
Prima di addentrarci nel fulcro della storia, sono necessarie alcune premesse. Si tratta di un film storico. Il cinema storico non è una fonte documentale, per sua natura semplifica le prove e le voci per permettere una maggior fruizione del contenuto, dovendo ciò escludere molti dettagli. Non essendo una ricostruzione dei fatti ma una narrazione dotata di trama teatrale necessita pertanto di una separazione tra buoni e cattivi, semplificando spesso le dinamiche delle vicende reali. Infine, essendo un’opera essenzialmente estetica, deve la sua forza espressiva alle emozioni che può suscitare la potenza di parole, immagini e suoni. Implica dunque aspetti irrazionali, non lo si deve prendere come un saggio ricco di note a pié di pagina e un’ampia bibliografia (per quanto si tenti di restare attinenti ai fatti), ma sarebbe un errore altrettanto grossolano usare questa scusa per giustificare ogni capriccio. Detto ciò, possiamo passare alla trama.
La storia
Prima della famosa Nakba, vi fu in Palestina la Grande Rivolta Araba del 1936 Palestina, sotto il Mandato britannico. Il film racconta i primi mesi dell’insurrezione attraverso le storie intrecciate di contadini, intellettuali e funzionari coloniali. Al centro c’è Yusuf, giovane di villaggio diviso tra la vita rurale e Gerusalemme, dove lavora per una famiglia della borghesia araba. Accanto a lui, una giornalista anticoloniale, donne di villaggio legate alla terra e figure britanniche che incarnano l’autorità imperiale. Annemarie Jacir ricostruisce un momento cruciale in cui l’identità palestinese si consolida attorno all’attaccamento alla terra e alla resistenza contro il dominio britannico e le trasformazioni demografiche in corso. L’opera ha il pregio di restituire una memoria precedente alla fondazione dello Stato di Israele, ma resta legata a una prospettiva prevalentemente unilaterale, con una narrazione moralistica a tratti didascalica; non per questo, tuttavia, è esente da spunti di riflessione di cui tenere in conto, aldilà di ogni presa di posizione valoriale.
L’identita palestinese
L’identità palestinese non viene messa in dubbio. La palestina non viene definita come la Terra Promessa da un patto con Dio o un contratto con l’amministrazione coloniale, bensì come un suolo a cui il proprio popolo sa di appartenere da secoli, in cui è radicato attraverso il tempo, il lavoro e le proprie tradizioni. Dalle parole delle bambine palestinesi sembrerebbe di ascoltare un seguace di Heidegger che recita a memoria Essere e Tempo. La Nazione Araba, di cui la Palestina farebbe parte, non è una “comunità immaginata” con “tradizioni inventate” e la “nazionalizzazione” delle sue masse attraverso i canti popolari non viene percepita come un istinto irrazionale, un pericolo o un morbo morale. I suoi cittadini sono concreti, tangibili nelle campagne a lavorare la terra come in città nelle redazioni dei giornali, che rivendicano di sentirsi un popolo unito dallo stesso sangue e dallo stesso destino; non v’è ancora l’ombra del fanatismo integralista, e infatti vengono mostrate bandiere che raffigurano al contempo la croce e la mezzaluna. Le classi sociali si raccolgono come nella Libertà che Guida il Popolo, la lotta di classe non passa nemmeno per la testa ai rivoltosi. Perfino alle donne viene dato un ruolo di primaria importanza, tra il soccorso dei feriti, la diffusione delle idee sui giornali, la cura della casa e della comunità, incitano finanche gli scioperi e la rivolta. Sono tutto fuorché personaggi passivi. Il film, dunque, arricchito da un impianto tecnico e una sceneggiatura degni di un blockbuster, risulta scorrevole e gode di numerosi meriti.. Non mancano nemmeno piccole frecciatine che si alternano alle scene epiche, tragiche o malinconiche, come l’asinello chiamato dai bambini di paese Lord Balfour. Un altro merito è quello di aver assunto principalmente attori palestinesi e aver girato la pellicola quasi interamente in Palestina, perfino dopo l’attacco del 7 ottobre 2023.
Il messaggio per un pubblico europeo
Arrivati a questo punto, è doveroso chiederci da che terreno valoriale abbia attinto la regista, e che impatto ha questa visione su un pubblico europeo. Sono passati molti decenni dai tempi in cui l’orientalismo europeo predominava nella produzione letteraria, artistica e mediatica (si pensi ai Persiani di Eschilo, Salammbô di Flaubert, i diari di Lawrence d’Arabia, La grande Odalisca di Ingres, perfino La battaglia di Algeri del regista Gillo Pontecorvo) e la lezione di Edward Said sembra sia ormai assimilata da chiunque. Oggigiorno invece possiamo osservare un fenomeno uguale e contrario: gli intellettuali e gli artisti orientali cresciuti in Europa o in America si riappropriano di quei valori che dovrebbero rappresentare la coscienza occidentale (concetto in ogni caso proteiforme e soggetto a molte strumentalizzazioni). Lo stesso decostruttivismo è occidentale, si vede anche nella pellicola che i protagonisti non metterebbero mai in discussione il concetto di Nazione. In fin dei conti, Annemarie Jacir ha studiato presso un collegio nel Dallas, si è laureata in California, mentre suo padre lavorava all’ONU. Alcuni fondamentalisti dei diritti umani direbbero che è più occidentale lei di tutti noi, senza saper spiegare in quale insieme rientri il “noi” e a quali valori faccia riferimento. Quel che non torna è quindi il suo retroterra culturale che lo rende uno strumento di propaganda politica più che come stimolo storiografico, mentre strappa un sorriso pensare al pubblico principale a cui il film è rivolto: il movimento propal.
Il cortocircuito dei propal
Quel movimento che difende a spada tratta l’abolizione dei confini, la dissoluzione delle nazioni, la decostruzione delle appartenenze tradizionali e la mancata differenziazione dei ruoli e dei sessi. Nonostante un marcato sfondo identitario, infatti, la tradizione cinematografica di mettere in scena un netto dualismo tra vittime e carnefici non viene meno, e i palestinesi internati dietro un recinto di filo spinato ricordano gli ebrei di Schindler’s List deportati nei campi di concentramento tedeschi. Dall’Europa prende anche un certo cospirazionismo giudeofobo nel momento in cui la protagonista scopre che le associazioni sioniste regalano mazzette agli esponenti dell’Associazione Musulmana per frantumare l’unità dei loro nemici e tramano nell’oscurità un’agenda di divide et impera, col beneplacito dell’amministrazione britannica. Oggi questo manicheismo stride alla luce delle recenti dichiarazioni di Netanyahu sulla rivendicazione della sovranità argentina delle Isole Malvinas, il quale accusa il Regno Unito di continuare a perpetrare politiche colonialiste su un territorio che non gli appartiene. Ma qui non vogliamo fare moralismi: ogni popolo dev’essere libero e fiero di rappresentarsi come crede, ognuno ha le narrazioni che si merita.
La trasversalità del progetto culturale
Quel che dovrebbe far riflettere noi spettatori europei è che questo film conta pure di un distributore britannico e di una produzione che include anche britannici, francesi, statunitensi, danesi e norvegesi. Visto che non si tratta della storia di una Nazione non-europea, infatti, non vi è la minima ombra di blackwashing, di odio di sé, di sensi di colpa o di valori e visioni universalistiche, che vogliano raffigurare uomini senza passato, sradicati, universalmente ripetibili e indifferenziati i quali, in quanto eredi di un passato obsoleto e da rinnegare, senza possibilità di decidere il proprio destino. In altre parole, l’autodeterminazione vale solo per gli altri. Un altro elemento tipicamente occidentale che non manca è la memoria selettiva: il gran muftì di Gerusalemme che guidò la rivolta del 1936, Amin-al-Husseini, l’uomo che pronunciava a Radio Bari “eccovi gli inglesi, il più grande nemico dell’Islam” e che guidò la lotta antibritannica (e antisemita) a fianco delle potenze dell’Asse risulta totalmente assente. Dell’aiuto alla resistenza palestinese che diede l’Italia fascista, non si ha nemmeno una menzione, nonostante il governo di Mussolini avesse inviato 138mila sterline dell’epoca per supportare la rivolta armata, come racconta Stefano Fabei. Viene menzionato al massimo che i britannici acquistavano dal Duce il filo spinato per rinchiudere i palestinesi (uno scherzo della storia simile al rifornimento di fucili Mauser ai soldati abissini da parte della Germania nazista nel ’35). Troppo scomodo ricordare che a finanziare questi moti di ribellione arabi fu per primo un governo fascista. Sulla qualità della rappresentazione si è espresso sul Free Press Oren Kessler, autore di un saggio storico che prende lo stesso titolo in inglese, il quale ha dichiarato che il film “è un affronto alla storia […] che riscrive il passato e serve un’agenda politica moderna”.
L’impossibile neutralità
Le narrazioni (che contengono la parte interpretativa della storia) non sono mai neutrali, ancor meno lo sono nella nostra epoca in cui l’accelerazione della fruizione di contenuti culturali sta ledendo sempre di più l’autorità storiografica e, parallelamente, la società civile perde sempre più fiducia verso le istituzioni accademiche. Come detto all’inizio, la settima arte ha la peculiarità di suscitare forti emozioni primarie che, in quanto tali estetiche, sono in grado di veicolare più o meno inconsciamente dei messaggi. Il cinema europeo da animare, se vorrà svegliarsi dal suo letargo ed uscire dalla sua condizione di agenda ideologica, dovrà saper mettere in campo un universo valoriale alternativo, senza vergogna di sé stessi, tratto dall’anima profonda dei suoi popoli, piantato nelle sue radici e mosso da una concreta rivolta ideale degli europei che vogliono riappropriarsi della propria storia e non seguire sempre un destino altrui.








