Diciamola facile, senza troppi giri di parole. L’Argentina di Messi non è quella di Maradona. Quella era una sporca dozzina, questa – pur restando una squadra di fabbri senza il minimo ritegno (è la garra, dice Lele Adani) – è puro mainstream. La Spagna, no. Oddio, proprio anti-sistema no. Diciamo che non era, a questi mondiali, tanto mainstream quanto l’Albiceleste. Eppure la Roja ha preso a pallonate prima la pompatissima Francia di Mbappé, poi i picchiatori che facevano da contorno alla last dance della Pulce.
Roba, questa, già vista. Ricordate, Zidane a Berlino e Blatter che se lo va a coccolare? Ecco, la Spagna ci ha ricordato un po’ quella Nazionale, la nostra ultima vittoria mondiale. Tranne, va da sé, per la furbizia di Materazzi. Quella, a onore delle Furie Rosse, non è servita. Eppure a chiunque sarebbero saltati i nervi. Ferran Torres e Nico Williams hanno dovuto fare, insieme, tre gol per vedersene convalidato almeno uno. Enzo Fernandez ha dovuto far volare per aria, letteralmente, il grande Cubarsì (uno che in Italia starebbe ancora in prestito alla Pro Sesto, ma questa è un’altra storia). Paredes ha picchiato tutti. Prima e dopo la partita. Il trionfo, poi, è stato l’aver girato le spalle agli avversari. Senza senso: la Spagna li ha letteralmente dominati sotto ogni aspetto. E, per fortuna, non ci siam dovuti sorbire alcuna predica di Padre Lele. Dios sarà pure argentino, per carità: ma stavolta ha avuto pietà delle nostre orecchie.
La Spagna ha vinto e parafrasando la mitica Elly Schlein, la Tuchel del Pd, “non l’hanno vista arrivare”. Né Infantino, né Trump. Né i compunti giornalisti Rai, nemmeno la regia. Che, allo scadere del 90esimo minuto, ha inquadrato i tifosi spagnoli atterriti e quelli argentini in festa. No, l’ennesima remuntada non c’è stata. La narrazione decisa dalla Fifa s’è schiantata contro la realtà. Ma a viale Mazzini, ormai lo sappiamo, c’hanno un problema con il pensiero diverso da quello dominante. Altrimenti non si spiega perché hanno silurato un top player come Pietrangelo Buttafuoco, un trequartista di talento purissimo già impiegato da terzino sinistro con una trasmissione da dieci minuti all’alba. Questa è un’altra storia, per carità. Epperò ci spiega che il mainstream può apparecchiare tutto a tavolino ma, poi, non è mica detto che vinca. All’Argentina puoi regalare un tabellone ridicolo (dai, su: la più forte prima dell’Inghilterra era Capo Verde…), arbitraggi che da noi la metà sarebbe bastata a far scattare diciotto inchieste in ventiquattro Procure diverse. Ma poi il pallone fa ciò che vuole. Come il genio che, lo sappiamo, non è che ha bisogno di un balconcino mattiniero per manifestarsi. Entrambi, genio e pallone, fanno ciò che gli pare. E non c’è Infantino, e nemmeno Trump, che tenga.






L’Argentina è la vergogna del calcio e, purtroppo, non solo del calcio. Paese meraviglioso, colmo della peggior feccia d’Occidente…