
Sono i simboli – quelli grandi, certo, ma pure i più piccoli – a segnare un punto fermo nelle nostre vite. Stanno lì come ricordi immortalati in un’immagine conservata, sassetti che tengono memoria del nostro percorso. E chi per un motivo o per l’altro abitualmente scrive, possiede una via di salvezza: lo scrivere stesso, che lascia traccia anche in chi legge.
Così mi è capitato un giorno di leggere di un regalo di nozze che tempo fa un ‘noto studioso’ avrebbe dovuto ricevere da un ‘noto giornalista’, ma che non gli fu mai consegnato. Il primo ne accennò tra le righe nella prefazione alla riedizione di un testo del secondo, pubblicata quando quest’ultimo non era ormai più in questo mondo.
Poiché poco tempo fa la vicenda ha avuto un inaspettato lieto fine, ho pensato di annodarne i fili e raccontarvela. Anche perché, pochi giorni fa, ho avuto occasione di incontrare a Roma uno dei due protagonisti (quello ovviamente ancora tra noi): ‘grande vecchio’ della cultura di destra, raffinato scrittore, saggista, giornalista, indicato dagli amici come ‘Viaggiatore Immobile’, curatore per le Edizioni Mediterranee, tra i massimi esperti in Italia di heroic fantasy, presidente del Premio J.R.R. Tolkien per tredici edizioni, già vicecaporedattore del Giornale Radio Rai per la cultura, ideatore di programmi e riviste, editorialista de L’Argonauta su Rai Radio1 e firma di testate come Secolo d’Italia, Il Tempo, Il Giornale d’Italia, L’Indipendente, Il Giornale, L’Eternauta e Linus, oltre che tra i massimi studiosi di Evola e segretario dell’omonima Fondazione… Chi altri può essere se non Gianfranco de Turris?
L’altro è stato giornalista, scrittore e critico letterario; sottotenente della Guardia Nazionale Repubblicana, autore di Donne e mitra (alias Le donne non ci vogliono più bene, il primo libro-cronaca della guerra civile dopo l’armistizio del ’43) e protagonista del clamoroso gesto – quasi una “goliardata patriottica” – di asportare il “cippo di Cassibile”; redattore de Lo Specchio e di Playmen, curatore di varie edizioni di romanzi salgariani e molto altro ancora: parliamo di Enrico de Boccard, che de Turris descrisse come «avventuriero aristocratico, goliardo e viveur, un uomo imprevedibile ed estroso, con uno spirito un po’ guascone che gli derivava dalle origini savoiarde»
Nei primi anni ’70 i due, benché assai differenti per carattere, erano grandi amici, legati da quel rapporto saldo che sorge tra uomini d’onore e di ampia cultura.
De Turris ricorda: «Tra una vicissitudine e l’altra, Enrico avrebbe dovuto essere il mio testimone di nozze nell’estate del 1973; all’ultimo istante rinunciò per la morte della madre novantenne. Da allora in poi, ogni volta che andavo a casa sua in Via San Calepodio, a Monteverde, mi indicava una credenza e mi diceva che lì c’era il regalo per me, ma che aveva perso la chiave e sperava di ritrovarla presto…». (p. 6 dell’introduzione a ‘Le donne non ci vogliono più bene’, Sveva editrice 1995; anche riportato poi a p. 13 della riedizione del 2023, Solfanelli editore).
Ed ecco qui il simbolo di questa storia: quel regalo rimasta chiuso per più di cinquant’anni nello stipetto di una credenza di cui s’eran perse le chiavi, poi passata alla storia tra i cultori degli scritti di Enrico come il ‘mobile Boccard’, in cui lo scrittore conservava – spesso alla rinfusa – le sue carte, scritti in lavorazione, stesure di articoli, appunti. Il mobile è rimasto immobile per anni a custodire i suoi testi e quel dono di nozze nel piccolo studio di Via San Calepodio; in seguito ha seguito Enrico nei suoi molti traslochi di fino a finire sul balcone di una delle sue ultime abitazioni.
La storia di quel regalo mai consegnato e della chiave mai ritrovata me la raccontò più volte lo stesso de Turris quando collaborammo alla riedizione di Le donne non ci vogliono più bene (Solfanelli, 2023), ricordando l’amico con affetto e divertimento: «Chissà se c’era veramente quel regalo… Spesso me lo sono chiesto; non che m’importasse del dono in sé… Però mi dispiacerebbe se Enrico si fosse inventato una scusa; non ho mai dubitato della sua buona fede, però…». E terminava ogni volta con un «Mah, chissà…» accompagnato da una risatina contenuta.
Contattato Carlo Felice de Boccard, cugino di terzo grado di Enrico e unico parente che fosse possibile rintracciare, disponibile a condividere i ricordi di quel ‘parente molto insolito’, ci raccontò come da giovane andasse a trovare il cugino a Roma, in via Salaria, dove c’era quel mobile «non troppo bello in verità, che tutti in famiglia chiamavano “il mobile Boccard”, dove teneva i suoi scritti, e quando Enrico si trasferì a Marina di Massa, quel suo incredibile archivio, finì su un terrazzo non troppo protetto». Il mobile era poi stato destinato in eredità proprio a Carlo Felice: «Ma allora ero giovane, avevo altro per la testa e non ci badai. Aver perso l’occasione di conservare gli originali dei suoi scritti è una ferita che ancora mi fa male. Ma grazie alla prefazione alla nuova edizione del libro c’è stato fermento in famiglia e quasi tutti si sono messi in cerca, delle carte, e quel regalo».
Ricerche che hanno avuto buon esito grazie all’intermediazione di una persona di Brescia che preferisce rimanere anonima (e che chiameremo G.G.S.). «Forse ho trovato il regalo! – mi scrisse Carlo de Boccard – era finito in un’abitazione di famiglia a Montignoso, nei pressi di Massa-Carrara, a casa di un parente… Non posso dirti di più. Forse si potrebbero trovare anche alcuni scritti… Per ora accontentiamoci del regalo. Sai cos’è? Una zuccheriera d’argento!».
A consegnarla finalmente al destinatario è stato il figlio di Carlo Felice, che si chiama – guarda un po’ – proprio Enrico.
Dunque tutto a posto: un (nuovo) Enrico de Boccard ha infine consegnato allo (stesso) de Turris il famoso regalo dell’Enrico de Boccard di allora, suo vecchio inimitabile amico.
«Ero già felice che fossimo riusciti a far ripubblicare quel libro – ha commentato de Turris – e se la mia prefazione ha fatto sì che si ritrovasse pure il regalo, ne sono ancor più felice! Il dubbio che esistesse veramente un po’ mi aveva sfiorato, pur lontanamente… Non m’importava dell’oggetto in sé, ovviamente. Però Enrico, per quanto stravagante, non mentiva mai. Ecco, questa zuccheriera ritrovata me ne dà la conferma!».
La morale? È affascinante come i fili sottili che legano le persone – se fatti di quell’indelebile fibra nota come amicizia, rispetto e affetto – creino intrecci tenaci e sentieri sempre percorribili tra passato e presente.
La speranza? Che dentro quel ‘mobile Boccard’, oltre alla zuccheriera, si possano un giorno rinvenire anche le carte perdute di Enrico, restituendo un ulteriore valore al suo lavoro di fine intellettuale.








Che bella storia di Uomini di altri tempi ! Mi ha divertito l’ottima stesura .