
C’era una volta un Senatore della Repubblica italiana ed ex Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri che decideva di mettere il suo tempo, la sua esperienza e quello che aveva imparato in una vita a disposizione di una ragazzina.
Quella ragazzina ero io.
Il Senatore Alfredo Mantica non mi ha mai insegnato delle nozioni. Mi ha insegnato uno sguardo.
Sull’Africa, sulle istituzioni, sulla politica estera, sulla storia e, soprattutto, sulle persone.
Mi ha insegnato che per capire quello che accade in un Paese bisogna sapere cosa è successo prima. Che prima di giudicare bisogna leggere, informarsi, fare domande, ascoltare.
Con lui non bastava sapere cosa stava accadendo. Bisognava capire perché.
Il Senatore mi ha insegnato ad andare in Africa. Non semplicemente a viaggiare: ad andarci davvero. A entrare nelle case e negli slum, incontrare le persone e poi, poche ore dopo, sedersi davanti a un Ministro o a un Ambasciatore portandosi dietro quello che si era appena visto.
Con lui ho viaggiato in Costa d’Avorio, Rwanda, Uganda, Kenya, Mozambico, Burundi. E poi in Libano, Siria, Giordania e tanti altri paesi che ora non ricordo. Era instancabile. Incontravamo
tutti. E lui mi portava con sé. La ragazzina. Mi faceva sedere a incontri ai quali da sola non sarei mai arrivata. Mi diceva di ascoltare e poi, magari in macchina, mi spiegava quello che era realmente accaduto in quella stanza, quale pezzo di storia serviva per capire, quali interessi e quali persone c’erano dietro le parole.
Mi ha insegnato così anche un profondo senso delle istituzioni.
Io allora lavoravo per Fondazione AVSI, che lui amava molto e di cui sarebbe stato per anni vicepresidente. Eppure mi ripeteva: «Ricordati che quando sei all’estero, in certe situazioni, rappresenti l’Italia». Io lo prendevo terribilmente sul serio. Ero orgogliosissima, mi sentivo un Ministro! Quasi pensavo che, una volta tornata, avrei dovuto riferire in Parlamento quello che
avevo visto.
Forse il Senatore sorrideva. Intanto mi insegnava che le istituzioni non sono palazzi o titoli: sono responsabilità.
Mi ha insegnato anche a parlare con tutti. Anche con chi politicamente e ideologicamente sta
all’altra parte. Perché si può essere profondamente in disaccordo senza smettere di ascoltarsi.
E mi ha insegnato ad andare agli appuntamenti al Ministero degli Affari Esteri con le stesse scarpe con cui eravamo entrati in uno slum. Magari un po’ ripulite. Perché quello che avevi visto doveva entrare con te nelle stanze delle istituzioni. Una volta, in Rwanda, allungammo di ore un programma già fittissimo perché voleva andare a trovare una bambina di cui sosteneva gli studi. Per lui quella bambina valeva quelle ore. Poteva parlare di geopolitica e relazioni internazionali, ma dietro tutto continuava a vedere una
persona, un nome, un volto. L’Africa l’ha amata profondamente. Fino all’ultimo abbiamo parlato di Africa. Credeva nelle sue persone e nel rapporto che l’Italia avrebbe potuto costruire e sta costruendo con quel continente. E continuava, naturalmente, a dirmi cosa leggere e approfondire.
Ma il Senatore insegnava anche raccontando la propria vita.
Una sera in Costa d’Avorio mi disse che ci sono rapporti dai quali nella vita puoi allontanarti, ma che alcuni restano unici e importanti. E proprio per questo puoi scegliere di recuperarli, di
tornare a prendertene cura, di sceglierli ancora. Lui quella scelta l’aveva fatta. Anche quella era una lezione. Non veniva da un libro. Veniva dalla sua vita. Poi la ragazzina è diventata grande.
E il Senatore ha continuato a spingerla: a costruire qualcosa di suo, ad assumersi il rischio delle proprie scelte, a diventare protagonista. Anche quando ho cambiato lavoro continuava a
spronarmi ad andare al Ministero degli Affari Esteri per raccontare quello che vedevo e imparavo sul campo. E così ho ricominciato a farlo, come se fosse casa mia…
Mi ha insegnato che non serve avere un incarico pubblico per avere un rapporto con le istituzioni. Anche un cittadino può interagire in maniera costruttiva con esse, portare ciò che
vede, fare domande, proporre soluzioni. Può decidere che quello che accade nella sua vita non riguarda soltanto lui e provare a trasformarlo in qualcosa di utile per gli altri.
Può, nel suo piccolo, provare a cambiare il mondo. Oggi provo a farlo anch’io, attraverso le realtà del Terzo settore con cui collaboro e che mi capita di accompagnare al Maeci.
Per me il Senatore è stato un maestro, ma anche un uomo delle istituzioni nel senso più bello del termine. Ha rappresentato l’istituzione di cui faceva parte come noi cittadini vorremmo
vederla: non sopra le persone, ma al loro servizio. Persino al servizio di una ragazzina.
Un Senatore della Repubblica che aveva incontrato Capi di Stato, Ministri e Ambasciatori pensava che valesse la pena fermarsi ad ascoltare le domande di una ragazza e dedicarle il
proprio tempo. Adesso tocca alla ragazzina provare a fare lo stesso: continuare a leggere, andare a vedere,
incontrare, ascoltare, cercare di capire. E provare a trasmettere ad altri almeno una parte di quello che ha avuto la fortuna di ricevere.
Grazie, Senatore.
Dalla ragazzina. (testimonianza da Facebook)







