
Le parole pronunciate da Stefano Bonaccini ad Albenga a fine agosto hanno prodotto la polemica che era facile prevedere. Il presidente del Pd ha collegato il consenso alla destra, in Italia come altrove, al «voto di chi ha poco studiato», di chi abita nelle aree interne e nelle periferie, di chi sta peggio economicamente. Ne è seguito un botta e risposta di tre giorni, e come accade in agosto si è discusso quasi solo del tono.
La conclusione è sbagliata, e per una ragione che vale la pena dire con calma. Il titolo di studio misura gli anni trascorsi in un’aula, non l’intelligenza né la capacità di giudizio politico. Chi ha gestito un’impresa per trent’anni sa di economia reale più di molti laureati in economia, e chi vive in una periferia conosce la sicurezza urbana meglio di chi la studia sui dati. Dire che quel voto si spiega con la scuola frequentata significa sostituire una spiegazione a un’analisi.
Sotto quella frase, però, c’è un fatto che merita di essere raccolto, anche se non è quello che l’autore intendeva. La differenza non riguarda ciò che quegli elettori sanno. Riguarda come sono fatte le loro giornate.
L’elaborazione dottrinale ha requisiti materiali precisi. Richiede ore che non devono essere vendute a nessuno, una sicurezza economica che non dipenda da ciò che si scrive, un ambiente in cui le idee circolino per contatto quotidiano, e istituzioni disposte a pagare qualcuno perché pensi senza chiedergli un rendiconto. È un elenco che descrive bene la borghesia stipendiata delle grandi città: insegnanti, ricercatori, editoria, professioni intellettuali. Il talento è distribuito uniformemente fra le classi. Queste condizioni no.
Il mondo che vota a destra, intanto, lavora e produce. Officine, negozi, cantieri, studi professionali, aziende familiari: genera valore, occupazione, competenza tecnica reale. Non è un mondo improduttivo, è un mondo occupato. Chi apre alle sette e chiude alle venti non ha mancato di elaborare per pigrizia: non aveva le ore, e il punto è tutto qui.
Il confronto storico lo chiarisce. Il Partito comunista aveva Gramsci; la Democrazia cristiana aveva il magistero sociale della Chiesa. In entrambi i casi un’esperienza sociale concreta era stata tradotta in un corpo di pensiero trasmissibile, citabile, discutibile, insegnabile. È la traduzione ad essere mancata alla destra italiana, non l’esperienza. L’artigiano sa benissimo perché un adempimento è assurdo, e lo argomenta meglio di chi lo ha scritto; ma quella conoscenza non è quasi mai diventata una dottrina dei corpi intermedi, della sussidiarietà, del lavoro autonomo come forma di libertà.
Da qui si spiega anche la solitudine dei suoi pensatori migliori, da Longanesi a Del Noce a Montanelli. Non è mai stata una questione di statura: l’intellettuale organico presuppone un organismo a cui essere organico, cioè un ceto che si riunisce, si forma e si finanzia. La destra ha avuto lettori numerosi e un ambiente rado.
Se la diagnosi è questa, le conseguenze sono meno mortificanti di quanto la polemica di agosto lasciasse temere, e anche più impegnative. Le leve non sono i festival né i consigli di amministrazione: sono le borse di studio, i dottorati, gli stipendi della ricerca, l’economia dell’editoria, le traduzioni. Strumenti lenti, che non producono un titolo di giornale e i cui frutti maturano oltre la legislatura di chi li adotta.
Bonaccini ha detto che quegli elettori hanno studiato meno. La frase più utile è un’altra: hanno lavorato molto, e nessuno ha ancora trasformato quel lavoro in pensiero. Non è un giudizio su di loro. È un compito per chi dice di rappresentarli.







