
Jean Cau non era stato, in vita, un autore marginale. Aveva vinto il Goncourt a soli trentasei anni, si era affermato come una delle grandi firme del giornalismo transalpino e aveva scritto una sessantina di romanzi, reportage, saggi e pamphlet. Eppure, quando morì a Parigi il 18 giugno 1993, non ancora sessantottenne, era già cominciata l’opera di rimozione.
La sinistra lo aveva derubricato a polemista intransigente e inaffidabile, imprimendogli addosso la marchiatura riservata agli apostati: traditore. Colpevole di essersi lasciato alle spalle la gauche caviar e, ça va sans dire, di intelligenza con il nemico.
Pascal Eysseric, giornalista e direttore di Éléments, ne ha così riassunto la sorte: «Da vivo, la sinistra lo aveva maledetto; da morto, la destra lo trovava ingombrante».
La destra ufficiale, non certo la piccola e coraggiosa Settecolori di Pino Grillo, che in quello stesso 1993, propose ai lettori italiani Il popolo, la decadenza e gli Dei: una critica sferzante della società contemporanea e dell’egualitarismo. Il «popolo» era quello in carne e ossa, non l’astrazione evocata dagli intellettuali engagés; la «decadenza» era la severa diagnosi di un Occidente che aveva smarrito forza, tradizioni e gerarchie; gli «Dei» rinviavano alla necessità di ritrovare, oltre la modernità, un rapporto con il sacro.
Alain de Benoist, maître à penser della Nuova Destra francese, arrivato a Milano per presentare il libro, di cui è prefatore, colse l’occasione per andare alla Scala a vedere La vedova allegra. Una combinazione che avrebbe divertito Cau.
Oggi è ancora la Settecolori di Manuel Grillo a riportare il genio francese nelle librerie con Esercizi di memoria, fino a ora inedito in Italia. Uscito in Francia nel 1985 con il titolo Croquis de mémoire, è un libro di incontri e di ritratti che l’autore ricuce per i suoi sessant’anni. «Il libro del congedo», lo definisce Alessandro Gnocchi nella bella recensione pubblicata sul Giornale il 23 agosto.
Indubbiamente, Cau aveva conosciuto scrittori, politici, attori, filosofi, giornalisti, toreri: da de Gaulle a Mitterrand, da Camus a Jünger, da Ava Gardner a Orson Welles. Ma più di ciò che dicono, gli interessano le fattezze, i gesti, le voci, le debolezze, le contraddizioni.«Cau ha l’occhio del pittore fiammingo che non perdona un doppio mento ma non lo trasforma in caricatura: lo mette al suo posto, nella luce giusta», scrive Gnocchi.Non riassume una vita: coglie un particolare e lascia che sia quello a tradire il personaggio.
Il talento di osservatore, del resto, lo aveva già esercitato da una postazione privilegiata sulla borghesia parigina: l’Express. Paracadutisti, studenti, comunisti, corse automobilistiche, presidenti della Repubblica, attrici come Brigitte Bardot: tutto poteva diventare materia narrativa.

Raccontando gli altri, in Esercizi di memoria, Cau finisce inevitabilmente per raccontare se stesso.
Eccolo, tra le pagine, in nuce, il giovane Jean da Bram, classe 1925, che arriva Parigi per frequentare al liceo Louis-le-Grand i corsi preparatori all’esame di ammissione all’École Normale Supérieure. Figlio di un operaio e di una donna delle pulizie, è preso subito di mira da alcuni «studenti di buona famiglia». Tentano di sottoporlo ai rituali del nonnismo, ma reagisce a modo suo. Si slaccia il cinturone da soldato della Wehrmachtche aveva arraffato durante la Liberazione della sua cittadina e fa roteare la fibbia, sulla quale è incisa la scritta «Gott mit uns!», «Dio con noi». Poi avverte: «Il primo che si avvicina, gli spacco la faccia!». Gli anziani, sbalorditi, fanno un passo indietro.
Una piccola rivolta che dice già molto dell’uomo che diventerà, poco incline a lasciarsi mettere in riga. Cau ha già pronta in tasca anche un’alternativa all’ÉcoleNormale: arruolarsi. «Ma dove, se non tra i paracadutisti? Il resto, ammettiamolo, non aveva nessun profumo di eroismo». Fortunatamente per più generazioni di lettori, le unità paracadutiste sono poche e i reclutamenti chiusi.
È Sartre a introdurlo nel mondo della letteratura. Non dalla porta principale, ma da quella di servizio: come segretario, factotum, uomo di fiducia. Per undici anni gli sta accanto. Una porta a specchio separa il caotico studio del maestro dalla piccola stanza nella quale Cau lavora.
Cau ricorda le spaghettate notturne con il piccolo clan ammesso a corte, le discussioni alimentate dal whisky e dalle Dunhill, ma anche la crescente sensazione di estraneità rispetto a un ambiente nel quale ci si deve infiammare per le intuizioni del maestro per non rischiare l’esclusione. La separazione professionale da Sartre avviene nel 1957. Negli anni successivi quel distacco personale si trasforma progressivamente in rottura politica con la sinistra.
Fu vero amore oppure un maledetto equivoco? «Non dubitavo della mia capacità di sbattere la porta di quella chiesa per andare a salvarmi o a dannarmi altrove», scrive Cau. «Ero evaso, senza avvertire le guardie, dalle celle del “partito intellettuale”». La sua non è una conversione. È il rifiuto dell’idea stessa di appartenere a una parte: «I militanti sono come le spugne: aderiscono».
La riscoperta delle proprie radici occitane, la presa di posizione sulla guerra d’Algeria, la polemica contro gli intellettuali che abbracciano cause lontane e infine l’appello a votare de Gaulle contro Mitterrand nel 1965 scandiscono un allontanamento ormai irreversibile. Ma c’è soprattutto la corrida.
La tauromachia smette di essere una semplice passione privata e diventa una forma mentale, quasi un modo di stare al mondo. Nell’arena Cau ama la possibilità concreta di misurarsi con l’inappellabile. Il torero è solo davanti al toro. Non può delegare il rischio, non può nascondersi dietro un’idea, non può invocare la nobiltà delle proprie intenzioni. Risponde dei suoi gesti con il corpo.
La corrida occuperà un posto importante nella sua scrittura: Sévillanes, Les Oreilles et la Queue, La Foliecorrida, Nimeno II, torero de France.
Ludovic Marino e Louis Michaud, autori di Jean Cau, l’indocile, la prima biografia dello scrittore pubblicata da Gallimard nel 2024, gli hanno cucito addosso una camicia che gli calza a pennello: una vita passata a «toreare la letteratura».
È la stessa attitudine con la quale Cau interviene nel dibattito pubblico. Sferza la società dei consumi, il conformismo culturale, le mode ideologiche. «Mi vedevano come il traditore schifoso che non si sparava una pallottola in testa come Drieu La Rochelle», scriverà, anche se in realtà Drieu anticiperà tutti col suo suicidio.
Cau ha sviluppato robusti anticorpi contro ogni appartenenza, conserva l’allergia alle ortodossie e difende la necessità di parlare con la propria voce. Preferisce «volteggiare», coprire il fianco, invece di marciare nel grosso della truppa. Per questo Marino e Michaud lo definiscono «un uomo di destra con un’etica, per certi aspetti, di sinistra».
Quando torna sui personaggi incontrati nel corso della vita, la politica arretra non di uno ma di due passi. Rimangono gli uomini, con le loro grandezze e le loro meschinità, a comporre il ritratto di un’epoca.
Alla fine Sartre è di nuovo davanti a lui. Il ragazzo entrato ventenne nella casa dell’intellettuale più celebre di Francia torna a scrutare il vecchio maestro. E consegna il loro rapporto a una frase nella quale gratitudine e ribellione non possono più essere separate: «Non gli devo niente, ma gli devo tutto».






