
Ci sono opere liriche che, oltre a raccontare un’epoca, parlano al presente. Aida di Giuseppe Verdi è una di queste. L’epoca è movimentata. Aida, infatti, debutta il 24 dicembre 1871 al Teatro dell’Opera del Cairo, su libretto di Antonio Ghislanzoni, scritto a partire dal soggetto dell’archeologo francese Auguste Mariette, primo direttore del Museo Egizio della capitale.
Il progetto dell’opera deriva dall’intento di Ismail Pascià, khedivé d’Egitto, di celebrare l’inaugurazione del canale di Suez nel 1869, ma le esitazioni di Verdi prima di accettare, la sconfitta francese nella guerra contro la Prussia e la seguente guerra civile, tardano le prove, previste tra Milano e Parigi.
Quanto al presente, un secolo e mezzo dopo e in coincidenza con la chiusura dello stretto di Hormuz, l’opera non perde la forza del suo messaggio, unendo il fascino di una vicenda antica alla profondità di un dramma di amore, potere, guerra e libertà.
La ragion di Stato
L’apparente monumentalità dell’opera – grandi scene corali, marce trionfali, imponenti quadri scenici – non inganni. Il cuore di Aida è l’intimo conflitto di Aida, principessa etiopica resa schiava degli Egizi; quelli di Radamès, comandante dell’esercito egizio, e di Amneris, figlia del faraone, dilaniati da scelte impossibili, sospesi tra ragione di Stato e sentimento. Questa dimensione rende l’opera sorprendentemente moderna.
Tra i più autorevoli interpreti del teatro verdiano, Massimo Mila sottolinea che “la musica di Verdi è teatro”, perché ogni pagina racconta personaggi, passioni e conflitti interiori. La forza del compositore risiede nell’ispirazione melodica e nella capacità di dare voce alla verità dell’uomo attraverso la musica.
Non a caso Aida è divenuta il simbolo del Festival dell’Arena di Verona. Già nel centenario della nascita di Verdi, il 1913, è quest’opera a inaugurare quella che diverrà la più importante rassegna lirica all’aperto. Da allora, ogni edizione rinnova la tradizione, richiamando spettatori da ogni continente.
Il trionfo nel II atto
La monumentalità dell’anfiteatro romano di Verona amplifica la dimensione epica dell’opera, senza soffocarne la componente intima. Qui il celebre trionfo del secondo atto convive col silenzio struggente del finale, quando Aida e Radamès affrontano insieme la morte, in una delle pagine più alte del teatro musicale.
Ogni rappresentazione conferma che Aida, oltre che spettacolo di grande impatto visivo, interroga il pubblico sui grandi temi dell’esistenza. La lezione di Verdi è trasformare la musica in emozione, il teatro in riflessione, l’arte in linguaggio universale. Ed è forse questo il segreto dell’incanto che si rinnova sotto il cielo dell’Arena, con la regia di Franco Zeffirelli, magistrale tra quelle degli ultimi 50 anni.
Aida, regia e scenografia di Franco Zeffirelli; direttore d’orchestra Francesco Ommassini,; interpreti: Simon Lim (il re), Clémentine Margaine (Amneris), Aleksandra Kurzak (Aida), Roberto Alagna (Radamès), Youngjun Park (Amonasro) Alexander Vinogradov (Ramfis). Verona, Arena: 9, 15, 23, 30 agosto; 4 e 10 settembre






