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ifendendo l’indifendibile, il veto alla utilizzazione delle mail tra Del Mastro e il prestanome del boss Senese, Galeazzo Bignami ha sfiorato la verità.
Le alte grida dell’opposizione di sinistra poco possono, ancora meno la loro indignazione perché il Presidente del Gruppo parlamentare di Fd’I, citando le responsabilità di Oscar Luigi Scalfaro nella Trattativa, paradossalmente – pur confusamente – ha toccato il nervo più che scoperto della Repubblica. Per non parlare della revoca di 171 regimi carcerari di 41 bis disposti da Giovanni Conso, Ministro della Giustizia e uomo di Scalfaro, dopo la “consegna” di Totò Riina.
Non solo per mano di Cosa Nostra e di Riina morì Paolo Borsellino.
Anche se è vero che restano ancora pezzi del puzzle da scoprire e che alcuni mandanti restano nell’ombra, oggi possiamo affermare con certezza che Paolo Borsellino fu isolato e mandato a morire per essersi messo di traverso rispetto ai rappresentanti dello Stato che trattavano con i capi di Cosa Nostra.
Ed è da quest’ultima e tragica fase di trattativa che nasceranno le “magnifiche sorti e progressive” della Seconda Repubblica.
Tra i beneficiari di questo “patto” troviamo certamente Oscar Luigi Scalfaro, eletto Presidente della Repubblica sull’onda emotiva provocata da quei 500 chili di esplosivo, il 25 maggio a soli due giorni da Capaci.
Alla sua prima uscita pubblica, alle esequie di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti caduti, il neo Presidente rischiò il linciaggio da parte dei colleghi degli agenti caduti e dalla folla.
Stesso rischio corse in quel frangente il capo della Polizia Vincenzo Parisi, uomo di Scalfaro come Nicola Mancino, l’ambiguo personaggio che negò di aver incontrato Paolo Borsellino appena nominato, in un incontro drammatico alla presenza dello stesso Parisi e di Bruno Contrada.
Scalfaro, insieme a parti del mondo democristiano e della sinistra, si era “salvato la vita” mandando a morire l’unico che si era opposto.
Da solo.
Questi elementi storici e processuali rendono evidente che fu proprio questa “causale” ad imprimere l’accelerazione temporale della strage.
Altro che fantasiosi Dossier Mafia Appalti e improbabili “piste nere”.
Paolo Borsellino doveva morire subito perché aveva capito e avrebbe tirato presto le fila di quell’indagine appuntata sinteticamente ma inesorabilmente nella sua Agenda rossa.
Quell’Agenda rossa che non è mai stata ritrovata e che non fu fatta scomparire dai corleonesi o da Totò Riina, ma da uomini in divisa, gli stessi che si diedero da fare successivamente per costruire il “più grande depistaggio giudiziario della storia d’Italia”.







