
Fermi tutti. C’è qualcuno che sa chi, con Pino Pelosi (o da solo, senza il contributo di Pelosi?), ha realmente ucciso Pier Paolo Pasolini la notte del 2 novembre 1975. C’è qualcuno che dice di saperlo, almeno. Si tratta di Aldo Colonna, settantottenne romano, collaboratore de “Il Manifesto” e prolifico estensore di scritti incentrati sul delitto dell’Idroscalo di Ostia – questi ultimi ospitati da anni sulle pagine del quotidiano comunista – e sulla morte di Luigi Tenco, che di Colonna è l’altro cavallo di battaglia. In un articolo apparso lo scorso 22 agosto (con il titolo “Nell’ambiente di Termini”) appunto su Il Manifesto, all’interno dell’inserto “Alias”, Colonna ha dichiarato, parafrasando Pasolini: «Eccoci al dunque. Io SO i nomi di coloro che lo hanno massacrato e li ho affidati alla Procura di Roma, oltre che nelle mani di un altro magistrato. Sono già stato ascoltato dalla Polizia Giudiziaria, adesso aspetto che Lo Voi mi convochi». Non sappiamo se la convocazione da parte di Francesco Lo Voi, attuale Procuratore della Repubblica di Roma, ci sarà mai; però, esaminando il suddetto articolo di Colonna, possiamo senz’altro verificare se le premesse per tale convocazione sussistano. E la risposta non è, a nostro avviso, positiva.
Intanto Colonna inizia il pezzo con una «suggestione» (è lui stesso a definirla così), ossia con qualcosa che è esattamente agli antipodi rispetto a un’evidenza o a una prova. «Probabilmente il fatto che Veltroni sia tornato sul delitto Pasolini (4 settembre scorso, Corsera) a ridosso del 2 agosto (strage di Bologna) potrebbe significare che la verità sia da recuperare nel mondo del neofascismo e dell’eversione nera; se fosse fondata la suggestione (la nostra) sfonderebbe una porta non aperta ma spalancata». A corroborare l’idea che Pasolini sia stato ammazzato (anche?) dai neofascisti sarebbe quindi, per Colonna, il fatto che Walter Veltroni abbia pubblicato un articolo sull’uccisione di PPP – articolo in cui i neofascisti, peraltro, non vengono mai esplicitamente indicati come possibili autori del delitto – il 4 di agosto (non di settembre, come riportato da Colonna), due giorni dopo l’anniversario della strage del 1980 alla stazione di Bologna. Ci sembra francamente un po’ poco.
Poi, non diversamente da Veltroni, Colonna insiste nel sostenere che Pasolini fosse andato all’Idroscalo per recuperare la dozzina di pizze di Salò o le 120 giornate di Sodoma (film da lui già finito di montare) che a Ferragosto del ’75 era stata rubata, assieme a bobine del Casanova di Federico Fellini e di Un genio, due compari, un pollo di Damiano Damiani, dalla Technicolor di via Tiburtina. Gli argomenti con cui l’articolista spiega tale sua convinzione sono i seguenti. Pasolini, innanzitutto, sicuramente non si recò a Ostia per «consumare un veloce rapporto sessuale» giacché lo scrittore («Me lo confidò lui stesso», afferma Colonna, senza però dire quando e in che contesto) aveva «un’idea del sesso e del suo consumo orgasmici. Quando incontrava qualcuno che potesse soddisfare i suoi parametri, viveva l’impotenza di velocizzare quel rapporto in modo quasi febbrile». Premesso che un po’ di tutti, credo, abbiamo volenti o nolenti un’idea (e auspicabilmente una pratica) «orgasmica» del sesso, in che modo la presunta smania pasoliniana di velocizzare un rapporto sessuale smentirebbe che il poeta fosse andato all’Idroscalo per «consumare un veloce rapporto sessuale»? Sembrerebbe piuttosto confermarlo. Poi le bobine di Salò. «Pasolini», scrive Colonna, «andò all’Idroscalo nel tentativo di recuperare le pizze di Salò, vissuto più che altro dalla caparbietà di raggiungere una completezza inutile: il film era stato già montato». Insomma, nello stesso momento in cui riconosce che Pasolini non aveva alcun bisogno di recuperare quelle bobine (che, anche a volercele infilare, non sarebbero neppure entrate nella sua Alfa GT), Colonna afferma che Pasolini era andato all’Idroscalo (non si capisce perché in compagnia di Pelosi) per riprendersele. Motivo? Pasolini «viveva un sano/insano desiderio di assoluto, lui che non aveva paura di nessuno». La sensazione è che Lo Voi, se la convocazione in Procura dovesse esserci, avrà qualcosa da eccepire.
Il riferimento alla temerarietà di Pasolini è seguito da un aneddoto che mette ulteriormente e gravemente in dubbio l’attendibilità di Colonna, il quale scrive (in un italiano che riportiamo testualmente e da cui ci dissociamo, sia qui sia rispetto alle citazioni successive): «Un giorno, sul set di un film di Monicelli di cui facevo l’assistente, ci fece visita Pasolini e un generico che aveva partecipato a Brutti, sporchi e cattivi, uno alto e robusto, uno difficile da battere. Bene, sfidato da Pasolini a braccio di ferro, questo lo atterrò in men che non si dica e l’altro sembrò verosimilmente dolorante». Malauguratamente, il film di Ettore Scola Brutti, sporchi e cattivi è del 1976, dunque temporalmente successivo alla morte di Pasolini, per cui è ben curioso – per non dire impossibile – che il generico vi avesse già partecipato nel giorno cui PPP lo umiliò a braccio di ferro sul set di non meglio identificato film di Monicelli.

Prosegue Colonna, che scopriamo essere anche un infiltrato nella delinquenza romana (o magari nazionale): «La frequentazione di Pasolini, anni di lavoro oscuro, l’infiltrazione nella criminalità più feroce mi hanno radicato nel convincimento che i moventi dell’assassinio sono sostanzialmente due». Potrebbero pertanto essercene altri? Colonna sembra non escluderlo, ma restiamo ai due sostanziali. Il primo: «Lo sfregio fatto ad un notabile, il che giustificherebbe di per sé gli anni di oblio e di allontanamento dalla verità». Quale notabile? E appartenente a quale mondo, quello della politica? Colonna non lo dice, forse sta tenendo in serbo queste informazioni per Lo Voi. Il secondo: «La verità che Tullio De Mauro aveva trovato e che lo condusse a morte avrebbero fatto sì che Pasolini, alle prese con una ricerca analoga, seguisse la stessa sorte». Colonna, oltre a non premurarsi di spiegare al malcapitato lettore che sta parlando delle indagini svolte dal giornalista Mauro De Mauro (da Colonna chiamato Tullio, che di Mauro De Mauro era il fratello linguista) intorno alla morte di Enrico Mattei, argomento pure del romanzo di Pasolini (postumo e incompleto) Petrolio, si guarda accuratamente, anche in questo caso, dal fornire uno straccio di motivazione che supporti ciò che afferma.

E si giunge così alla novità clamorosa, alla bomba giornalistica. «Ma c’è ora un elemento di novità relativo all’epoca alla prostituzione maschile minorile che ruotava intorno alla Stazione Termini e alle Terme di Diocleziano che ci impone una riflessione. Freddie Paul Grunert, artista di vaglia, riferisce come Dino Pedriali avesse organizzato una conferenza-stampa, a Venezia, alla fine degli anni 80, durante la Biennale accusando apertamente Giovanni Carandente, Giancarlo Menotti e Jean Clair di essere i mandanti dell’omicidio: i tre, implicati nell’orda pedofila, sapevano che Pasolini indagava in quella direzione». Ora, di questa fantomatica conferenza stampa veneziana di cui, non si sa quando né dove, avrebbe parlato l’artista di vaglia Grunert – conferenza stampa durante la quale Dino Pedriali (il fotografo che immortalò Pasolini a Sabaudia e a Chia nell’ottobre del 1975) avrebbe addirittura accusato due storici dell’arte (Carandente e Clair) e un compositore (Menotti) di essere i mandanti dell’omicidio di Pasolini in quanto coinvolti «nell’orda pedofila» – non vi è traccia da nessuna parte, circostanza piuttosto strana visto il tenore e i destinatari delle accuse che Pedriali avrebbe lanciato. Ma poi, poche righe prima, Colonna non aveva asserito che Pasolini fosse stato ucciso dai neofascisti poiché, indagando sulla morte di Mattei, aveva arrecato un imprecisato «sfregio» a un notabile?

Adesso ci racconta che PPP indagava invece su un grosso giro di pedofilia (dove, a Roma?) in cui erano coinvolti tre importanti intellettuali che Dino Pedriali, benché nessuno abbia a suo tempo riportato la notizia, aveva pubblicamente tacciato di essere i mandanti dell’omicidio del poeta (quindi Carandente, Menotti e Clair ordinavano e i neofascisti eseguivano?). A noi sembra di essere di fronte a un delirio, chissà cosa – eventualmente – ne dirà il dottor Lo Voi.
In conclusione, non abbiamo fatto in tempo, nella nostra replica a Walter Veltroni di qualche giorno fa, a invocare attinenza ai fatti accertati e accertabili, scrupolo nella ricostruzione cronologica degli eventi, uso della razionalità, severa verifica delle voci di cui si viene a conoscenza, rifiuto delle facili suggestioni che arriva – per l’ennesima volta – Aldo Colonna a proporre un vero e proprio cumulo di tutto ciò che abbiamo appena elencato. Producendo, per eterogenesi dei fini, l’increscioso risultato di trascinare nella sfera del comico quello che rimane, è bene non dimenticarsene, un efferato e orrendo delitto.






Salve dott. Pollicelli. Intanto, ritengo sia molto importante che lei abbia citato i lavori di Colonna su Luigi Tenco, segnatamente questi: https://www.bompiani.it/catalogo/vita-di-luigi-tenco-9788845283604 – https://www.castelvecchieditore.com/prodotto/atti-relativi-alla-morte-di-luigi-tenco/ – Come lei, certamente, saprà l’ex Commissario di P.S. (“Polizia di Stato” non “Post Scriptum”) Arrigo Molinari (tessera P2 n. 767), in servizio nel 1967 a Sanremo durante i drammatici giorni della morte del cantautore, dichiarò il 29 febbraio 2004 a “Domenica In”, intervistato da Paolo Bonolis, che la morte di Luigi Tenco non fu un suicidio ma un “omicidio collettivo” (audio qui: https://youtu.be/sAlG3W-QS6w). All’epoca dei fatti, invece, lo stesso Molinari aveva archiviato la prima dinamica parlando subito di gesto estremo. Un anno dopo aver cantato la sua palinodia a “Domenica In” Molinari venne ucciso in un modo assai bislacco. Coincidenza, mera coincidenza. Veniamo ora ai suoi appunti sul pezzo di Colonna che ho caricato qui per i lettori: https://docdrop.org/pdf/Pasolini-nuove-indagini-nell%E2%80%99ambiente-di-Termini-sv9sg.pdf/ dove ho evidenziato i passaggi, a mio avviso, più importanti. L’affermazione di Vincenzo Vinciguerra, citata da Colonna, si trova in questo articolo: https://www.andreacarancini.it/2023/08/vincenzo-vinciguerra-i-nemici-del-popolo/ nel quale Vinciguerra scrive: “Il 2 novembre 1975, a Ostia (Roma), militanti di destra uccidono Pier Paolo Pasolini” (e c’è un commento all’articolo dello stesso Colonna). Sulla frase di Colonna: “Un giorno, sul set di un film di Monicelli di cui facevo l’assistente, ci fece visita Pasolini e un generico che aveva partecipato a Brutti, sporchi e cattivi, uno alto e robusto, uno difficile da battere. Bene, sfidato da Pasolini a braccio di ferro, questo lo atterrò in men che non si dica e l’altro sembrò verosimilmente dolorante”, lei ha torto e le spiego perché. Il film esce nelle sale il 23 settembre 1976 e viene girato a Roma tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. Ettore Scola, come è noto, voleva affidare a Pasolini un’introduzione al film in cui il poeta-cineasta, figura fondamentale nel raccontare le periferie romane, apparisse di persona, purtroppo, però, l’uccisione del poeta il 2 novembre del 1975 ad una manciata di chilometri dal set di Torvaianica dove stava lavorando la troupe di Brutti, sporchi e cattivi in quei giorni rese impossibile la realizzazione del prologo che Scola aveva affidato a Pasolini. Dove lo troviamo scritto? Qui: https://www.cgtv.it/news/5-cose-che-dovresti-sapere-su-brutti-sporchi-e-cattivi/ Questo significa che Scola era sul set del film già prima del 2 novembre 1975 e quel “generico” citato da Colonna aveva già potuto parteciparvi. Ha ragione, invece, sul lapsus “Tullio De Mauro”, ovvio che si tratta di Mauro De Mauro. Altra cosa importante: è vero che Colonna ha segnalato alla Procura di Roma alcuni nomi riconducibili agli assassini di Pasolini, ed è già stato ascoltato dalla Polizia Giudiziaria, ma non c’è nulla nel suo articolo che dimostri che quei nomi corrispondano a Giovanni Carandente, Giancarlo Menotti e Jean Clair. Su questi 3 nomi, ed è vero, non abbiamo la trascrizione della conferenza-stampa organizzata da Dino Pedriali a Venezia, alla fine degli anni ’80. Occorre, quindi, a mio avviso, sospendere il giudizio. Da ultimo, mi lasci dire una cosa: i giornalisti possono (anzi, debbono, secondo me) proporre “suggestioni”, unire i puntini e fare collegamenti, non sono magistrati obbligati a provare ogni singola lettera delle parole che pronunciano, non lo sono. Ragion per la quale, quella “suggestione” proposta da Colonna (su input di terzi, che non cito) tra il 2 agosto (giorno della strage di Bologna) e il pezzo di Veltroni del 4 agosto resta “ficcante”, ci sta, è nelle cose, è verosimile. La saluto molto cordialmente invitandola, nel contempo, a recensire anche i libri di Simona Zecchi sul delitto Pasolini (sono 3).