È pop, è rock, è funky, è ska, è rap, è jazz, è samba e pure tarantella. È Jovanotti e ci piace tan-to, tan-to, tan-to, tanto, tanto. Ci piace perché pensa positivo, perché “Ciao mamma, guarda come mi diverto”, perché muove l’ombelico suo, tuo, nostro e del mondo e “ti porto via con me“.

Gimme five, Jovanotti! Forza della natura, potenza della musica. Jova è ritmo e “mente va veloce più del vento” è il giovanotto della canzone omonima che il menestrello fou di Sicilia Lello Analfino gli regala in uno dei momenti più magistralmente spensierati della maratona delle due sere a Palermo del Jova Summer Party 2026. Non solo Analfino, ma un parterre di ospiti eccezionali, tra tutti l’avvolgente Jimmy Sax e un video ironico con Francesca Fagnani, ma soprattutto siciliani da Mario Venuti a Carmen Consoli ai pupi di Mimmo Cuticchio. Su tutte campeggia l’omaggio ai morti di mafia: la foto di Letizia Battaglia scattata alla vedova di Antonio Montinaro ammazzato insieme a Giovanni Falcone, la donna che voleva i mafiosi in ginocchio. Jovanotti onora Palermo, la Sicilia e onora una parte di mondo, quella dell’etica senza moralismo, delle idee senza demagogia e solo un pizzico retorica. Buonismo trasformato in ecumenismo che se lo metti su un pentagramma, lo affidi a un tamburo Conga, mescoli i suoni del mondo dall’Africa all’Europa e dai Balcani al Sud America trasforma il mondo in una tribù che balla. Felice.

Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti: così l’artista saluta la folla davvero oceanica, per parafrasare uno dei suoi ultimi successi. In arte Jovanotti: no, caro Lorenzo. In vita Jovanotti, in esistenza Jovanotti, in filosofia di vita, in ricetta della felicità Jovanotti. O magari hai ragione tu, Lorenzo: arte è vita. Il messaggio di otto ore di musica, di corpi accaldati e liberi e danzanti – se c’è Jova che canta, ballare è un imperativo categorico, in punta anche di filosofia- di scuotimento in parole profonde e di note allegre e romantiche, di ecologia della Terra e dei sentimenti è una sorta di edonismo etico. Sintesi tra la carezza di piacere sulla pelle e il pugno della responsabilità sul cuore. Gioia di vivere, colorata come il quadro di Matisse con le sue creature edeniche, abbandonate alla gioia del suono. Nudità senza malizia, recupero della Natura, ode alla Natura. Un recupero dell’essenza primitiva e selvaggia della Natura e del posto dell’uomo in essa. Mentre nelle stesse ore pezzi di patrimonio naturale della Sicilia bruciavano per incuria e incapacità di visione, a Palermo uno sciamano, un folletto shakesperiano, un clown coi lustrini e il berretto, un poeta suonato e suonatore ammoniva dal palco a recuperare la felicità nell’abbraccio della Terra.

Tutto questo può sembrare pesante, invece è leggero, direbbe Calvino. Jovanotti, le ali ai piedi di Perseo e l’ippogrifo partorito dalla Medusa. Planare sulle cose con la leggiadria di Cyrano “Non esiste esperienza più mistica e più terrena/ di ballare abbracciato con te al chiaro di luna” (da Chiaro di luna, cantato a metà serata), con l’insostenibile essere di Kundera “in questi giorni impazziti/ di polvere e di gloria/ora che siamo qui/ noi siamo gli Immortali” dentro il brano “Gli immortali” fino alla canzone d’amore più bella e imprevedibile “Il più grande spettacolo del mondo dopo il Big Bang”, come dire Einstein batte le mani insieme a Prevert nella sabbia e paglia del velodromo palermitano.
La vita è una figata. Ecco cosa vuol dire cantare insieme a Jova. A quel ragazzo fortunato, portato a Sanremo da Pippo Baudo, pescato nel mondo dei DJ (Saturnino è ancora sul palco con lui) per scioccare i benpensanti della canzone festivaliera e che negli anni è cresciuto, ha studiato, ha pensato, è diventato un intellettuale. Un intellettuale ma con la chitarra, il bouzuki e la bicicletta. Non c’è rischio, quindi, né che si offenda (intellettuale pare ormai una parolaccia) né che sottoponga l’uditorio a pesanti manfrine. Tanto i macigni, per Jovanotti come per Calvino, non trovano spazio tra gli effetti speciali dello schermo, dei cartoni animati e del digitale che imperversano sul palco con festoso cromatismo.

Montagne russe di suoni e colori. Poi, alle soglie della mezzanotte con le luci sul palco quasi spente “Le forze della natura si concentrano in te/ Che sei una roccia, sei una pianta, sei un uragano/ Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano”. Le coppie ballano un lento con i piedi sulla terra polverosa, i malinconici chiudono gli occhi, un papà in un solo abbraccio stringe il figlio e la propria donna. Un romantico col sorriso, Jovanotti. Un carpe diem coi riccioli e gli occhi aguzzi di dolcezza. Un “minchiataro”- confessa insieme ad Analfino- e le sue canzoni “Le canzoni non devono essere belle/ Devono essere stelle/Illuminare la notte/ Far ballare la gente/ Ognuno come gli pare/ Ognuno dove gli pare/ Ognuno come si sente”







