
Secondo i dati ufficiali dell’Unicef, nel mondo di oggi circa «230 milioni di bambine, di ragazze e di donne» hanno subito delle «mutazioni genitali» permanenti: una pratica «nefasta» e «pericolosa» che colpisce al cuore la loro salute, il loro benessere e i «loro diritti». Ogni anno sarebbero oltre «4 milioni» le donne che subiscono queste mutilazioni, una ogni 10 secondi e la metà delle quali prima del compimento «dei 5 anni di età» in una fase di assoluta inconsapevolezza, gestita arbitrariamente dagli adulti, in primis proprio dalle madri.
Parlando di «mutilazioni genitali femminili» l’Unicef le definisce come quelle pratiche e quegli interventi volti a «ritirare parzialmente o totalmente» dalla donna «gli organi genitali esterni» per ragioni evidentemente «non mediche»: la forma comune di queste mutilazioni è l’infibulazione (a volte detta escissione, con una differenza trascurabile).
Le ragioni di queste prassi non sono dunque mediche ma culturali, antropologiche e «religiose» e l’Unicef ammette il collegamento, del resto innegabile, tra l’infibulazione, l’Africa nera (ma anche parti dell’Asia e del Medio Oriente) e un certo islamismo radicale, mentre al di fuori di quei «mondi tribali» tali aberranti pratiche sono del tutto inesistenti.
In questo contesto, il blog cattolico Boulevard Voltaire ha appena denunciato una inconcepibile «campagna pubblicitaria» in favore dell’infibulazione « Protégeons les filles » : la mystérieuse campagne pro-excision qui fait débat au Mali – et en France – Boulevard Voltaire , iniziata nel Mali, un paese di oltre 20 milioni di abitanti che ha fatto parte dell’Africa occidentale francese per decenni ed ha ottenuto la piena indipendenza nel 1960.
Ebbene, il blog ha reperito dei manifesti promozionali che sostengono le mutilazioni genitali femminili in Mali con lo slogan mostruoso di «salviamo le ragazze»!
«Con le immagini di diverse personalità maliane», tra cui i volti iconici di «alcuni imam», questi manifesti intendono promuovere il mantenimento della pratica «delle mutilazioni genitali femminili in Mali» in nome della necessità di «costruire il futuro» delle ragazze, attraverso la «sensibilizzazione», «l’educazione» e la «mobilitazione comunitaria».
Si tenga presente che l’infibulazione, nell’ottavo Stato africano per estensione, mussulmano sunnita al 92% (i cristiani sono meno del 3%), sarebbe stata praticata «sull’89% delle donne» che oggi lo abitano. I manifesti, blasfemi e assurdi, dicono per esempio che un certo imam maeliano Mahmoud Dicko «guida spirituale» e difensore «dei valori, della fede e della dignità umana» affermerebbe netto: «Sì all’infibulazione» con lo scopo di «proteggere le ragazze» (da che?) e «rispettare la legge».
Pare incredibile eppure il Mali non ha mai ufficialmente e totalmente bandito la pratica ed infatti Alissata Ndiaye, direttrice del «Gruppo per l’abolizione delle mutilazioni sessuali» in Africa ha confidato al Figaro che l’infibulazione è una tradizione molto diffusa localmente e «decidere di abbandonarla» può equivalere «a un esilio sociale».
Proprio per la forte presenza di donne di origine africana, la Francia di Emmanuel Macron ha dato vita ad una campagna sui mezzi di trasporto pubblici come Abribus, che pare pazzesca nel 2026, per denunciare la mutilazione genitale femminile. I cartelloni choc del governo di Parigi dicono alle cittadine di origine africana che si accingono a rimpatriare per le vacanze che «l’infibulazione non deve far mai parte del viaggio», altrimenti, testuale: «Impazienti all’andata, mutilate al ritorno» « L’excision ne fait pas partie du voyage » : quand la France tente de briser une tradition africaine à coups de slogans – Valeurs actuelles
Può sembrare una fraseologia troppo cruda o poco rispettosa delle cittadine straniere, ma secondo i numeri forniti dal «Ministero dell’Uguaglianza tra le donne e gli uomini», presieduto da Aurélie Bergé, non sarebbero meno di «139.000» le donne viventi stabilmente in Francia che hanno subito l’infibulazione, e il loro numero sarebbe perfino cresciuto negli ultimi anni.
Nella regione di Parigi, la Seine-Sainte-Denis, a forte presenza africana e maghrebina, le associazioni femministe e anti-infibulazione dicono che «una donna su 10» avrebbe ricevuto una mutilazione sessuale nel 2026, e da qui è sorto il rafforzamento della campagna governativa.
L’attrice francese di origine ivoriana Naky Sy Savané, nota sugli schermi per Lupin e fondatrice del «Collettivo delle donne africane contro l’infibulazione» ha appena dichiarato che «le vacanze sono dei momenti critici» perché «la partenza di certe famiglie verso i paesi di origine» espone le bambine ai «rischi della mutilazione».
«La soluzione» conclude la militante va ricercata «tra gli africani stessi»: «i dirigenti, i capi religiosi e tradizionali» debbono riunirsi e collaborare «per porre definitivamente fine all’escissione». E noi europei, laici o credenti, dobbiamo impegnarci per sradicare un costume, esterno alla nostra civiltà, che rischia di essere preso sottogamba in nome della tolleranza, dell’inclusione e del rispetto per le «altre culture».






