Signora Galic, lei pare aver vissuto solo nella e per la politica. Poi s’è interessata ad Agatha Christie, della cui morte ora ricorre il cinquantenario… “E’ stato un po’ per un colpo di fortuna. Dopo quasi mezzo secolo trascorsi a
Rivarol, 27 anni dei quali a dirigere questo settimanale, avendo come solo compenso una valanga di querele per violazione del politicamente corretto, ero esausta, nel fisico e nella mente. Ma breve è il fascino dell’ozio. Su un banchetto di libri usati ho trovato
La mia vita di Agatha Christie [trad. it., Mondadori. 1978,
NdT], autrice che mi piaceva dall’adolescenza. È stata la scintilla. C’era qualcosa di lei che valeva la pena di approfondire”.
Dunque?
“Ho comprato tutti i suoi romanzi in inglese. E più procedevo, più capivo che, oltre per la vasta produzione, ‘l’autrice più letta al mondo’ andava conosciuta meglio. Integra e allegra, impulsiva e autoironica, fedele alla sua gente, ai suoi principi e all’anglicanesimo, ma senza esclusioni: Hercule Poirot è spesso deriso da Agatha per le sue manie, eppure mai ridicolizzato per il cattolicesimo”.
Il suo interesse viene anche dall’ammirare l’opera della Christie?
“Sì, perché il suo linguaggio è al tempo stesso fluido, semplice e molto letterario, e la sua opera è molto variegata: romanzi gialli, ovviamente, ma anche romanzi psicologici, firmati Mary Westmacott, e opere teatrali. La sua immaginazione non conosceva limiti… E anche la sua capacità di lavoro”.
Forse lei è attratta anche dai valori “reazionari” nei suoi romanzi?
“Certo, questi valori me l’hanno resa ancor più cara. Subito lei deplora ‘l’onnipresenza del sesso nella stampa, nella letteratura e sullo schermo’ e l’educazione troppo permissiva dei bambini, tutti ‘progressi’ che possono portare solo a catastrofi, il crescente dominio di un capitalismo apolide, la perdita della coscienza morale. Anche tra perfetti gentiluomini e persino tra signore, che nella sua opera si trasformano in cinici assassini”.
E non deplora solo questo.
“Infatti critica aspramente l’indulgenza per i criminali, scrivendo nella Mia vita che il giallista deve avere ‘una passione che aiuti a salvare l’innocenza’ e che la ‘spaventa che nessuno paia più preoccuparsi’ della vittima’. L’unico romanzo in cui il colpevole la fa franca è L’uomo vestito di marrone [Mondadori, I ed., 1933, NdT)], ambientato in Rhodesia. Vi descrive l’Africa come un ‘paese di bambini giganti, grande, semplice e primitiva eppure così crudele’. L’avvento dello Zimbabwe, con la caccia ai bianchi e la guerra civile tra Shona e Matabele, le ha dato ragione post mortem”.
Queste posizioni…
“…Valgono alla Christie critiche e l’epiteto di “dinosauro” dalle conversazioni d”impronta antisemita’. Certo, lei critica ebrei per ostentazione, “labbra carnose” o “brama di denaro che li perderà”, ma nessun ebreo è un assassino. Né vi sono assassini tra gli slavi, i baltici, gli arabi, gli asiatici o gli americani, che popolano i suoi libri, sebbene non li stimi molto. Quanto ai tedeschi, neo-nazisti compresi, in Passeggero per Francoforte [Mondadori, 1971, NdT], dove descrive giovani ‘estremamente belli’ e ‘dal canto meraviglioso’), ne prova un’innegabile fascinazione-repulsione. Come la provavano, allora. molti britannici di buona famiglia”.
Come spiega il suo successo mondiale? Film e tv che ruolo hanno avuto?
“Sì, sebbene in generale lei li detestasse, ammettendo che, per lei, ogni adattamento era una ‘tortura’, perché gli attori non somigliavano ai personaggi e le scene, troppo brutali o troppo audaci, si discostavano dai romanzi. In Fermate il boia [Mondadori, I ed., 1953, NdT ], Agatha Christie esprime il rifiuto con la voce di un alter ego molto parodistica e divertente, la romanziera Ariadne Oliver. E inorridirebbe dell’attuale edulcorare i suoi libri. Quando all’innegabile e duraturo successo mondiale, l’attribuisco alla sua capacità di evocare una società e un mondo scomparsi. Leggendola, ci si sente – erroneamente, è ovvio – in un universo deliziosamente accogliente”.
Vede autori, coevi nostri o di Agatha Christie, che paiano suoi eredi?
“Non Sophie Hannah, cui Prichard ha consentito di far resuscitare Poirot! Personaggi falsi, trame contorte, stile piatto. Da evitare! E l’autrice scozzese M.C. Beaton non è migliore, avendo, con un’occhiata complice, chiamato Agatha Raisin l’eroina. Gli autori scandinavi sono di moda, ma non mi entusiasmano, né m’entusiasma la romanziera francese Fred Vargas. L’inglese Minette Walters è dotata, ma troppo cupa. Preferisco la sua connazionale P.D. James (ultimo suo romanzo nel 2011) e Caroline Graham, creatrice dell’ispettore Tom Barnaby. Ma lei ha scritto solo 7 libri [editi da Polillo – NdT], contrariamente a quanto possono pensare spettatori saturi di episodi tv di Barnaby [su La 7, NdT] – che, tra l’altro, sono fan fedeli. Almeno fino alla ‘dittatura della diversità'”.
Il poliziesco è un genere nato e vissuto conciso, che morirà prolisso?
“Nel libro sottolineo l’eccessiva lunghezza, imposta dagli editori, dei polizieschi contemporanei: spesso oltre 500 pagine, piene di vane digressioni. Ora leggo Il baco da seta: 576 pagine fitte di testo [edite da Salani – NdT] di Robert Galbraith, alias J. K. Rowling, autrice della saga Harry Potter. Mentre la Christie descrive in 5 righe una cena gourmet per Poirot, è per 2 pagine che il protagonista del romanzo divora un hamburger e patatine fritte in un bar malfamato. Ottimo per addormentarsi, invece la gentile, ma fin troppo perspicace Miss Marple, ti tiene con fiato sospeso”.
Ho letto (in italiano: il mio inglese non e’ tanto buono) tutti i libri di Agatha Christie e mi ricordo un colpevole impunito in “Perché non l’ hanno chiesto a Evans”. Poi c’è naturalmente il celeberrimo “Assassino sull’ Orient Express”. Cordiali saluti Giovanna Burei Bologna Italia