
La compenetrazione e la convergenza di interessi e di intenti fra mafia e poteri dello Stato che si realizzano con l’arrivo delle truppe anglo-americane, appaiono evidenti fin dai primi anni della Repubblica ed esplodono con il “caso Giuliano”.
Salvatore Giuliano non era un mafioso, ma era diventato un famosissimo bandito dopo aver ucciso un carabiniere che lo aveva fermato con un sacco di farina sulle spalle. Il primo maggio del 1947, la banda di Giuliano spara, a Portella delle Ginestre, contro i contadini che manifestano: è la prima “Strage di Stato”.
Risulta documentalmente che gli ispettori della polizia, Ettore Messana e Ciro Verdiani, andavano a fare visita a Giuliano latitante e che lo stesso Ciro Verdiani consegnò a Giuliano i nomi dei carabinieri infiltrati nella sua banda. Verdiani era lo stesso che portava al bandito il panettone per Natale, brindava insieme a lui e lo accompagnava ai grandi magazzini di Palermo a comprarsi i vestiti.
Il 5 luglio del 1950, un comunicato del Ministero dell’Interno annunciava che Salvatore Giuliano era morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Nella relazione del colonnello Luca si diceva che il mitra del bandito si era inceppato dopo il dodicesimo colpo del caricatore da 40 – “forse per la eccessiva compressione della molla rimasta per troppo tempo inoperosa”, e si elencavano i carabinieri che avevano partecipato al conflitto e il numero dei colpi di mitra sparati da ciascuno di essi. Non era vero niente.
Due giorni dopo il quotidiano “l’Unità”, in un articolo di Maurizio Ferrara, avanzava l’ipotesi che i carabinieri per liquidare Giuliano, avessero fatto ricorso alla mediazione e all’aiuto della Mafia. Ma la ricostruzione completa dell’intera vicenda apparve su “L’Europeo”: fu infatti questo giornale a rivelare che Giuliano non era stato ammazzato dai carabinieri, ma era stato assassinato, su commissione, mentre dormiva, da suo cugino Gaspare Pisciotta. Solo dopo morto, Giuliano era stato colpito da una raffica di mitra per dare credito alla relazione dei carabinieri.
L’ammissione di Pisciotta
Gaspare Pisciotta fu arrestato il 9 dicembre del 1950 e nel processo che si tenne a Viterbo, per la strage di Portella delle Ginestre, ammise di avere ucciso Giuliano nel sonno; dichiarò che l’incarico gli era stato affidato personalmente dal Ministro dell’Interno, il democristiano siciliano Mario Scelba e che la strage di Portella delle Ginestre era stata ordinata dal democristiano Bernardo Mattarella, padre dell’attuale Presidente della Repubblica, e dai monarchici Giovanni Alliata di Montereale e Cusumano Geloso. La dichiarazione su Mario Scelba fu giudicata estranea al processo: Mattarella, Alliata di Montereale e Cusumano Geloso furono prosciolti in istruttoria. Pisciotta – che nel corso del processo aveva dichiarato che banditi, polizia e mafia erano un corpo solo, “come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo” – fu condannato per la strage di Portella delle Ginestre, ma il 9 febbraio del 1954 veniva assassinato in carcere con un caffè avvelenato.
Accanto alla Commissione che firma l’armistizio per conto del governo Badoglio compare un personaggio, Vito Guarrasi, che accompagna con la sua presenza discreta lo scorrere delle vicende siciliane del Dopoguerra. Allora è solo un giovane ufficiale dell’aeronautica: perché è presente a Cassibile?
Il giudice istruttore Rocco Chinnici nel suo diario del 1983 aveva annotato: “Viene a trovarmi il marchese De Seta; dopo avermi raccontato delle sue vicende con l’avvocato Guarrasi, mi fa presente che costui è intimo amico del senatore Emanuele Macaluso. Mi riferisce che alla Galleria d’arte la Tavolozza (il cui proprietario effettivo è Renato Guttuso) si recava spesso il dottor Boris Giuliano il quale, in quella sede, parlando con Leonardo Sciascia e qualche altro, si riteneva certo che il responsabile del sequestro De Mauro era proprio il Guarrasi”.
Il ruolo di Guarrasi
Guarrasi è un personaggio paradigmatico, sfuggente ma onnipresente, imparentato con Enrico Cuccia, socio in affari di Alfredo Dell’Utri, padre di Marcello. Un personaggio che sfiora i Bontate – capimafia chic, inseriti nella buona borghesia, non zotici come i loro nemici Corleonesi.
Quando la Questura di Palermo è sul punto di arrestarlo per la scomparsa del giornalista De Mauro, il deputato comunista Macaluso protesta in Parlamento, mentre il capo del Sid Vito Miceli, poi deputato del Msi, corre a calmare le acque. Decenni dopo Alfio Caruso spiegherà che:
“Guarrasi il 3 settembre ’43 stava a Cassibile da aiutante di campo di Castellano; nei registri, però, non se ne trova traccia. Guarrasi e gli altri sono lì in rappresentanza di un potere molto più ampio e penetrante, di cui la massoneria è il garante al cospetto delle potenze alleate”.
E, a proposito di Stato, la sapeva già lunga Gaspare Pisciotta, il luogotenente e traditore del bandito Giuliano che, sulla scena del processo, aveva detto: “Siamo un corpo solo, banditi polizia e mafia! Come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”. Mirabile sintesi di teologia politica dalle labbra di un analfabeta, che per aver capito troppo finirà avvelenato in carcere. Nella Costituzione non scritta dello Stato, nel suo Dna, è presente la Mafia fin dalle origini.
L’eterna trattativa
Troppe dichiarazioni, fuori e dentro i tribunali hanno spiegato che la trattativa c’è sempre stata, e la dialettica Stato-Mafia è sempre stata giocata come un conflitto di potere tra organi dello Stato – di questo Stato, nella sua storica concretezza. Come concrete sono le lapidi grondanti retorica poste a esorcizzare gli spiriti inquieti dei troppi servitori dello Stato, dei “morti che camminano” e ancora esigono risposte, dopo essere stati colpiti alle spalle. Dopo esser stati ‘lapidati…







