
Il 10 maggio 1940 le truppe del Terzo Reich aggredirono la neutrale Olanda. Il paese, forte della sua neutralità, rispettata anche durante il primo conflitto mondiale, non disponeva di fortificazioni né di forze armate in grado di assicurare una durevole resistenza. Disponeva di appena 125 aerei operativi (che riuscirono comunque ad abbattere 37 velivoli tedeschi), era privo di carri armati e di strutture difensive. Il 13 maggio la regina Guglielmina e il governo si rifugiarono in Inghilterra, ma il generale Winkelman non accettò la resa e l’Olanda continuò a combattere finché un bombardamento a tappeto sulla città di Rotterdam e la minaccia di altri raid terroristici non la costrinsero alla resa.
Oltre che una violazione dei trattati internazionali, l’aggressione all’Olanda fu un gesto di straordinaria ingratitudine. Era stato proprio il governo dell’Aja a concedere asilo politico al Kaiser Guglielmo II, che i vincitori della prima guerra mondiale avrebbero voluto processare, risparmiando alla Germania l’umiliazione di una pre-Norimberga; scelta coraggiosa, viste anche le pesanti pressioni soprattutto della Gran Bretagna e del suo premier Lloyd George. Il demagogo che, rifiutando l’asilo alla famiglia imperiale russa, sino all’ultimo fedele alleata dell’Intesa, aveva reso possibile il barbaro massacro di Ekaterinburg, avrebbe voluto vedere impiccato il Kaiser.
Nonostante tutto, parte della popolazione olandese manifestò inizialmente simpatia nei confronti degli occupanti tedeschi, attratti in parte dalla presunta comune appartenenza a un comune heimat nordico, in parte al sentimento anticomunista, dopo l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica (ma, quando i Paesi Bassi furono aggrediti, è onesto precisare che Berlino era di fatto alleata di Mosca col patto Ribbentrop-Molotov). Il fenomeno condusse soprattutto molti giovani e giovanissimi ad arruolarsi nella divisione delle Waffen SS Wiking o nella Nordland, impegnate soprattutto sul fronte orientale. Tale condiscendenza, almeno nelle fasce più mature della popolazione, cominciò a declinare quando si manifestò la persecuzione della comunità ebraica, profondamente radicata nella società civile dei Paesi Bassi.
Quella del ventenne Leo Dalderup, di cui il giornalista John Murdoch ha raccolto l’incredibile storia nel volume Dalla parte sbagliata. Storia di un moderno soldato di ventura, meritoriamente edito nel giugno scorso dalla casa editrice Oaks, è stata però una scelta diversa. Da quanto emerge dalla sua narrazione, il giovane Leo non è attratto dal mito del sangue nordico e non si sente richiamato dalla “battaglia per la visione del mondo”. Quello che effettivamente lo attira è il richiamo della vita militare. Desidera fare il soldato, magari l’ufficiale di carriera, e vi andrà vicino; per far questo gli sembra logico arruolarsi nella Wehrmacht, l’esercito della nazione vincitrice, visto che quello olandese è ormai sfasciato.
Chi si aspettasse di leggere in queste memorie di un soldato di ventura i ricordi di un miles gloriosus si sbaglierebbe di grosso. Leo è tutto al di fuori di questo. Si può discutere quanto la narrazione, ovviamente condotta dal giornalista Murdoch sulla base di ricordi e magari appunti del protagonista, sia del tutto rispondente ai fatti e rifletta pienamente la psicologia del personaggio: la memoria, si sa, è selettiva. Eppure il grande merito del protagonista consiste nel ricostruire la sua esperienza, militare e non, senza cadere in eccessi autoapologetici. Leo descrive la realtà in tutta la sua crudezza, dalla traumatica esperienza nel tritacarne del fronte orientale alla resa del suo reparto in Francia, dalla detenzione come prigioniero di guerra in Gran Bretagna all’incredibile conclusione della sua esperienza militare. Dinanzi alla minaccia di essere rimpatriato in Olanda, dove con ogni probabilità sarebbe stato fucilato come traditore, Leo riesce a fuggire dall’Inghilterra nella neutrale Irlanda, ma nemmeno qui si sente al sicuro. Se trova appoggi e solidarietà nella popolazione locale, che per ovvi motivi non nutre molta simpatia per gli inglesi, la polizia gli dà la caccia e l’ex soldato tedesco prende una decisione che ha dell’incredibile: si arruola sotto falso nome nella Raf, dove rischia di fare carriera. In questo è favorito dalla sua ottima conoscenza dell’inglese, come la pratica del tedesco l’aveva aiutato a far carriera nella Wehrmacht. Solo che, proposto per il corso per allievi ufficiali, teme di essere smascherato da ricerche e domande più dettagliate e fugge di nuovo in Irlanda. Ma ormai i momenti critici del dopoguerra sono trascorsi, la guerra fredda pone nuove priorità e grazie al sano pragmatismo britannico Leo riesce a ottenere l’impunità e un onorevole congedo.
Dalla parte sbagliata si presta a diverse chiavi di lettura e può coinvolgere diversi tipi di pubblico. Le rocambolesche vicende del protagonista saranno senz’altro apprezzate da chi ama i romanzi d’avventura e molti nostalgici proverannno simpatia per le vicende del giovane Dalderup. In effetti l’evasione del protagonista e il suo fortunoso arruolamento nella Raf sono narrati da Murdoch con un’immediatezza che non lascia indifferente nemmeno il lettore più prevenuto. Ma questo libro-verità può essere letto anche come documento di non scarso interesse sulla diversa mentalità dei due eserciti in cui il soldato di ventura Dalderup si trova a militare. Nella Wehrmacht colpisce non tanto la severità dell’addestramento, che sfocia in sede di formazione delle reclute, in una ferocia intrisa di nonnismo (ma è un fenomeno presente in tanti eserciti dell’epoca: basti pensare a un romanzo come Cassepipe di Céline), quanto la sua efficacia. Come mi raccontò tanti anni fa un reduce della divisione Monterosa della Rsi, arruolatosi controvoglia e inviato in Germania per l’addestramento, l’istruzione nella Wehrmacht presentava un rigore feroce, ma la precettistica appresa si sarebbe rivelata preziosa in combattimento. Buttarsi in tempo a terra con le orecchie e gli occhi poi riparati con le braccia, “strisciare” (il famoso “passo del Leopardo”) per occultarsi e sottrarsi al fuoco nemico, erano operazioni ripetute tante volte da trasformarsi in automatismi, che potevano salvare la vita.
A questo proposito Leo racconta un curioso aneddoto. Arruolatosi nella Raf, la perfezione con cui era strisciato sul terreno all’inizio dell’addestramento aveva suscitato i sospetti del caporale istruttore, e solo la “disattenzione” dei superiori, che forse avevano mangiato la foglia e non volevano privarsi di un valido soldato, aveva impedito che venisse smascherato. Un altro aspetto interessante della vita militare nella Wehrmacht è costituito dalla libertà con cui le reclute sul fronte russo parlavano della situazione. C’era fra loro, certo, il volontario tutto d’un pezzo che sino all’ultimo credeva nella vittoria finale, ma nelle pause i soldati non nascondevano il loro pessimismo e le loro critiche alle scelte di Hitler. Il ragazzo uscito dalla Hitlerjugend si guardava bene però dal denunciare i commilitoni per disfattismo: la solidarietà fra combattenti prevaleva sul fanatismo ideologico.
Molto interessanti sono anche le osservazioni sulle caratteristiche dell’organizzazione militare britannica e soprattutto sulla psicologia di quadri e soldati. Una delle doti principali dei militari inglesi appare subito alla recluta sotto falso nome l’importanza data al sense of humor: tutto il contrario di una certa meticolosa seriosità germanica. Un altro aspetto del carattere britannico è il fatto che sia attribuita alla pulizia un’importanza superiore all’addestramento: durante la settimana, osserva Leo, una recluta è dispensata dalle esercitazioni per dedicarsi alla pulizia dei locali. Singolare gli appare, ovviamente, l’ingenuità con cui vengono collocate persone di cui è stata controllata superficialmente l’identità, come nel suo caso, in posizioni chiave, come il controllo dei radar. Tale atteggiamento riflette una caratteristica tipica dell’indole britannica: la tendenza a fidarsi per principio delle persone, salvo magari punirle più severamente che in altri Paesi quando dimostrano di non aver meritato tale fiducia.
Una considerazione a parte merita il rapporto di Leo con la famiglia d’origine, nel corso di una breve licenza al ritorno dal fronte russo. Il ragazzo con l’uniforme della Wehrmacht è accolto con molta freddezza dai genitori, che ascoltano nemmeno tanto di soppiatto radio Londra e gli rinfacciano i crimini dei tedeschi. Lui replica facendo appello all’anticomunismo e ricordando a sua volta la ferocia dei sovietici e i bombardamenti di russi e americani. È una conversazione di oltre ottant’anni fa ma ricorda, in un contesto ovviamente molto diverso, le reciproche accuse fra russi e ucraini nel conflitto in corso. È fatale che i belligeranti accusino la controparte di crimini di guerra; resta il fatto che per evitare i crimini di guerra c’è al giorno d’oggi un solo modo: impedire le guerre.






Interessante la recensione,ma la conclusione mi lascia allibito ,di fronte alla cultura di Nistri, mi sa indicare dalla preistoria ad oggi dove nel pianeta si sia impedita la Guerra? Anche Gesù disse :” ho portato tra voi la Spada …
Bisogna almeno provarci. Impedire gli incidenti stradali è impossibile, ma è consigliabile moderare la velocità e dare la precedenza (rotonde a parte) a destra. Quanto alla guerra, i conflitti del passato, a parte l’epilogo dell’ultima guerra, non si sono combattuti con armi nucleari…