
Solo un mediterraneo può sentire in sé il viaggio di Odisseo
«Siamo trenta, siamo ottanta, siamo tanti da non contarci. Nel buio di una notte saliamo nel nuovo buio di questo ventre di legno, uno dopo l’altro, in questo vascello cieco che navigherà per mezzo miglio di spiaggia fino a portarci dentro le mura di Troia. Siamo cento, siamo mille, siamo così tanti che neppure chi sa contare saprebbe contarci, stipati nel fetore di questa bestia d’acero con viscere d’uomo, addossati chi alle pareti chi agli altri, tremanti contro tremanti, costretti a fare solo silenzio». È l’incipit di “Nel ventre” di Sergio Claudio Perroni pubblicato dalla casa editrice La nave di Teseo nell’ormai lontano 2013. Ci sono talmente tanti mondi in queste poche frasi che nessuno, neppure il migliore dell’ingegno umano prestato alla settima arte potrebbe riprodurre con immagini e scene ciò che abbiamo appena letto. Saranno i tamburi da battaglia che risuonano feroci come bestie pronte al massacro nella notte sorda e buia che nulla lascia trapelare del prossimo destino di Ilio. Sarà la dimensione profondamente umana e al contempo divina che sopravvive stipata eroicamente in quel ventre di legno navale che per dieci anni ha conosciuto soltanto salsedine, sangue e morte. Saranno, forse, le capacità in prosa inequivocabilmente siciliane di Sergio Claudio Perroni a rendere impossibile qualsivoglia tentativo su pellicola di trasporre un’opera così geniale da aver reso il tempo qualcosa di finito, di fisico, tangibile per ogni mano umana: «L’aria smossa dai due corpi in lotta ha raggiunto la fiamma lontana: il tempo sciolto trabocca dal suo pozzo di cera».
Nolan-Wilson: un duo troppo d’oltremanica
Il mare non si può fendere con diciotto millimetri di pellicola, né con traduzioni che volgarizzano i suoi più grandi dimoranti. Quel polytropos che ci racconta in dieci lettere dell’uomo più astuto e sognante di un’intera civiltà mediterranea è stato banalizzato con una spiegazione altrettanto dozzinale e ideologizzata: «[questo termine] non deve essere per forza positivo […] Plutarco lo utilizza per Alcibiade». Forse, lo studio del contesto non avrebbe condotto la Wilson a un errore così marchiano, poiché la camaleonticità di Alcibiade non è paragonabile allo spirito di Odisseo, uomo dal multiforme ingegno che ha affrontato peripezie leggendarie pur di approdare nuovamente alla sua Itaca per ritrovare ciò che aveva quasi perduto. Ebbene, la Wilson ha deciso di tradurre polytropos con il termine “complicated” che morfologicamente, tradizionalmente e narrativamente non appartiene né al secolo d’oro della letteratura inglese né – affondando nei millenni – alla mitologia omerica. V’è un vezzo tutto inglese di semplificare, per rendere utile a uno scopo di profitto, ciò che è ben più complesso – ora sì – di poche e semplici parole utilizzabili per discutere al massimo della vita contemporanea. Purtroppo, l’appalto cinematografico d’oltremanica, ben nutrito dai cugini d’oltreoceano, godendo dell’oro a disposizione fa e disfa d’ogni mito di una civiltà da sempre avversa alle sue istanze.
Un invito alla lettura
Se soltanto Sergio fosse stato ancora qui tra noi, chissà cosa avrebbe detto a Nolan a tal proposito. Lui, il ragazzo della Ciappazzi, amico di Eco e Buttafuoco, fondatore della suddetta casa editrice, che per primo ha raccontato del ventre del cavallo più devastante dell’intera storia umana. “Nel ventre” è l’esempio che il mito può ancora essere raccontato senza deliri, né regole imposte dagli scranni californiani delle statuette dorate. È emblematico, ad esempio, l’ultimo capitolo intitolato “Fuori”, poiché in esso v’è solo una riga a contraddistinguerlo dagli altri che recita: “Dentro dove?”. Al lettore lasciamo la possibilità di capire questo enigma dello spirito. Per concludere, poiché purtroppo si deve, vi doniamo un breve estratto del penultimo capitolo, certi che qui potrete trovare qualche risposta in più al dilemma da noi sollevato:
«Il ragazzo scioglie infine la presa, aiuta Ulisse a levarsi da terra, gli porge lo stesso braccio che ve lo imprigionava. I loro volti si disfano in sudore come candele in cera, le mani vanno d’istinto agli occhi come per dissiparvi una bruma.
C’è fumo nell’antro, o è il vapore aizzato dal dibattersi dei corpi? C’è arsura nell’antro, o è il calore sprigionato dai corpi nella lotta?
“E adesso?” È Ulisse eppure sembra Neottolemo: chiede, trema, ha perso la potestà della mente. “Cosa facciamo?”
“Aspettiamo che Elena si allontani.” È Neottolemo eppure sembra Ulisse: ordina, è saldo, detta l’imperio dell’animo. “Poi ci caleremo dalla botola e faremo sì che il mondo dica addio al nome di Troia.”
“Potrebbe aver visto la lancia… potrebbe aver lasciato qualcuno sotto il ventre del cavallo, pronto a scannarci appena tocchiamo terra.”
Neottolemo esita, assorto come per fare la punta a un pensiero. Il suo sguardo sfiora la pozza di sangue, indugia, torna di slancio sul viso di Ulisse:
“Manderemo avanti Epeo.”
“Epeo?”
“Sì, gettandolo dalla botola. Così vedremo se ci sono sorci che si avventano sull’esca.” Raggiunge d’un balzo il re morto, lo afferra per una gamba. “Su, aiutami a trascinarlo.”
C’è fuoco nell’antro, fiamme che la figura del ragazzo nascondeva, fiamme che ora abbagliano come un sole a perdifiato.
“Non c’è più tempo, Neottolemo.”
La candela rovesciata da Ulisse ha dato fuoco alle salmerie, la fiammella che brucava il tempo ha divorato la pece delle assi fino a centuplicarsi, ormai è vampa così […]».
(Sergio Claudio Perroni, Nel ventre, Milano, La nave di Teseo, 2013, pp. 120, illustrazioni di Velasco Vitali. 2° edizione: 2023)





