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Dal 1930 Arnoldo Mondadori, Angelo Rizzoli e Cino Del Duca pubblicano Liala. Nasce la rivalità con Mura…

Il primo libro è un trionfo. Gli editori se la contendono anche per le riviste. Nel 1984 Duccio Tessari firmerà lo sceneggiato Rai-Tv con Massimo Ranieri

di Mauro della Porta Raffo
6 Agosto 2026
in Cultura, Le interviste
0
Amalia Liana Cambiasi Negretti

Per strana e particolare combinazione, ho in qualche modo fortemente contribuito alla pubblicazione dei due romanzi incompiuti, lasciati da Liala. Negli scritti che qui ripropongo, rammento come Primavera Cambiasi, figlia della grande scrittrice, mi abbia raccontato i fatti. Di lì a non molto, i due romanzi in questione, opportunamente completati, hanno visto la luce. A seguire, la vita e le opere della scrittrice e, deliziosamente, i ricordi di Primavera, purtroppo recentemente scomparsa.

Villa “La Cucciola”
Due o tre ripidi tornanti su per via Montello, a 300 m. dal centro di Varese, una svolta a destra, poco ancora ed ecco apparire Villa La Cucciola. Il cancello è spalancato, mi aspettano… Al telefono, Primavera Cambiasi mi ha detto: “Entri pure con la macchina. Con questo tempaccio, è bene non fare neanche un metro a piedi”.
Difatti, piove e la prima cosa che noto, nell’avviarmi al portone d’ingresso, è un vecchio ombrello aperto, infilato per la parte del manico a protezione dei fiori – che non muoiano annegati! – nella terra che riempie un’enorme ciotola. Mi apre Tarsilla (o, molto meglio, ‘Tilla’ come la ribattezzò la “padrona”, quando ne intese il nome per la prima volta infinite decine d’anni orsono e decise di prenderla con sé) e, dando una voce a Primavera, mi introduce al salotto.
Ancora una volta in ritardo sui tempi, eccomi a casa di Liala. Lei viva, mai mi era passato per la mente di andarla a trovare. Come tutti, in città, la incontravo per strada di tanto in tanto e in specie mi capitava di imbattermi in lei quando usciva, perfettamente pettinata ed elegantissima, dal negozio di parrucchiere che Gianni Manghi aveva aperto praticamente in piazza Monte Grappa. In disparte, la osservavo.
“La mamma…”, mi racconta Primavera. Mentre l’ascolto, penso che mai prima un nome mi è apparso altrettanto rappresentativo del carattere della persona che, per così dire, lo indossa.
Primavera è allegra, gioiosa, scoppiettante… Un vulcano. E’ una delle figlie di Liala, quella che (con Tilla, la quale, silenziosamente, ha già portato il tè coi pasticcini) sorveglia il focolare, che si adopera perché il ricordo della madre non svanisca, che spesso ne parla come fosse viva. Mi trovo in una qualche difficoltà, come sempre succede, quando un interlocutore dà per scontato che io sappia più di quanto in effetti conosca a proposito di un argomento.
Primavera mi parla di Moneglia, di quando la madre, obbligata a vivere in quella cittadina di mare, per combattere la noia si era messa a scrivere e poi, un giorno, in treno per andare a Genova dal parrucchiere (teneva da sempre ad essere in ordine), aveva incontrato un amico di famiglia, che conosceva per caso Mondadori… Ed ecco, come d’incanto, appare Signorsì!
Primavera ricorda il grande amore di Liala, quel Centurione Scotto che si inabissò col suo aereo proprio nel lago di Varese…Primavera mi confessa che la mamma ha lasciato un romanzo incompiuto. Le era capitato di incontrare per strada un bellissimo ragazzo nero, vestito da aviatore ed aveva così scoperto che, a Varese, africani studiavano da istruttori di volo. Subito, aveva immaginato e scritto di un amore interrotto, purtroppo, dalla necessità di tornare in patria.
Che farà la ragazza? Seguirà l’amato bene? Resterà per trascorrere il resto della vita, pentendosi di non aver dato retta al cuore?
Le suggerisco di pubblicarlo com’è, senza finale, lasciando libero ciascuno di immaginare l’epilogo che preferisce.
Primavera è contenta che Varese si sia ricordata ufficialmente della madre e che le abbia dedicato una bella e centralissima piazzetta. Non glielo dico, ma è in ragione di questo accadimento che le ho telefonato per un appuntamento e che oggi sono qui. Quasi fosse un segno del destino, lo spazio di Largo Liala è stato ricavato a due metri dall’ingresso del mio studio.
(Panorama, 8 settembre 2005, poi in Eminenti Varesini, 2006 e in C’è posta per Liala, 2007)

Verso Runo
Assolutamente poco ambizioso. Ecco: così, privo di pretesa alcuna, se non quella di arrivare e pochissimo importandomi l’esser considerato un ‘manico’, guido da sempre la macchina e non per niente Giulio, adorato nipote, quando mio ostaggio sulle 4 ruote, dall’alto dei suoi 3 anni scarsi, “Accelera, nonno”, ogni volta mi grida a piena voce.
Eppure, stasera – ed è una novità – diretto a Runo con la Signora d’accanto, al riguardo, mi interrogo e, quasi, mi scuserei. Non posso, difatti, dimenticare la sua, per me spericolata ma di frequente felicemente sperimentata in gara, abilità. E, per collegamento d’idee, ricordo quando Alì Khan, mossiere d’eccezione di una corsa a cronometro in salita, nei pressi di Como, sentendo l’altoparlante annunciare dopo il suo sventolar di bandiera “E’ partita Primavera Cambiasi”, ebbe a mormorare “Peccato. Come faremo adesso, senza primavera?”
“Guida ancora?”, chiedo e subito vorrei mordermi la lingua per lo scortesissimo “ancora”.
“Certo”, si illumina (e ben conosco i lampi improvvisi dei suoi occhi), fingendo di non aver colto la mia mancanza di savoir-vivre, “Anche se solo per andare dal macellaio a Comerio”.
Figlia primogenita della grande Liala, la dolce Signora ne è, a mio modo di vedere, caratterialmente, lontana anni luce. Mai, penso, a Gabriele D’Annunzio sarebbe venuto in mente, conoscendola, di definirla “Compagna di insolenza”, così come fece con sua madre, al Vittoriale, nel loro unico e burrascoso incontro al volgere del quale – in una dedica che in tal modo anche recitava vergata al margine inferiore di una fotografia – il Vate diede a “Liana” Negretti Odescalchi Cambiasi il nome immaginifico che l’avrebbe da allora identificata.
Rotto dal sottoscritto tanto maldestramente il ghiaccio, lunga e tortuosa essendo la strada che da Varese, per il Brinzio, la Valcuvia e Luino conduce a Runo di Dumenza dove siamo attesi, parliamo.
Di chi, se non, inevitabilmente, di una Liala tanto incombente da essere spesso citata dalla Signora al presente, come fosse viva, e raramente come “Mia madre”?

“E, quindi, della sua solitudine a Moneglia, che la portò, per distrarsi, a scrivere.

“Delle collaborazioni al Caffaro, antico e dal 1943 defunto quotidiano genovese. Dell’incontro, in treno, con un ammiraglio, amico del marito, che la indirizza ad Arnoldo Mondadori. Del suo incredibile affrontare il grande editore: “Ho pronte la seconda e la terza parte di un romanzo.
Se lei me lo pubblica, scriverò la prima”.
“Della conseguente uscita del memorabile Signorsì.
“Del citato confronto con ‘il’ – quasi non ve ne fossero altri – poeta, allora per eccellenza.”
“Della dura opposizione di Mura, all’epoca regina delle storie d’amore (mai parlare di “romanzo rosa”, espressione rifiutata con sdegno), timorosa di essere ridotta in secondo piano.
“Dei trionfi, della passione con la quale le lettrici la seguivano e di quando, morendo la protagonista di nome Lalla, a causa delle loro proteste fosse stata addirittura costretta a farla rivivere, sia pure per interposta persona.
“Dei rapporti con gli editori per antonomasia, i “veri” Mondadori e Rizzoli in primis.
“Della pressoché infinita serie di avventure messe su carta.
“Dei contatti epistolari con tutti: re, regine, nobildonne, e migliaia di signorine e signore dei più differenti strati sociali.
“Del declino fisico: gli occhi, la debolezza vieppiù accentuata degli occhi che, dolorosamente, le impedirà negli ultimi anni di scrivere.
“Del suo romanzo inedito…”
E qui, mi permetto di fermarla.
“Un inedito?”, chiedo.
“Sì, e incompiuto. 129 cartelle dattiloscritte. Una bella storia che Liala non ha portato a termine a causa della vista. E non voleva dettare.
Diceva che il suono della sua stessa voce la distraeva.
Io so, conosco il finale. Il titolo doveva essere Il ballerino in Paradiso. Una specie di Rudolf Nureyev, che (e avverto una qualche velata e gentile malizia nella successiva frase, in specie nel “però”), “si invaghisce però di una ragazza, che per amore perde la sicurezza del gesto, che cercherà di recuperare in mille modi, fino a ricorrere alle droghe. Una trama commovente e tragica, nel puro stile di Liala…
Come fare, penso mentre fermo la macchina al termine del viaggio? Come trovare chi concluda l’opera per proporla al pubblico? E non certo solamente per il mero gusto di pubblicarla, considerato che ancora oggi migliaia di persone leggono Liala, del cui stile, della cui classe, della cui altissima educazione (ma certo!) v’è ognora necessità.
(Corriere della Sera, 15 dicembre 2009)
 
Vita e opere
Allorché, nel 1931, Amalia Liana Cambiasi Negretti ebbe vergato la parola fine al suo primo romanzo, intitolato Signorsì, l’editore Arnoldo Mondadori, entusiasta, volle presentare la debuttante scrittrice a Gabriele D’Annunzio. Il Vate, colpito soprattutto dalla conoscenza che la signora aveva di motori ed aeroplani, la incoraggiò e la definì “compagna di volo e di insolenze”, regalandole un’ala in miniatura, con la scritta “a Liala”. Da allora in poi, fu quello il suo nom de plume.
Amalia era nata nel 1897 a Carate Lario, nei pressi di Como, ed aveva avuto una giovinezza alquanto scandalosa per l’epoca. Di solida e ricca famiglia borghese, con qualche linea di nobiltà (un ramo discendeva dagli Odescalchi), dopo il matrimonio col marchese Pompeo Cambiasi – dal quale avrà due figlie – un ufficiale di marina alquanto più anziano di lei, d’improvviso si innamora perdutamente del pilota di idrovolanti marchese Vittorio Centurione Scotto, lo segue e, pur opponendosi ferocemente le due famiglie, pensa seriamente al divorzio e ad una nuova vita. Nel 1926, purtroppo, in un volo di allenamento in vista della Coppa Schneider, Scotto precipita e muore.
E’ proprio per superare e, se possibile, dimenticare la tragedia e il conseguente dolore che la futura Liala inizia a scrivere, ambientando i propri racconti nel bel mondo da lei frequentato, tra nobili aviatori, ufficiali e signorine di buona famiglia.
Tra romanzi e novelle, saranno circa 90 i titoli che alla fine avrà pubblicato. Questo la rende l’indiscussa regina (per quanto aborrisse che il genere letterario che le era proprio fosse in tal modo definito) del “rosa” italiano.
Se da un lato D’Annunzio, Ojetti e Trilussa l’ammirano, la critica ufficiale e paludata mai applaude alla sua arte e le storie da lei proposte sono di volta in volta definite “caramelle zuccherose”, “favolette moderne”, “para-lettura per manicure”.
Resta il fatto che Liala – la quale trascorre a Varese molti anni e qui muore – ha venduto milioni di copie dei suoi libri e che, comunque, la sua opera rappresenta uno spaccato di vita vissuta (non certo da tutti, ma vissuta) in un’epoca e in un ambiente ormai lontani ma non per questo
da obliare.
(da Eminenti varesini, 2006, riproposto in C’è posta per Liala, 2007)
 
Come eravamo
La biografia di Liala le lettrici la conoscono. Sanno quando è nata, dove è vissuta, dove si è conclusa la sua vita terrena. Non scordano il giorno del compleanno. Ogni 31 marzo la figlia Primavera riceve biglietti, lettere, telefonate, fiori come se la madre fosse ancora qui. E biglietti e telefonate recano una raccomandazione: “Porti un bacio a Liala”. Che – le lettrici lo sanno – dorme in una cappella di marmo rosa, nel piccolo cimitero di Velate, qui a Varese.
Una biografia, quindi, è inutile riscriverla, ma tanti e piccoli fatti o aneddoti che la riguardano sono sconosciuti ai più. Eccone alcuni, come li racconta la sua dolce Primavera, alla quale lascio la parola:
“Giovane signora un poco annoiata, perché col marito, ufficiale della Regia Marina, doveva trascorrere gran parte dell’anno nella proprietà di Moneglia, accettò di raccontare per il‘Caffaro, quotidiano di Genova, un incidente ferroviario accaduto nella stazione della cittadina.
“Una vecchia locomotiva a vapore si era scontrata con una moderna Littorina: che aveva avuto la peggio. Il capostazione, disperato, protestava la sua innocenza e pregò la signora Liana (questo il vero nome di Liala) di scrivere al giornale per prendere le sue difese.
“Il pezzo era così spiritoso che non solo venne pubblicato, ma Liana fu chiamata a rapporto dal direttore del giornale. Emozionata, si preparò per l’incontro (la lettera era firmata da Willy Dias) e visto che, durante l’intera sua vita, è stata una donna elegante, raffinata e un poco civetta, anche per quella specifica occasione si vestì e si truccò con grande cura.
“Arrivata alla sede del Caffaro, grande fu la sua delusione, quando si trovò davanti il direttore: un’anziana signora, scrittrice di romanzi rosa per giovanette, che si chiamava appunto Willy Dias!
“Liala firmò il primo romanzo, che le diede immediata celebrità, nel 1931. In un’epoca nella quale non esisteva la tv, in cui erano sconosciute le interviste e la pubblicità era agli inizi, Signorsì (titolo dell’opera) fu esaurito in 20 giorni.
“Qui, nello studio della ‘Cucciola’ a Varese, la villa bianca dove Liala visse per oltre 40 anni, c’è, incorniciato, il telegramma di Arnoldo Mondadori. L’incredulo, grande editore scriveva: ‘Sono assai lieto comunicarle che la prima edizione del suo Signorsì è qui (a Verona, dove erano gli stabilimenti Mondadori) esaurita Stop. Questa lieta accoglienza di pubblico sia di auspicio per le maggiori fortune del suo certo domani Stop Devotamente Mondadori’.
“Parole profetiche, perché Liala cominciò a volare, veramente, se ancora oggi, dopo oltre 7 decenni, i suoi romanzi possono contare su migliaia di lettori appassionati.
“Trascorrono gli anni e Liala pubblica romanzi a puntate sulle maggiori riviste italiane: quelle di Mondadori, quelle di Rizzoli, quelle di Del Duca. Fu quando lavorava per il glorioso ‘cumenda’, Angelo Rizzoli, che Liala scrisse Dormire e non sognare, un romanzo a sé stante, che si concludeva con la morte della protagonista, Lalla. Le tirature della rivista (forse Annabella o Novella, non ricordo) salirono alle stelle. Ma pochi giorni dopo la conclusione del romanzo, il commendator Rizzoli in persona chiamò Liala a un appuntamento in casa editrice. Quando, nello studio, gli fu davanti, lo sentì dire: ‘L’ha combinata grossa, Liala!’
“Spaventata, la scrittrice chiese se il romanzo non era piaciuto.
“’E’ piaciuto così tanto che le lettrici minacciano di picchiarla se non farà… risorgere Lalla!’
“E come faccio”, chiese Liala, “la mia Lalla non è Lazzaro!”
“’S’arrangi’, fu la perentoria risposta di Rizzoli.
“Liala si arrangiò. L’eroina Lalla, per fortuna, aveva un fratello. La scrittrice lo fece sposare. Frutto del matrimonio, una figlia, in tutto somigliante alla zia che non c’era più, e chiamata allo stesso modo. A questo secondo romanzo, intitolato Lalla che torna, seguì un terzo, Il velo sulla fronte, nel quale si concludeva la vita, questa volta felice, della seconda Lalla. Era nata la Trilogia di Lalla Acquaviva – portata nel febbraio-marzo 1984 in Rai-Tv, nello sceneggiato, dal genovese Duccio Tessari – che indusse Romano Battaglia, in un’intervista a Liala, a scrivere: ‘Abbiamo anche noi una Margaret Mitchell: è Liala e i romanzi che narrano delle due Lalla formano una piccola Via col vento’.
“Con la signorilità che lo distingueva, appena fu esaurita la I edizione della Trilogia, Angelo Rizzoli inviò a casa nostra il figlio Andrea con una preziosa broche di brillanti.
“Fra Liala e le sue lettrici vi era un rapporto di estrema fiducia e molte tra loro chiedevano alla scrittrice consigli per affrontare problemi di cuore (come doveva essere).
“Incredibilmente, altre, invece, si rivolgevano a lei per avere consigli medici, sulla moda, di comportamento.
“I consigli medici erano quelli più richiesti (le riviste, allora, non avevano rubriche di questo genere) e Liala ‘girava’ le domande al proprio medico personale, un illustre clinico milanese che, incuriosito, ben volentieri rilasciava le diagnosi.
“Il rapporto con i critici è sempre stato difficile perché, per pigrizia (leggevano superficialmente i romanzi di Liala) o per luogo comune, etichettavano i lavori di Liala come ‘romanzi rosa’, senza capire che, invece, nelle trame di Liala c’erano anche il grigio del dolore e il nero della morte.
“I personaggi – diceva l’autrice – io li mando a letto. Quindi il colore non è il rosa, ma il rosso della passione. Solo non sto a guardare ciò che fanno, li accompagno alla soglia della camera da letto. Poi chiudo la porta.
“E ciò che scrisse un critico dimostra la superficialità delle critiche.
“Per anni non fu ristampato il secondo romanzo di Liala, Sette corna, il seguito di Signorsì. Quando uscì la nuova edizione, un giornalista osservò: ‘Sette corna! Liala, alla sua età, si mette a scrivere di pornografia!’
“Non aveva letto il libro. Così non aveva saputo che ‘sette corna’ era il nomignolo di una lumachina fatata, che dava buoni consigli a una fanciulla innamorata!
“Si consolava, Liala, ripetendosi una famosa invettiva: ‘Ammazzalo, quel cane, è un critico!’. Chi si vendicava in tal modo era niente di meno che Wolfgang Goethe!
“Gli episodi narrati possono far capire, penso, questo personaggio ormai sulla scena letteraria da quasi infiniti anni.
“Sonzogno, nel 2001, compiendo Signorsì 70 anni dalla prima pubblicazione, ne stampò un’edizione particolare, che riportava in copertina la figura di Beba, l’indimenticabile protagonista”.
(da Eminenti Varesini, 2006, riproposto in C’è posta per Liala, 2007)
Mauro della Porta Raffo

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