diritto della neutralità non richiede la vendita di materiale bellico qui prodotto. E’ chiaro che, da Paese neutrale, non possiamo dare materiale bellico a una parte in conflitto. Ciò che fanno Stati amici, come la Germania, col materiale bellico che gli diamo, è responsabilità loro, non nostra”.
Se la Germania fornisse munizioni di produzione elvetica all’Ucraina, dalla Russia verrebbe il rimprovero che la Svizzera non è più neutrale.
“Sicuramente. Ma la nostra politica di neutralità è fatta nel nostro interesse, non per compiacere gli altri. E potremo essere orgogliosi solo di una neutralità costante e prevedibile”.





