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Governare il cambiamento: automazione e ridistribuzione sociale

In gioco non c’è “solo” un aumento dei salari, ma un ripensamento degli attuali assetti economici e sociali, nei quali il salario rappresenta la classica punta d’iceberg rispetto ad  un sistema di valori, di libertà sostanziali, di gestione delle imprese, di capacità competitive (anche rispetto ai nuovi assetti tecnologici)  che va “ripensato” alla radice

di Mario Bozzi Sentieri
5 Luglio 2026
in Corsivi
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Ridistribuzione sociale

Che cosa accade quando l’automazione aumenta più rapidamente della capacità delle istituzioni di distribuire i benefici della crescita? Se l’intelligenza artificiale e la robotica concentrano sempre più reddito e potere nelle mani di chi possiede il capitale, quali strumenti useranno le élite economiche per preservare la stabilità sociale? Più welfare e redistribuzione oppure più controllo e repressione?

Sono queste le domande al centro di Automation and Repression, nuovo working paper di Daron Acemoglu, A. Arda Gitmez e Mehdi Shadmehr, pubblicato dal National Bureau of Economic Research. 

Il lavoro si muove lungo due ipotesi  strategiche:  la prima  è  la redistribuzione, da realizzarsi attraverso la tassazione  di  una parte dei redditi e l’utilizzazione delle risorse raccolte per finanziare beni pubblici o trasferimenti ai lavoratori (con ciò riducendo  le tensioni sociali e  garantendo contemporaneamente  livelli più elevati di automazione senza compromettere la stabilità politica); la seconda possibilità è la repressione. Lo Stato può investire in strumenti di controllo, sorveglianza e contenimento del dissenso. La repressione – secondo il paper elaborato dai tre studiosi – presenta costi relativamente più stabili. Da qui emerge il risultato centrale dello studio: oltre una certa soglia di automazione, la repressione diventa la scelta preferibile sul piano della convenienza, laddove la redistribuzione diventa progressivamente più costosa all’aumentare dell’automazione, perché richiede trasferimenti sempre maggiori per compensare la perdita di reddito dei lavoratori. Automation and Repression non sostiene – sia chiaro – che l’automazione conduca inevitabilmente all’autoritarismo. Si tratta però  di un modello teorico costruito a partire da una serie di ipotesi molto precise: una società divisa tra proprietari del capitale e lavoratori, un aumento delle disuguaglianze generato dall’automazione, la possibilità di rivolte sociali e uno Stato che agisce principalmente nell’interesse dei detentori del capitale. 

Secondo gli studiosi capitanati da Acemoglu non è l’automazione in sé a minacciare la democrazia. Il rischio nasce quando l’automazione viene utilizzata per concentrare reddito, potere e capacità decisionale senza creare meccanismi che consentano alla maggioranza della popolazione di partecipare ai benefici del progresso tecnologico.

L’alternativa ? La tassazione  di  una parte dei redditi e l’utilizzazione delle risorse raccolte per finanziare beni pubblici o trasferimenti ai lavoratori. Niente di “strutturale” a ben guardare. Con il rischio  che a prevalere, nel nome di una generica stabilità sociale e di una formalistica “ridistribuzione dei redditi”, sia la paventata repressione, evocata quale strumento di riequilibrio/salvaguardia del Sistema. 

Che fare, allora? Favorire, a spada tratta, il reddito ed il potere di chi possiede il capitale ovvero ritrovare le “ragioni” di una “terza via” tra interessi delle élite economiche e tutela della grande massa dei lavoratori in carne ed ossa?

In questo quadro non  è  velleitario pensare di  “rinegoziare” i salari sulla base di una remunerazione partecipativa, che superi i vecchi (e nuovi) meccanismi salariali, collegando la  retribuzione ai risultati d’impresa attraverso  un sistema collaborativo fra i dipendenti ed il management. Con ciò realizzando  un sistema premiante  legato ai profitti, in un mix tra salario fisso e quota variabile, rendendo  i lavoratori partecipi dei risultati conseguiti e nel contempo avviando, su base aziendale, quelle politiche “ridistributive” più volte annunciate, ma mai concretamente realizzate. 

Dal mero livello salariale può insomma partire un più organico processo partecipativo, collegato, nelle aziende, alla trasparenza informativa, alla codeterminazione e alla programmazione: un salto di qualità essenziale per rendere realmente efficienti le scelte aziendali, soggette alle trasformazioni tecnologiche, e favorire nuove dinamiche di sviluppo. 

Nell’ambito della “partecipazione” tout court (finalizzata a rendere i lavoratori partecipi dei destini dell’impresa) la “partecipazione finanziaria” rappresenta, del resto,  una componente essenziale, laddove – come si può leggere in Il Codice della partecipazione. Contributo allo studio della partecipazione dei lavoratori di Roberta Caragnano  – “comprende tutte le ipotesi in cui i prestatori di lavoro siano coinvolti – in quanto tali e in ragione della attività lavorativa svolta – nei risultati economici dell’impresa e, in generale, si attua nelle forme della partecipazione agli utili e della partecipazione azionaria dei lavoratori, quest’ultima da realizzarsi anche con la creazione di fondi di investimento collettivo”.

Ai diversi soggetti sociali e politici di svolgere – in questa prospettiva –  il loro ruolo. Agli imprenditori di uscire finalmente dalla gabbia del mero tornaconto personale ed aziendale, ritrovando il senso  della  “funzione sociale” del loro operare.  Ai Sindacati di favorire organicamente l’inclusione dei lavoratori nella gestione delle aziende. Ai territori di costruire forme di concertazione in grado di realizzare l’integrazione produttiva e sociale, a tutti i livelli, dalle Pmi alle grandi aziende. Allo Stato di  introdurre pratiche “incentivanti”, a livello fiscale, aventi lo scopo di favorire accordi aziendali d’impronta partecipativa. 

In gioco – appare in tutta evidenza – non c’è “solo” un aumento dei salari, battaglia peraltro necessaria e cruciale per milioni di lavoratori, ma un ripensamento degli attuali assetti economici e sociali, nei quali il salario rappresenta la classica punta d’iceberg rispetto ad  un sistema di valori, di libertà sostanziali, di gestione delle imprese, di capacità competitive (anche rispetto ai nuovi assetti tecnologici)  che va “ripensato” alla radice. Ivi compreso il rapporto tra le remunerazioni dei possessori di capitale, dei vertici aziendali e quelle dei dipendenti, “ridistribuendo” su  tutti i soggetti del sistema produttivo i benefici del progresso tecnologico, con ciò evitando che le radicalizzazioni “di classe”  (sia attraverso una  tassazione esasperata che con forme repressive) portino alla disintegrazione sociale.

 

Mario Bozzi Sentieri

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Tags: mario bozzi sentieriridistribuzione sociale

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