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  Elogio dell’imperfezione: un saggio filosofico di Aldo Meccariello

Un volume che mette in atto un esercizio di parresia: invita a lasciarci alle spalle la dimensione illusoria nella quale viviamo, al fine di abbracciare la realtà che, forse, proprio nella sua tragica imperfezione, è bastevole a se stessa, paradossalmente perfetta

di Giovanni Sessa
16 Settembre 2026
in Cultura, Libri
1

Aldo Meccariello è presidente del “Centro per la filosofia italiana” e direttore della rivista «Il Contributo». Ha, all’attivo, un numero considerevole di pubblicazioni e di saggi di impianto filosofico. La sua ultima fatica, Elogio dell’imperfezione. Spero di essere imperfetto, nelle librerie per i tipi di Fefè Editore, è un volume davvero importante e stimolante. Il testo, articolato in tre Introduzioni, quattro capitoli e due Intermezzi, è impreziosito dalla postfazione di Giuseppe Anania oltre che da un suggestivo repertorio fotografico. Nelle sue pagine l’autore, di contro alla dismisura e alla ricerca del perfettismo, che connotano la storia e l’immaginario contemporaneo, tesse un accorato elogio dell’imperfezione e della misura. Meccariello è fermamente convinto, e noi con lui, della necessità di: «diradare le ombre che tendono a velare o ad occultare difetti ed errori che invece costituiscono la singolarità di ciascuno di noi» (p. 11). Con il Leopardi de La scommessa di Prometeo, ha contezza che: «il Sapiens è, si, sommo ma “nell’imperfezione”» (p. 11). Accettare l’imperfezione, metterla a tema in termini teoretici, da un lato implica l’oltrepassamento del “canone maggiore” sul quale sono stati costruiti il pensiero e il mondo moderno, almeno a muovere da Cartesio, dall’altro richiede di: «guardare alla molteplicità di direzioni che la vita offre, permettendo di acquisire piena consapevolezza che non si possono eludere crepe, ferite, errori» (p. 23).

Le solide certezze perfettiste, retaggio degli utopismi, proprie del Ge-stell, l’Impianto della tecno-scienza, sono, del resto, stte messe in discussioni dall’erompere dell’epidemia da Covid-19 e dall’  esplodere dei conflitti bellici che stanno dilaniando l’Europa e il Medio Oriente. Da qui la   necessità di rintracciare nuovi paradigmi cultuali. Meccariello svilupa l’analisi de, L’uomo senza qualità di Musil. Nelle sue pagine, lo scrittore mitteleuropeo elevò: «l’imperfezione a forza motrice che spinge all’azione e alla comprensione della realtà» (p. 24). Il protagonista, Ulrich: «è un io in dissolvenza che sperimenta in un vertiginoso movimento la perdita del centro in asse con le “imperfezioni del mondo”» (p. 24). Egli è rappresentante tipico dell’uomo moderno, la cui imperfetta identità è “aperta”, mai terminata. È connotato da perpetua auto-riflessività. Avverte il “disagio della civiltà”e valuta le possibilità di fuoriuscita dalla crisi come infinite. Siamo appesi a un principio-infondato, la libertà-potenza. Sa che la vita è abitata da una negazione, al pari del filosofo Andrea Emo. L’“onestà stupidità” alla quale Musil fa appello è atta a cogliere il limite nel quale l’esistenza si concede. L’uomo musiliano: «potrebbe essere considerato il perfetto prototipo dell’uomo “postumo”, che assume l’imperfezione come una sonda per muoversi in un altrove spaziale e temporale» (p. 28).

L’insegnamento fondamentale della psicologia del profondo di Jung, sul quale l’autore si interroga, non era, del resto, mirato all’integrazione dell’ombra? Fu l’antropologia cristiana, centrata sull’idea dell’uomo quale imago Dei a porre a lato, a rimuovere imperfezione e ombra, anche sulla scorta dell’idea di perfezione elaborata dall’eleatismo e dall’aristotelismo. Il confronto con l’altro da sé riemerse nelle pagine dei Saggi di Montaigne, attente alla dimensione imperfetta della vita, esperita nella sua unicità e singolarità: «Il flusso del vivere dimora nella finitudine […], nelle cicatrici lasciate dalle assenze che rimodulano le nostre traiettorie […] esistenziali» (p. 21). Dirimente, nell’ermeneutica dell’imperfezione, di Meccariello risulta il capitolo dedicato a Prometeo, paradigma mitico del moderno rapporto nei confronto della physis. Lo studioso si sofferma, in particolare, sul Prometeo di Kafka. Lo scrittore praghese dette quattro versioni del mito greco: la terza e la quarta risultano essenziali per l’esegesi dell’autore. Esse sono: «centrate sul momento della dimenticanza: gli dèi, le aquile si dimenticano dell’eroe e lo abbandono […] al suo destino» (p. 39). La quarta versione è centrata sulla stanchezza di tutti i soggetti coinvolti nel racconto mitico. Emerge, in tale contesto esegetico, il tema dell’inesplicabile, sostanziato sull’abdicazione nei confronti della potenza apprensiva.

Tale tema è stato discusso da Anders, che ha rilevato l’esistenza di un dislivello prometeico, atto a  chiarire la discrepanza tra uomo e apparato tecnologico. A dire del filosofo, la tecnica ha espropriato l’uomo del ruolo di soggetto della storia e, tale situazione, ha indotto in noi la vergogna prometeica. Con l’erompere sulla scena mondiale della bomba atomica di Hiroshima, l’umanità si è trovata di fronte alla possibilità della propria auto-distruzione. L’uomo, in tal modo, si è reso simile a Dio, ma in modalità negativa, ha sperimentato il possibile annichilimento, si è trasformato in Signore dell’Apocalisse. Ma, il titano stanco, desidera recuperare le sue qualità propriamente umane, il limite e l’imperfezione quali alternative alla dismisura contemporanea. In tal senso, va letta la “rivolta” di Camus. Lo scrittore francese, nel suo ritornare a Prometeo, si fece latore della necessità di abbandonare la yubris, l’onnipotenza della tecnica, per restituire gli uomini alla loro natura imperfetta. Il suo Prometeo: «è impegnato a fare i conti con la propria coscienza e a contenere […] l’inadeguatezza dell’umano» (pp. 50-51). L’Antropocene è l’età ultima dell’onnipotenza tecnica. La figura del Prometeo “stanco” è affiancata dallo scrittore a una significativa valorizzazione di Elena, quale emblema della bellezza centrata sulla misura. In tal modo, viene recuperato al presente il senso mediterraneo-pitagorico del péras.

Si tratta, in fondo, di posizione propria anche all’antropologia kantiana, fondata sull’idea dell’umanità quale “legno storto” nel quale vivono, in uno, la tensione al bene e l’imperfezione costitutiva. Non dissimile la tesi di Leopardi mirata a cogliere, di là di qualsivoglia antropocentrismo, la physis, quale luogo dell’origine e del dissolvimento di tutte le cose. Una filosofia “dolorosa, ma vera”. Meccariello discute, inoltre, il romanzo Oblomov di Ivan A. Gončarov. Il suo protagonista è simbolo di una modalità esistenziale che guarda positivamente a imperfezione, orizzontalità e lentezza, quali alternative all’agonismo sociale oggi vigente. Bellissime le pagine dedicate all’estasi dell’imperfezione di Bousquet che, a causa di una grave ferita, si sottrasse: «all’impeto dell’azione, con fatica e dedizione assunse su di sé l’elemento sacrificale della sua stessa imperfezione» (p. 96). Della cosa ebbe contezza Chiaromonte che, nel suo platonismo rovesciato, comprese che, la vera realtà della vita, si cela nell’ombra. La vita è sempre imperfetta, erratica ricerca senza fine, in quanto, come colto da Pievani: «La realtà in termini di progetti, finalità, teleologie […] non ha più ragioni di sussistere. Sono illusioni consolatorie» (p. 117).

Elogio dell’imperfezione è volume che mette in atto un esercizio di parresia: invita a lasciarci alle spalle la dimensione illusoria nella quale viviamo, al fine di abbracciare la realtà che, forse, proprio nella sua tragica imperfezione, è bastevole a se stessa, paradossalmente perfetta.

Aldo Meccariello, Elogio dell’imperfezione. Spero di essere imperfetto, postfazione di Giuseppe Anania, Fefè Editore, pp. 131, euro  15,00.

Giovanni Sessa

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Tags: Aldo MeccarielloElogio dell’imperfezioneGiovanni Sessa

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Comments 1

  1. Pasquale ciaccio says:
    3 settimane ago

    Ci si e’ accorti ora dell’ imperfezione umana? La tecnica non e’ un qualcosa che si impone a noi ma siamo noi a crearla, banale, no? L’immagine di Dio dell’ antropologia cristiana non significa affatto elevare a perfezione l’ uomo ma a dare dignita’ e preminenza rispetto agli altri esseri del creato. Poi, se ne abusa del suo ruolo e’ un altro discorso. Pero’, per favore, usiamo meno paroloni per sembrare piu’ filosofi.

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