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Caso Fakir. Cosa non convince della ricostruzione di “Avvenire” sulla tragedia e sulla polizia

Se il «servitore dello Stato» criticato o accusato della qualunque, è un giudice o un magistrato, allora la prudenza si impone e la difesa del «togato» supera spesso i limiti della ragione e della decenza. Se si tratta di un poliziotto, di un carabiniere o comunque di un militare, il tono cambia

di Fabrizio Cannone
22 Luglio 2026
in Cronache
1
Un servizio di Avvenire sulla tragedia di Bologna

La sinistra radicale, ma ormai anche buona parte di quella che si riconosce nel Pd, ha una forte tendenza alla criminalizzazione della polizia. Certo, non si arriva a scrivere Acab sui muri o a sfilare in corteo con striscioni tipo «La polizia uccide» o «Polizia fascista» come fanno gli attivisti dei centri sociali, ma lo spirito è un po’ quello.

E sul punto Avvenire, il quotidiano Cei diretto per anni da Marco Tarquinio – ora deputato dem a Strasburgo – non è molto diverso dalle testate laiche, specie nei due pesi e due misure. Infatti, se il «servitore dello Stato» criticato o accusato della qualunque, è un giudice o un magistrato, allora la prudenza si impone e la difesa del «togato» supera spesso i limiti della ragione e della decenza. Se si tratta di un poliziotto, di un carabiniere o comunque di un militare, il tono cambia.

L’ultimo esempio nell’articolo L’uomo morto in manette, le reazioni della politica e della città: cosa è successo a Bologna che Giulio Isola (probabilmente uno pseudonimo) ha dedicato il 20 luglio alla triste morte di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne italiano, ma di origine marocchina, deceduto domenica durante un ammanettamento a Bologna, un caso che forse i nostri hanno inconsciamente associato a quello di George Floyd. Con tutte le ambiguità che anche quel caso ebbe.

Anzitutto Avvenire descrive il povero Fakir in termine estremamente positivizzanti per il lettore, suggerendo da subito che si possa trattare di un’ingiustizia e non di una casualità, come dovranno verificare i magistrati. L’uomo infatti abitava «in Italia da quando aveva 7 anni» ed era «regolare» e «sposato». Nella vita era «titolare di una impresa di facchinaggio, impegnata nella logistica» e per la sua avvocata Barbara Spinelli era «una persona estremamente gentile, educata, rispettosa». Un lavoratore che si «preoccupava della sua azienda e dei suoi dipendenti», «una di quelle persone sempre più rare», con dei «modi» che oggi «sono quasi desueti». Insomma, «un uomo dal cuore buono». Nulla, assolutamente nulla, sul fatto che fosse comunque un pregiudicato, condannato più volte per spaccio e violenza.

Si passa al racconto dei fatti. Le ultime parole di Fakir sarebbero state «aiuto, basta, basta» pronunciate, attenti alla scelta dei vocaboli, mentre i due agenti «lo bloccavano a faccia in giù», come si vedrebbe nelle immagini di un video in cui «gli agenti cercano di portargli le mani dietro la schiena» e ciò «nel tentativo di ammanettarlo».

«Dopo qualche minuto» continua la cronaca di Giulio Isola, l’uomo «smette di dimenarsi» e «sembra perdere i sensi» e questo proprio «mentre i poliziotti gli bloccano anche le caviglie». Il «mentre» pare alludere, se non ci inganniamo, alla presunta inadeguatezza dell’intervento: uno «smette di dimenarsi» e «sembra perdere i sensi» e tu gli «blocchi le caviglie»? Forse il povero Fakir era già morto, cosa che dispiace e deve dispiacere a tutti coloro che apprezzano la vita umana, a prescindere da come la si vive e dalle origini etniche e nazionali che si hanno.

Ma perché i due agenti lo hanno ammanettato, quale ne è la causa?

A questo proposito, il quotidiano cita un non meglio identificato «testimone» secondo cui Fakir «non ha fatto niente» di reprensibile, era «un po’ agitato, chiedeva solo aiuto» con delle urla che verosimilmente hanno spinto qualche passante a chiamare la polizia, dopo che l’uomo aveva iniziato a dare pugni e calci a macchine e portoni. 

Avvenire cita poi la sorella dell’italo-marocchino che passa subito all’attacco: «Non sappiamo cosa sia successo». Però secondo lei, è la polizia ad essere responsabile: «lo hanno ammanettato ed è morto. Lo hanno aggredito loro, ci sono testimoni».

Ma due agenti della polizia di Stato non meritano la presunzione di innocenza come gli altri cittadini e anche di più per le difficoltà correlate al loro mestiere di «difesa dell’ordine pubblico»? Non si crea già qui un piccolo sentimento di ostilità, dando gran risalto alla voce della sorella, comprensibilmente turbata dall’accaduto?

La questura, sottolinea poi Avvenire, ha fornito «la sua» ricostruzione dei fatti: gli agenti sarebbero intervenuti «su richiesta dei cittadini» che avevano segnalato «una persona in escandescenza» e, per contenere il soggetto, sarebbero stati aiutati «da altri cittadini», anche a seguito del «danneggiamento di un’auto».

Si cita il sindaco di Bologna che giustamente vuole «piena luce su quanto avvenuto». E che ha partecipato però ad una manifestazione «per chiedere verità e giustizia sulla morte di Abderrahim Fakir» in cui erano presenti anche i familiari di Fakir che hanno parlato, sempre secondo il quotidiano, di «assassinio di Stato». Né più, né meno.

Fermo restando che se la colpevolezza degli agenti fosse dimostrata, sarebbe sacrosanta la condanna degli stessi, c’è qualcosa che non torna. Da un lato, secondo la legge e la Costituzione si deve presumere l’innocenza degli accusati, anche perché la polizia italiana è una istituzione che a priori è degna di rispetto. O no?  Qui però si parla – senza alcuna distanza critica – di un presidio a Bologna che sostiene, ben prima dell’inizio delle indagini, la tesi dell’«assassinio». 

E questo atteggiamento ambivalente, fatto proprio dal quotidiano dei vescovi, seppur in modo velato e meno esplicito delle gazzette che vanno per la maggiore, non pare né corretto, né equo, né cristiano.

Fabrizio Cannone

Fabrizio Cannone

Fabrizio Cannone su Barbadillo.it

Tags: avvenirefabrizio cannonefakir

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Comments 1

  1. enrico says:
    3 mesi ago

    In certempi, di fronte a un pregiudicato che aggrediva, mordeva, cercava di speccare auto, la Polizia o i Carabinieri sarebbero intervenuti con i manganelli (non a caso il bastone era considerato il “castigamatti”). Rispondendo alle normative in vigore, andando oltre ultra petita, gli agenti intervenuti hanno utiizzato spray al peperoncino e l’immobilizzazione del soggetto. Che cosa si vuole di più? A riprova della loro onestà, uno degli agenti ha effrttuato una ripresa a sue spese dell’accaduto, con una telecamera comprata di tasca sua. A tanto ormai siamo ridotti… +++

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