Per Francesco Guccini. Lettera a chi (non) amava questo poeta della classe ’40. In un certo senso, uno di noi
"Richiamano le classi” (Vittorio Sereni). “Il bosco si dirada” (Piero Chiara). E così ci sono giorni nei quali, anche in compagnia, ci si sente tanto soli
Che cosa ho avuto in comune con Francesco Guccini (Modena, 14 giugno 1940 – Sambuca Pistoiese, 6 agosto 2026)? Non le idee. Non le esperienze. Non le frequentazioni. E tuttavia qualcosa ho avuto di importante. Appartenevamo, più o meno, alla stessa generazione. Che si assottiglia: “Richiamano le classi”, scriveva Vittorio Sereni. “Il bosco si dirada”, diceva Piero Chiara Ortega y Gasset e Karl Mannheim spiegano come, appunto, una generazione non sia definita dall’uniformità del pensiero, ma dall’esperienza storica condivisa: uomini e donne, che attraversano gli stessi avvenimenti, negli stessi anni della vita.
Ciascuno li interpreta secondo la propria sensibilità, la propria cultura, le proprie convinzioni. I giudizi possono essere lontanissimi, persino opposti. I “momenti” sono gli stessi. E’ questo ad accomunare persone che non si sono mai conosciute e che hanno dissentito su quasi tutto.
Con Guccini è stato così. Non mi sono mai riconosciuto nelle sue posizioni ideologiche. Ma non l’ho mai confuso con la marmaglia, né l’ho mai considerato un demagogo. Gli ho sempre attribuito autenticità, coerenza, statura umana.
Per questo la scomparsa di Guccini mi riguarda. Non perché venga meno qualcuno che la pensava come me. Ma in quanto se ne va un testimone del tempo che abbiamo vissuto.
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