
Un film breve, monologhi quasi senza dialoghi. Unico sfondo: un angolo di piazza Santa Croce a Firenze, ma ambientato in alcuni sabati lungo i decenni dall’ottobre 1946 in poi.
E’ Dinner with Dante di Cecilia Miniucchi, sceneggiato da Katherine Daine Schimmel, cortometraggio (25′) girato nel 2024, che alla Mostra di Venezia ha ricevuto il premio Kinéo.
Quanti sabati di solitudine
Ottobre 1946. Una ragazza (Gaia Bottazzi) al tavolo all’aperto di un ristorante ordina per due persone. Ma il fidanzato non arriva.
Infatti, a guerra finita (per Firenze già nell’agosto 1944), è saltato su una mina. L’esplosione ha menomato anche lei.
Lo spettatore ne ascolta i pensieri, dopo averla vista claudicante e sfregiata. Magati si chiede come lei – e altri attorno a lei – possano essere serviti già dalle 5 pomeridiane.
Piatti, calici, tovagliette “americane”, tovaglia lunga quasi fino ai piedi hanno dei primi piani che evitare sarebbe stato saggio, tanto sono anacronistici rispetto al 1946 e a gran parte dei decenni successivi.
Fascino del bianco e nero
Sono dettagli, pazienza: questo non è un film estetizzante, ma dolente, in un suggestivo bianco e nero. Chi è nato postbellico, è in sincronia/sintonia col dolore che Gaia Bottazzi esprime così garbatamente da lo renderlo più crudele, quando si rivolge alla statua di Dante, eletto ad alter ego del fidanzato.
Dinner with Dante si chiude con la dedica alle donne sole per causa di guerra, “vittime innocenti”. Allora gli uomini sono vittime colpevoli?





