Mentre il Canada «festeggia» i 10 anni della legge sull’eutanasia (con quasi 80 mila vittime, in aumento costante ogni anno) e la Francia di Macron rischia di imitarla, la Corte suprema spagnola, con una decisione storica, che è stata resa pubblica alla fine di giugno, difende la vita.
E ciò è tanto più meritorio visto il contesto poco facile del governo socialista di Pedro Sanchez il quale, tra un processo e l’altro, vorrebbe iscrivere l’aborto nella Costituzione e allargare le maglie del suicidio assistito, che esiste dal 2021.
Secondo la sintesi del portale Génétique, il più battagliero sito pro life in lingua francese, un certo Francesc Augé, di 56 anni, ha chiesto di ricevere l’iniezione letale per le sue gravi condizioni di salute, causate da «due infarti e quattro ictus».
La «Commissione di garanzia e valutazione» della Catalogna – l’ente preposto per questo tipo di domande – ha approvato la sua richiesta, ma poco prima della «eliminazione concordata», la decisione è stata sospesa a «causa del ricorso presentato dal padre» del signor Augé.
Secondo quest’ultimo, suo figlio, proprio per i traumi, i disturbi mentali e le patologie invalidanti che ha, «non è in grado» di prendere una «tale decisione». Al contrario con «una terapia adeguata» suo figlio Francesc potrebbe sopportare serenamente «sia il dolore che le sue disabilità».
Già a questo punto ci sarebbe da fare una prima riflessione perché in un contesto occidentale in cui il «diritto all’eutanasia» è spacciato come una conquista e un «traguardo di civiltà», tutti noi siamo indotti a credere che, criticarlo o dubitarne, sia automaticamente una posizione «bigotta», «retriva» o di cui «vergognarsi in pubblico»: «ma se di morire ha chiesto lui?»…
In ogni caso, la corte di Barcellona ha subito respinto il ricorso paterno, perché contrario ai desideri del signor Augé le cui condizioni gli parevano soddisfare i «requisiti per ricorrere all’eutanasia».
Ma il padre, con coraggio e zelo, è riuscito a portare la difesa del povero figlio sino alla Corte suprema, la quale a seguito di un’assemblea plenaria, con 23 voti contro 9, ha «annullato la decisione» catalana e ha pienamente accolto le motivazioni presentate.
«Riconoscere la legittimità» di queste istanze genitoriali, ha precisato l’alta Corte non implica «necessariamente» che il tribunale «accoglierà il ricorso»: si ammette però la possibilità di richiedere un «controllo giurisdizionale» per determinare se l’amministrazione abbia agito «in conformità con la legge».
Secondo la decisione della Corte che – Sanchez permettendo – dovrebbe «fare giurisprudenza» in Spagna, i «familiari appartenenti alla cerchia più stretta» del paziente, possono legittimamente impugnare in sede giudiziaria «la decisione di eutanasia», pur se richiesta da un cittadino maggiorenne e anche se già approvata da un comitato competente.
Secondo i togati farebbero parte di questa «cerchia familiare ristretta» i genitori, i figli, i fratelli e le sorelle, e lo stesso coniuge del paziente che ha richiesto (ed ottenuto) l’eutanasia. La sentenza pro life è comprensibilmente stata lodata da Federico de Montalvo, vicepresidente dell’Associazione spagnola per il diritto alla salute, secondo cui «nessun comitato etico è infallibile».
Al contrario, le lobby pro eutanasia l’hanno criticata, condannando «l’idea che terzi», indipendentemente dai loro «legami o dalle loro relazioni affettive» possano intromettersi «per via giudiziaria o in qualsiasi altro modo» in una scelta così importante come la richiesta di «aiuto a morire». In questa logica perversa dunque, darsi la morte è diventata una scelta banale e rispettabile, e suicidarsi un sorta di «diritto democratico» come il diritto di voto e di parola.
Forse, nella mens che ha ispirato i giudici di Madrid, hanno avuto un peso i tristissimi casi, registrati anche in Spagna, di ragazzi e ragazze, falcidiati dall’iniezione letale, solo perché affetti da ardue «patologie psichiatriche» ma in nessun modo vicini alla morte e al cosiddetto «fine vita». Come da ultimo il tristissimo caso di Noelia Castillo, uccisa in ospedale a 25 anni, nel marzo scorso, in primis per i danni psicologici dovuti agli stupri ricevuti da piccola.







