
Tutti pazzi, dunque, per Odisseo. E la vera notizia, allora, è che l’Odissea di Omero è tornata ai primi posti delle classifiche dei libri più venduti come traino del film del momento – è la pellicola di Christopher Nolan – a dimostrazione che la forza inesauribile del mito, fosse pure nella forma parodistica di un capolavoro pop qual è “Totò contro Maciste”, costituisce la risposta al buio di ogni epoca.
Omero ha abitato l’immaginario dei più grandi autori della storia della letteratura, ed è questa la misura della sua grandezza. Dante ne è naturalmente il primo esempio, ma viene subito in mente anche James Joyce, che nel suo Ulisse ha trasformato una giornata qualunque nell’eco di un viaggio universale. Entrambi hanno saputo restituire, ciascuno a suo modo, ciò che Omero aveva seminato e intervenendo a SkyTg25 di Alessio Viola – domenica scorsa – ho voluto proporre un altro felicissimo esito letterario a noi vicino: Nel ventre, l’inarrivabile romanzo di Sergio Claudio Perroni dove si “narra” la notte dei guerrieri di Ulisse nascosti nel cavo del cavallo di Troia.
Tutto ovviamente pazzi per Odisseo perché il poema “orale” del Sommo Cieco, insomma, va vissuto nell’ascolto tutto di phonè. Il Nolan del Medioevo è dunque Dante Alighieri, autore del XXVI canto dell’Inferno e del celebre verso «Dei remi facemmo ali al folle volo». È questa l’interpretazione di Ulisse che ha accompagnato il nostro immaginario. Di volta in volta, le qualità dell’eroe, l’astuzia, il desiderio di conoscenza, il confronto con l’ignoto, sono diventate parte del nostro modo di leggere la realtà. Perfino la menzogna, in Ulisse, non è soltanto inganno, è invenzione, immaginazione, costruzione di mondi. E forse non è un caso se il suo parente letterario più prossimo è Pinocchio la cui odissea è fatta di Pescicani, Mangiafuoco, Fata turchina e bugie, tutte lunghissime e di ancor più lungo naso.
La nostra vita ha un solo affaccio con l’eterno: il mito. Tutto ciò che apparentemente potrebbe essere relegato nell’immaginario continua invece a costituire la sostanza del nostro presente. Il successo contemporaneo dell’Odissea dimostra proprio questo, la si può raccontare attraverso tutte le riletture ideologiche del presente, con tanto di errori e forzature del nostro tempo, e tuttavia il nucleo del mito rimane intatto. L’Odissea di Nolan è la prosecuzione del grande peplum cinematografico in una forma adatta al mercato contemporaneo. Ma ciò che resiste è l’emozione del racconto, la vittoria della parola sull’immagine e della poesia sulla costruzione artificiale di un prodotto industriale. È questa la vera forza del mito, essere pienamente presente nell’epoca di Omero e, nello stesso tempo, nel nostro presente.
I grandi miti non diventano moderni, rimangono eternamente contemporanei. Omero era dotato di una straordinaria forza della parola e del ritmo, capace di catturare l’ascolto di chiunque. Era, in fin dei conti, un cuntista, colui che racconta una storia e, raccontandola, la trasforma in canto. Intorno a lui viveva la molteplicità del divino, il convivio degli dèi, una dimensione sacra che può essere trasportata in qualsiasi luogo e in qualsiasi epoca, perché appartiene ai codici profondi della cultura umana. Una concezione eroica e poetica della vita, nella quale la guerra è sempre il luogo dal quale bisogna partire per ritrovare la pace. La grande intuizione di Dante è proprio il “folle volo”, trasformare i remi in ali significa trascendere la realtà quotidiana. Non è soltanto fantasia, né soltanto poesia, ma la capacità dell’uomo di superare se stesso. Per questo Ulisse continua a parlarci ed essere così potente attraverso non solo i secoli, ma anche le geografie e le culture. Ciò che continua a interessarci è il volto dell’astuto Ulisse, dell’uomo che non smette mai di mettersi alla prova, che sfida il destino e perfino la natura, fino all’epilogo evocato da Dante: “finché ’l mar fu sopra noi richiuso”.
L’eroe omerico non conosce il senso di colpa, e difatti l’acrobazia di Dante consiste proprio nel far raccontare a Ulisse le proprie gesta direttamente dagli inferi, sottoponendolo alla lente cristiana senza intaccare la perfezione e la bellezza del racconto.
L’Ulisse di Nolan è invece un reduce di guerra che porta sulle spalle il peso insostenibile della vergogna, dell’orrore e quindi della colpa. Per questo decide, insieme a Penelope, di lasciare definitivamente Itaca, affidando il regno a un Telemaco inesperto e inadeguato. Tradendo proprio il caposaldo del nostos, del ritorno. L’Odissea è soprattutto il racconto del desiderio di tornare a casa, ritrovare Itaca, ricongiungersi con Penelope, riabbracciare Argo. È il bisogno profondo dell’appartenenza, la nostalgia nel suo significato originario, il viaggio che trova compimento nel ritorno alle proprie radici. Nolan sceglie di concludere la propria Odissea con un esilio al posto della scena madre del poema di Omero, quella cioè del riconoscimento attraverso il talamo nuziale scavato nel tronco vivo di un ulivo, ancora saldo alla terra. Sono proprio quelle radici ad avere consentito a Ulisse di esplorare il mondo e mai sentirsi perso, di incontrare le bellissime Circe, Calipso e Nausicaa senza smarrire il pensiero dell’approdo: le braccia della propria moglie (memento: “lo qual dovea Penelopé far lieta”). La vera essenza – il motore immobile di tutto – è lei, la signora Odisseo.
Nel film, invece, Ulisse e Penelope, come una moderna coppia di pensionati, salpano verso Occidente, inseguendo il sole che tramonta. Ma quell’Occidente, nella versione in lingua originale di Nolan, ha un suono troppo insistito per essere soltanto un punto cardinale. È il West perduto, che ha tradito ogni promessa, che non conosce dimora. Col grugno unto di un Donald Trump o, peggio, del vero dante causa: Bibi Netanyahu. Ed è forse questa, più delle Sirene, la vera tentazione dell’Odissea di Nolan.








Sono d’accordo con l’ analisi di Buttafuoco e sul ruolo del mito così come sul fatto che Nolan ha ” tradito” il nucleodell’ opera cioè il Nostos. Su Dante mi limito a dire che il suo ” folle volo” è dovuto allapretesa di Odisseo di superare limiti umani , pretesa che Dante da cristiano non poteva accettare.
Lucida,come sempre, la conclusione di Buttuafoco : Nolan con la sua idea di Ulisse e Penelope che partono verso l’Occidente non è altro che la riproposta del “destino manifesto” espressione coniata da J. Sullivan nel 1845 che tendeva ad attribuire agli Stati Uniti una missione inarrestabile dotata di significati provvidenzialistici e messianici tanto da diventare la “grande nazione del futuro “.