
“Nulla è finito e tutto comincia”,
La recente scomparsa di Raoul Vaneigem, ex dell’Internazionale Situazionista (Is), riporta all’attenzione di alcuni osservatori, oltre alla sua coerente figura di critico radicale della società, il ruolo storico dei moti del 1968 e dei movimenti che vi partecipano. Un giudizio in tal senso richiederebbe un’analisi più approfondita, ma qui si può azzardare un’ipotesi.
Il Sessantotto è un’insurrezione contro il vecchio mondo. Vi s’intrecciano componenti in contrasto: da un lato, l’emergere di una rottura totale nei confronti del capitalismo (privato e statale), in vista del suo abbattimento; dall’altro, l’esigenza di una sua modernizzazione.
Per una sorta di eterogenesi dei fini, i contestatori – lo vogliano o no – aiutano il mondo, che dicono di combattere, liberandolo da sovrastrutture obsolete (i costumi sessuali, ad esempio), svolgendo così un compito, a volte inconsapevole, non antisistema, ma di gestori del sistema.
Del resto, buona parte della generazione di quegli anni si “ricicla” in università, tv, giornali, approdando anche alle diverse istituzioni politiche: spesso, da “arrabbiati”, diventano “cagnolini ubbidienti” ai desiderata dell’élite dominante.






