Alla tradizionale domanda che anima i cortili delle scuole del ‘900, consistente nel distinguere i fan dei Beatles da quelli dei Rolling Stones, alcune menti maliziose – incluso chi scrive – rispondono: “Io sono dei Who”. Ci si arrangia con le battaglie di Hernani*, come meglio si può. Certo, il quartetto non è proprio come gli altri: Pete Townshend, chitarrista dalle pretese intellettuali a volte un po’ fumose; Roger Daltrey, cantante rabbioso, per cui il rock è l’unico modo per sfuggire alla fabbrica; John Entwistle, impassibile e virtuoso bassista; Keith Moon, batterista folle. Solo i primi due sono ancora attivi: gli altri hanno perso la vita a causa di sostanze così diffuse nel mondo dello spettacolo.
Terzi incomodi
Di quel trio di un tempo, gli Who sono i meno amati. In meno di 10 anni di esistenza, i Beatles stravolgono tutto, plasmando da soli il futuro della musica popolare. Meno ambiziosi, i Rolling Stones si accontentano di sfornare un blues-rock senza pretese, anche se spesso non mancano lampi di genio. Insomma, i Beatles inventano, gli Stones riciclano. E gli Who? In un numero speciale dedicato dai nostri colleghi di Rock & Folk e pubblicato in collaborazione coi colleghi della rivista inglese Uncut, Peter Townshend ne parla più in dettaglio nella prefazione che ha gentilmente scritto: “Gli Who non hanno inciso molti album, visto il numero di anni che sono al mondo. Registriamo dal 1964. Ma i nostri lp eccezionali sono rarissimi. Questo vale per molti dei suoi colleghi, che però non hanno tutti la stessa lucidità, la stessa umiltà.
In principio è il long playing
Ma torniamo al 1966. Come detto in precedenza, gli Who stentano a farsi strada tra Stones e Beatles. Ma un evento cambierà radicalmente le carte in tavola: l’arrivo degli lp. Un tempo, tutto si esauriva in un 45 giri. Una canzone per lato e via! Ora c’è più spazio e Pete Townshend se ne appropria subito, con A Quick One, While He’s Away, mini-opera di poco più di 9 minuti. Non è il loro lavoro migliore e non è eccezionale; ma almeno rivoluziona il rock dell’epoca. In un registro quasi simile, anche i concept album, in cui le canzoni si susseguono, cercando di seguire una storia spesso contorta, strizzano l’occhio all’opera rock. Nel migliore dei casi con i King Crimson e il loro sontuoso Inthe Court of The Crimson King, i Pink Floyd con The Dark Side of the Moon. E nel peggiore con gli Ange, gruppo francese preferito dai professori iscritti al Parti Socialiste Unifié (Psu) di Michel Rocard, la cui unica utilità evidente è venir diffuso a ripetizione nelle celle di Guantánamo: dopo 20′, l’islamista dell’Isis confessa di essere sionista; ciò la dice lunga sull’efficacia del savoir-faire francese. E che dire degli inglesi degli Yes, digeribili quanto un cosciotto alla menta, marinato in un tombino di fogna. “No“, evidentemente.
Campione di flipper e guru
Più seriamente, i Who sono recidivi con la loro grande opera Tommy nel 1969. La storia è del tutto inetta: un ritardato mentale, sordomuto e cieco, diviene campione di flipper e guru senza saperlo. Poco importa, infatti gli inni sono all’appuntamento. Pinball Wizard, I’m Free e, soprattutto, See Me, Feel Me / Listening To You, canzone che nello stesso anno, al Festival di Woodstock, da del tu agli angeli.
La moda è ormai lanciata. Jesus Christ Superstar, opera del duo inglese Tim Rice/Andrew Lloyd Webber, ai quali si dovrà in seguito il trionfo del genere, e Evita, dedicata alla moglie del presidente argentino Juan Perón, è un successo che conquista anche la Francia, grazie all’adattamento di Pierre Delanoë.
Nudi alla meta
Intanto Hair, altra opera rock di James Rado e Gerome Ragni, entra in Francia nell’edizione con Julien Clerc e Gérard Lenorman, che muovono i primi passi nel mondo dello spettacolo, con tutto al vento. Insomma, è Hair.
Nel 1975, Tommy è adattato per il cinema da Ken Russell, regista piuttosto folle. Lo è altrettanto il suo film. Pessimo o geniale? Difficile dirlo. Ma la musica la fa da padrona, soprattutto l’interpretazione di Pinball Wizard di Elton John, in bilico su un paio di scarpe Doc Martens alte circa due metri. In termini di grandiosità, nessuno poi ha mai fatto meglio. O peggio, a seconda dei punti di vista.
Il collettivo di Dimitri Casali
Seguirà poi l’ondata dei musical, sorta di operette rock, di cui Notre-Dame de Paris rimane il più noto. E oggi, se Pete Townshend e Roger Daltrey, pionieri del genere, continuano a tenere concerti, la nuova generazione tutta francese non abbassa né la testa, né le spalle. Da qui il successo di Historock, collettivo fondato dal saggista Dimitri Casali, il cui slogan è più che eloquente: “La storia della Francia non si impara a memoria, si impara col cuore”.
Il concetto non è nuovo. Già nel 1973 lo spettacolo intitolato La Révolution française debutta sul palcoscenico. Tra gli interpreti, il cantante Antoine (Napoleone), il giovane Alain Bashung (Robespierre), senza dimenticare i Charlots e Martin Circus, incaricati dell’accompagnamento musicale. Roba grossa.
Moschettieri e crociati
A questi antenati Historock non ha nulla da invidiare. C’è storia e tanto rock, con menzioni speciali ai chitarristi i cui “power chords” ricordano quelli di Pete Townshend in Won’t GetFooled Again, canzone che è un grido d’allarme contro le ideologie del momento, in primis il sinistrismo dilagante. Da notare che i fautori di quest’ultimo detestanoHistorock, allarmati nel vederlo riempire sale sempre più grandi davanti a un pubblico sempre più numeroso. Davvero c’è gente che odia la felicità… Sì, i musicisti suonano vestiti da moschettieri e crociati, con colletti di pizzo e collant. E allora? I musicisti dei Kiss non si travestono? Gli Historock cantano sia dei re, sia del Fronte Popolare, della Francia dei poveri e di quella dei signori. Ne hanno il diritto. E poi le loro canzoni sono spesso belle. Da Tommy a Historock, da Pete Townshend a Dimitri Casali, il cerchio si chiude e la successione è assicurata. Che cosa si può chiedere di più?
Da Boulevard Voltaire
*La battaglia di Hernani è uno scontro letterario e teatrale nella Parigi del 1830 tra fautori del romanticismo e quelli del classicismo. Lo scatena la “prima” del dramma di Victor Hugo.