
Neppure il tempo di interrogarsi sulla trasformazione della libertà di informazione nell’Ue ed ecco arrivare un nuovo tassello. Il 15 settembre il Parlamento europeo approva (420 voti favorevoli, 220 contrari, 26 astenuti), una relazione che chiede di rafforzare il Centro europeo per la resilienza democratica, dotandolo di “una visione, un mandato, un bilancio e una capacità di intervento chiari”.
La struttura dovrebbe coordinare gli strumenti dell’Ue già esistenti contro ingerenze straniere e disinformazione, con la partecipazione di tutti gli Stati membri e con un controllo parlamentare. La Russia è indicata come principale minaccia esterna, accanto a Bielorussia, Cina, Iran e Corea del Nord. Preso isolatamente, il provvedimento può apparire ragionevole. Il problema è la struttura che si sta costruendo intorno al concetto di difesa della democrazia.
Nel ventre della Bestia
Il Centro, operativo dal febbraio scorso, è elemento centrale dell’European Democracy Shield (scudo). La Commissione lo descrive come un luogo di coordinamento fra istituzioni dell’Ue, Stati membri e società civile per “proteggere l’integrità del dibattito pubblico” e a rafforzare la fiducia nei sistemi democratici. Il suo segretariato assicura il coordinamento operativo dei partecipanti.
Ma un conto è contrastare un attacco informatico o un finanziamento occulto da una potenza straniera. Altro è attribuire a una struttura – gravitante nell’orbita della Commissione dell’Ue – il presidio dell’”integrità del dibattito pubblico”. Integrità secondo quali criteri? Stabiliti da chi?
Dove termina la legittima repressione di un’ingerenza straniera ? Dove comincia la selezione istituzionale delle informazioni considerate affidabili, accettabili o democraticamente compatibili?
Persino il linguaggio utilizzato è singolare. Sul sito della Commissione compare una prima sessione, denominata “Training the Trainers”, tradotta pudicamente in italiano come “Formazione dei formatori”, tenutasi dal 7 all’11 settembre. Non sappiamo, dalla sola pagina pubblica, contenuti e destinatari specifici di quella formazione; ma sappiamo che essa si inserisce nell’attività di un organismo concepito per accrescere la capacità dell’Ue di risposta alle minacce rivolte allo spazio democratico.
Comunissima nei programmi di formazione, la locuzione assume qui un sapore involontariamente orwelliano, degno di 1984: si forma chi formerà altri alla “resilienza democratica”. Messa accanto alla sentenza della Corte di giustizia sulla diffusione dei contenuti di Russia Today, la novità acquista un significato più generale. Si individuano le fonti informative, che possono essere interdette; si estende il divieto anche alla loro diffusione da parte dei privati; si organizza una struttura sovranazionale, deputata a individuare e contrastare disinformazione e manipolazione.
Sapere nuoce gravemente alla salute
Considerati separatamente, questi passaggi non dimostrano l’esistenza di un sistema censorio. Considerati insieme indicano il mutamento significativo nella concezione della libertà di informazione. La vecchia democrazia liberale chiedeva soprattutto allo Stato di non decidere ciò che i cittadini dovessero pensare. La nuova “democrazia resiliente” pare attribuirgli il compito di proteggerli da informazioni, che potrebbero indurli a pensare male. Intenzione da sorvegliare.





