
Passata la festa, gabbatu lu Santu. Così commenta su X La voce della Fogna, con Salvatore Sottile viva espressione del sentimento diffuso della più vivace destra italiana. E così sentenzia la cara Fogna a proposito del 19 luglio, anniversario dell’attentato di via d’Amelio a Palermo dove trova martirio Paolo Borsellino. Le polemiche di quest’anno si sono ulteriormente avvoltolate nella poltiglia della politica. Il presidente del Senato – Ignazio La Russa – replicando a Salvatore Borsellino che vuole fare del fratello assassinato un santino a uso dell’antifascismo militante ha ricordato la giornata molto particolare a Siracusa dove il magistrato nel 1990 incontrava i giovani del MSI ritrovando il se stesso giovane attivista della fiaccola tricolore.

Tutto vero. Era infatti uno slogan missino quel “Meglio un giorno da Borsellino che cento da Vito Ciancimino”. Erano missini, guidati da Benito Paolone, quelli che travolgevano le transenne ai funerali di Giovanni Falcone e della sua scorta per consegnare alle istituzioni attonite la rabbia del popolo. Basta visionare i telegiornali dell’epoca senza i paraocchi del pregiudizio. È tutto raccontato dalle immagini e dalle registrazioni. Ed era nel MSI che Ciccio Ciulla, l’organizzatore della fiaccolata in memoria di Borsellino, impara non l’antimafia di carriera, bensì la lotta alla mafia. Anche nel nome di Cesare Mori, il terribile “prefetto di ferro” che stritolò Cosa nostra in ogni angolo, costringendone i capi a trovare riparo negli USA, da dove tornarono quali “liberatori”.
Passata la festa, tutto si può immaginare intorno alla vita di questo eroe della coscienza civile di tutti. Tutto fuorché quello che – gabbandone la santità – ne vorrebbe fare il fratello, persino la tessera postuma di partigiano impossibile poi per chi, in vita, praticava un esercizio di disobbedienza, non foss’altro per il preciso imprinting familiare.
Tutto si riporta a Maria Lepanto, la madre dei Borsellino, in un preciso passaggio di cui dà notizia Fabio Granata in un suo libro dal titolo – giustappunto – Meglio un giorno. L’invasione della Sicilia è compiuta e gli americani entrano ad Alcamo. Ecco la pagina, leggiamo: “Tutti applaudono; io no e non vado in piazza, resto a casa e scoppio a piangere; Paolo mi vede in lacrime e non si spiega perché tutti gli altri siano in festa e io solo no. Tento di fargli capire che abbiamo perso la guerra. Di una cosa sono certa e ammonisco Paolo e sua sorella Adele: guai se accettate anche solo una caramella dagli americani”.
Gli americani, appunto. I “liberatori” di cui sopra.
Se non bastasse – oltre alla giornata di Siracusa – c’è un altro dettaglio: poco prima di trovare morte nella strage, Borsellino, recandosi in via D’Amelio per far visita alla madre, è ospite di Pippo Tricoli.
Non è una comparsa nella storia, Tricoli, ma un carissimo amico dai tempi in cui, studenti, uno si destinava alla magistratura e l’altro – storico – alla cattedra universitaria nonché alla carriera politica in quel MSI che in un passaggio solenne della Repubblica, l’elezione del Capo dello Stato, vota compatto per portare Borsellino al Quirinale. Un’operazione simbolica attuata col consenso del magistrato.
Passata la festa, gabbatu lu Santu. La storia non si riscrive, la memoria è fatta solo di oblii e financo di opportuni editing. Per non dire di strumentalizzazioni e di code, tutte di paglia, che vanno ad avvolgere le polemiche se poi – il Demonio si nasconde nel dettaglio – quella giornata di Siracusa raccontata da La Russa non può oggi essere trasfigurata nei se, tutti impagliati: “Se fosse vivo, Borsellino sarebbe ministro di Fd’I”. Ecco. Ci sono alcune certezze di quella giornata a Siracusa e chi scrive ne fu testimone. Che Borsellino e il suo amico Tricoli se ne stavano convinti e tranquilli con le ragazze e i ragazzi di destra. E che uno di quei ragazzi, Sebastiano Ardita, nientemeno tra i magistrati più ammirati nella lotta alla mafia – presente in quella giornata di Siracusa, studente e attivista della destra nel solco di Paolo Borsellino – è oggi tenuto a debita distanza. È vivo, e non sarà mai ministro di Fd’I.
Post-Scriptum
Una storia di famiglia quella del 19 luglio. Quel giorno dell’anno 1992, con Paolo Borsellino cadeva Eddie Cosina, un ragazzo della Digos di Trieste. “Eravamo coetanei e amici”, racconta Roberto Menia, “un giorno fu costretto dal suo superiore ad arrestarmi (o meglio fermarmi) mentre guidavo un corteo non autorizzato di protesta contro il divieto a un comizio di Almirante. Mi abbracciò dicendomi ‘Roby, te prego, non sta’ a far el mona, mi me toca farlo, ma tranquillo, un’oretta in questura e po’ bon’…”. E così andò.
Eddie non era di servizio quel 19 luglio, ma volle andare per sostituire un suo collega che aveva il figlio piccolo malato. Gli aveva detto “recupererai domani al posto mio”. Non poté più restituirgli quel favore.
E la fiaccolata organizzata da Ciccio Ciulla si accende ogni anno affinché si restituisca finalmente a Paolo, a Eddie, e a tutti i caduti, il favore. Quello della verità. (da SkyTg24-Insider)







Commovente
Ho sempre pensato che il giochino del “cosa direbbe, o farebbe, Pinco Pallo se fosse vivo oggi”, sia un po’ discutibile. Ricordo quando, sui primi numeri del “Candido” da lui diretto dopo la morte del fondatore, quel simpatico filibustiere della politica che fu Giorgio Pisanò faceva parlare da una nuvoletta Guareschi da poco scomparso. Credo che i figli non ne fossero entusiasti e infatti la rubrica cessò. Borsellino era un uomo pulito e disinteressato, che non aveva mai rinnegato né sottaciuto le sue opinioni politiche; tra l’altro, per una rissa in cui era stato coinvolto da militante del Fuan, rischiò l’ammissione in Magistratura; per fortuna venne assolto da ogni responsabilità. Non ce lo vedo però come ministro di Fdi, non perché non avrebbe condiviso le idee di questo governo, ma perché era abituato a tenere distanti impegno politico e professionale; ma forse mi sbaglio. Quanto a certi tentativi di abigeato della sua memoria, non posso fare a meno di ricordare il vecchio detto “parenti serpenti, fratelli coltelli, cugini assassini”.