
Rimini 1990. Dopo tanti anni c’eravamo riusciti: avevamo vinto il “Congresso”.
Venivamo da lontano, convinti che “la linea più retta tra due punti passasse dalle Stelle”
Mozioni, idee, battaglie, scontri, giornali, Linee Future e Spazi Nuovi, Andare Oltre e Segnali di Vita, Campi Hobbit e musica alternativa. In una parola la volontà di vivere il “nostro” tempo da protagonisti e non da nostalgici testimoni, rigenerando una cultura politica che aveva attraversato il 900 e poteva ancora disegnare l’avvenire, non semplicemente guardare indietro a schemi e conflitti di un altro secolo.
Le interminabili riunioni in Via degli Scipioni, le avanguardie milanesi e siciliane, i volantinaggi e i cortei: Palestina nel cuore, ne’fronte rosso ne reazione… E poi i nuovo creativi di Colle Oppio, Morbillo, la feroce autoironia, pezzi di Nuova Destra e Voce della Fogna. Diorama letterario e le 20 copie in contrassegno che arrivavano puntualmente, Elementi e tanta voglia di provarla Nuova, in Francia e in Italia.
Fascio comunisti antelitteram, filo palestinesi ed ecologisti, leggevamo Alain De Benoist e il “Male americano”, ci appassionavano Lorenz e Junger, Heidegger e Schmitt, Tolkien e Drieu.
Sognavamo la Parigi dei “Sette Colori”, ci appassionava il fascismo “immenso e rosso”, ci esaltavano le “Cattedrali Di Luce” di Robert Brasillach .
Del fascismo amavamo solo l’aspetto rivoluzionario e movimentista, la cultura rinnovata, le origini e il tragico epilogo ma senza mai nessuna simpatia per ordine e disciplina, gerarchi e prepotenze, doppie pene di morte e servilismo Atlantico.
Ci piaceva pensare, lo credevamo davvero, fascismo e comunismo come “le grandi religioni del 900”.
Religioni che avevano mosso i popoli, incendiato gli animi, generato rivoluzioni.
E tragedie.
Sopratutto volevamo sottrarre alla mera testimonianza una cultura politica che della modernità e velocità aveva fatto una icona e non poteva tristemente finire a rappresentare maggioranze silenziose e moderatismi reazionari.
Questo eravamo e questo, in pochi, siamo rimasti.
Quelli che non hanno “utilizzato” l’Anello e non si sono trasformati in tanti tristi Gollum.
Il Domani non apparterrà mai a loro…







Il bel articolo di Fabio Granata me lo sono bevuto in un fiato. Mi ricorda tante mie esperienze, da via degli Scipioni, con la bandiera rossa bipenne al balcone, ai convegni di Tarchi della Nuova Destra a Venezia. . Eravamo protesi ad una nuova via che superasse davvero la brodaglia politica esistente nel Paese dopo la tragedia immane della guerra perduta e di tutte le sue terribili conseguenze. E nelle nostre città del nord il nostro altruistico entusuasmo giovanile ci metteva a contatto delle migliaia di tragedie non solo personali subite dalla classe media fascista (e in sostanza gerarchia del Paese) che, dopo la inevitabile resa, “qualcuno” si operò per consegnare per sempre l’Italia nelle mani dei vincitori. E la legge del terrore e dello sterminio riuscì nello scopo. Oggi possiamo dolorosamente rendercene conto; tante maschere posticce sono cadute.
L’unica nota che non condivido completamente è il suo rifiuto della disciplina che nel Ventennio; anch’essa permise la realizzazioni delle migliaia e migliaia di opere e iniziative che modernizzarono la Nazione e che è facilissimo dimostrare.
Per documentarsi seriamente il caro Blondet, nella sua corrispondenza ha proprio pubblicato una quindicina di pagine fondamentali per zittire chiunque possa ipocritamente ironizzare sul fatto che nel Ventennio si sia fatta anche qualche (per errore?) cosa buona.
Concordo con Granata, dalla mia Trieste – fuori ormai dal M.S.I.- quella stagione l’ho vissuta anch’io e non la ho mai rinnegata .
Buonpomeriggio, concordo pienamente con il Dottor Fabio Granata , nei valori che incarnava parte del glorioso M.S.I., ed ha ragione nel dire che siamo rimasti in pochi. Credo che quei valori vanno portati avanti oggi con forza, nel vedere quello che accade da noi e nel mondo.Grazue
Condivido questo ritratto di una epoca tramontata. Anche io ho avuto simpatia per quelle idee. Tuttavia, guardare indietro non va bene, come allora non andava bene il nostalgismo di chi era stato giovane durante la RSI. Restare quello che si era non va bene, occorre anche sapere guardare avanti.