
Come Enzo Tortora che uscito dal carcere, dai banchi parlamentari del Partito radicale, è rimasto sul carcere, anche Alemanno – nell’impegno politico e sociale – deve restarci. Al fianco di Caino. Di Nessuno tocchi Caino precisamente. E questo perché la questione fondamentale, soprattutto in Italia, sia chiara: non basta essere innocenti per scampare la galera, anzi. Diventa una aggravante. Una delle tante trappole del destino.
Carcere, malattie e calamità. Ecco dove si vede il cuore degli amici. Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma, lasciando Rebibbia, ha trovato una comunità che lo reclama in politica oggi che si lascia più di un anno dietro le sbarre. Ma la sua battaglia – giusto oggi che si conferma leader di un movimento tutto sociale e tutto italiano – deve essere di scontro contro un mondo di manettari “de destra” perfino sciocchi se si pensa che tutte le norme giustizialiste, le chiavi buttate e le gogne, alla fine – con gran gusto dei volenterosi aguzzini – facile profezia vede destinate a loro. Laddove terremoti e cancri sono nell’ordine dell’ineluttabile, la giustizia – il suo essere macchina triturante – è giostra in cui tutti possiamo incappare. Tutti. Cane non mangia cane, certo, i magistrati che inchiodarono Tortora non pagarono mai pegno e però è certo che quel “male non fare, paura non avere” è la più beffarda delle morali perché già l’omicidio colposo, conseguenza di un’azione non voluta, o un’adolescenza aspra – per non dire del pregiudizio ideologico – aprono le porte del carcere e bene fa oggi Alemanno a dare voce a quell’abisso su cui i politici politicanti ostentano ferocia, sussiego e demagogia. Bene fa a dirlo “da destra” dove la canea adunatasi ai piedi delle forche da sempre – e per sempre – grazie a un raffinato esercizio di strategia repressiva, invera la sentenza di Lenin: “Ci venderanno la corda con cui li impiccheremo”. In questo caso, va da sé – senza neppure il guadagno – glielo procurano a gratis il cappio con cui farsi strozzare.

Bene fa Alemanno e Giorgia Meloni, se volesse, potrebbe spiazzare tutti – soprattutto i propri, tutti manettari – nominandolo Commissario straordinario per l’emergenza carceri, nel senso che le prigioni sono sovraffollate e inumane (in questi giorni sono cloache roventi di afa) e solo uno come lui saprebbe dire di cose ben conosciute, saprebbe spiegare l’abicì di quel che davvero serve, molto più di quanto possa fare un burocrate di quelli che vanno in visita pastorale per poi presto mettersi a riparo dell’aria condizionata.
Alemanno farebbe benissimo nel ruolo di Commissario straordinario per l’emergenza carceraria perché poi, avrebbe ancora con sé la “voce di dentro”, quella di chi ha condiviso con lui il muro alto del penitenziario. E su tutti – condividendone da militante e attivista la giornata da recluso – Alemanno avrebbe la voce del suo primo sodale, Fabio Falbo, “lo scrivano di Rebibbia”, l’uomo che, nell’abbraccio più forte, ha salutato per ultimo lasciandosi alle spalle Rebibbia. È, Fabio Falbo, il carcerato simbolo di tutte le battaglia per la giustizia giusta il cui insegnamento è ben spiegato in un concetto limpido: ogni detenuto non è il suo reato, ogni detenuto è persona.
Un uomo, Falbo – il sodale di Alemanno – il cui romanzo è un vissuto carcerario di dedizione verso il prossimo. Un Conte di Montecristo, insomma, il cui stigma non è vendetta bensì aiuto e soccorso per quei tutti la cui vita è giostra. E lui, Fabio Falbo – e Gianni Alemanno lo sa – è il famoso cuore che va incontro al carcere, alla malattia e alla calamità degli altri. Nel segno dell’amicizia.
Post scriptum
Per non dire del sotto testo implicito in tema di Delitto e Castigo, ovvero la civiltà. Quella del Diritto in particolare. Messo sempre sotto i piedi quando si tratta di forche.
Ci si dimentica sempre – e non dovrebbe essere mai scordato – del lascito latino, tutto di pietas e gravitas, giammai vendicativo e barbaro come queldente per dente biblico. Con Franco Basaglia l’Italia ha chiuso quei manicomi che nessuno oggi si sogna di riaprire. Ecco, adesso c’è da attendersi un Basaglia della giustizia giusta che sappia dismettere il carcere. Nel segno della civiltà. (da SkyTgInsider)







Il sistema carcerario italiano è da rivedere, restaurare, finanziare adeguatamente, modernizzare rapidamente e radicalmente. Ovvio. Per l’umanità e la giustizia. Ma c’è una verità che ci afflligge un po’ tutti, non solo italiani. Le carceri sono università del crimine per molti, miseria ed abiezione umana per quasi tutti. A che servono? Come se ne esce? Con la collaborazione di magistrati progressisti che mandano in galera innocenti e lasciano delinquenti a piede libero? Con la ‘struttura albanese’? Mi ricordo il racconto di un mio Capo Missione che era stato Ambasciatore nello Zaire, poi ritornato Congo. Con Mobutu. Una volta che gli riuscì di far catturare un ladro nel giardino della residenza gli arrivò la richiesta con Nota Verbale di quel Ministero degli Esteri. Doveva provvedee al suo mantenimento in carcere, altrimenti sarebbe stato rilasciato subito… Norma uguale per tutti. Fino al ‘700 il carcere era quali solo per i nobili, che la famiglia nutriva. Tipo la Bastiglia. Per i poveri la forca, la fustigazione per i delitti lievi, più indietro nel tempo le mutilazioni… Non abbiamo nostalgie di tale giustizia o di torture ancora diffusissime nel mondo. Ma bisogna fare qualcosa. Senza gulag, ma senza neppure pensare che la colpa sia della ‘società’ o di un’infanzia difficile, con madre prostituta, padre o maschi che la picchiavano ecc. ecc. Lasciare marcire poveracci in galera e consentire un narcotraffico spudorato alla luce del sole, ovunque, mille prepotenze ed illegalità quotidiane, tartassare chi supera con l’auto i 30 km. all’ora, perdonare quasi sempre le ‘risorse’ arrivate col barcone ecc. ecc. neppure…
Per ridurre il sovraffollamento nelle carceri rendendole più umane basterebbe tramite accordi con i paesi da cui provengono gli extracomunitari rei di un reato per mandarli a scontare le pene nei paesi d’origine. Si dovrebbe pagare il loro mantenimento una cifra molto inferiore ai costi di tenerli in Italia, smetterebbero di lamentarsi perché manca l’aria condizionata e il vitto non è buono, lascerebbero spazio per gli altri detenuti. E naturalmente ci penserebbero due volte prima di venire in Italia e commettere reati…