
Oggi in Svizzera, due vescovi, già scomunicati da Giovanni Paolo II nel 1988, mons. Bernard Fellay e mons. Alfonso de Gallareta, ne consacreranno altri quattro, di cui due francesi, uno svizzero e un americano, durante una celebrazione che potrà seguirsi live su youtube.
Per capire bene le cause di quanto accadrà in queste ore nel cantone del Vallese, bisogna rileggere, sinteticamente, la storia contrastata della «Fraternità sacerdotale san Pio X» (Fsspx) la comunità religiosa fondata da mons. Marcel Lefebvre nel 1970.
Monsignor Lefebvre (1905-1991) è stato un pio e zelante vescovo missionario, appartenuto alla Congregazione degli spiritani, che ha dato il meglio di sé, in decenni di coraggioso impegno apostolico in Africa, divenendo sotto Pio XII (1939-1958), arcivescovo di Dakar.
Rientrato in Europa con Giovanni XXIII, partecipò al Concilio Vaticano II (1962-1965) come membro del lato conservatore dell’assemblea, accanto ad immense figure della cattolicità romana, come il cardinal Ottaviani, il cardinal Siri e molti altri prelati, legatissimi alla Tradizione della Chiesa.
Dopo la riforma liturgica del 1969, voluta e approvata da Paolo VI (1963-1978), Lefebvre fondò in Svizzera, ad Ecône, il suo istituto sacerdotale, di stampo conservatore e identitario, con l’approvazione del vescovo del luogo e dei dicasteri romani competenti.
Negli anni successivi al Concilio però, e non senza responsabilità romane ed episcopali, si diffusero inconcepibili abusi liturgici e dottrinali, che sfigurarono in tanti contesti il volto della Chiesa, e divennero frequenti le celebrazioni, come le definì Benedetto XVI «al limite del sopportabile».
Decadenza degli ordini religiosi storici (gesuiti, francescani, salesiani), errori dottrinali ed eresie diffuse da teologi di grido, spesso docenti in Facoltà pontificie, abbandoni in massa del sacerdozio e tante altre deviazioni: questo quadro, tipico degli anni 70 del cattolicesimo, fece radicalizzare il presule, il quale finì per dar la colpa di tutto ciò al Concilio stesso, di cui aveva però firmato i documenti, alla riforma liturgica con la «nuova messa» in volgare e agli stessi papi, prima Paolo VI, poi Giovanni Paolo II (1978-2005), specie per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.
Così dal 1974, Lefebvre iniziò a separarsi da Roma, giudicandola ormai imbevuta di liberalismo, marxismo e neo-modernismo. Malgrado i ripetuti contatti con papa Wojtyla e con il cardinal Joseph Ratzinger – che dava una lettura del post-Concilio simile alla sua – nel 1988 decise di ordinare illegalmente quattro vescovi, scomunicati da Roma.
Dal 1988 ad oggi, durante i pontificati di Benedetto, Francesco e Leone, la situazione di stallo nelle relazioni tra i seguaci di mons. Lefebvre (detti «lefebviani» o «tradizionalisti») e il Vaticano hanno avuto oscillazioni varie, ma non si è mai recuperata l’unità e la «comunione perfetta».
Nel frattempo sono venuti a mancare due dei quattro vescovi consacrati da Lefebvre, ed essendo notevolmente cresciuta la Fsspx nei 5 continenti (oltre 720 sacerdoti e mezzo milione di fedeli), l’attuale superiore dell’istituto, il romagnolo don Davide Pagliarani, ha deciso di ordinare altri quattro vescovi, scelti fra i suoi sacerdoti, senza il necessario «mandato pontificio».
Per i lefebvriani l’ordinazione dei vescovi – illecita ma non invalida dal punto di vista sacramentale – è giustificata dal fatto che la Chiesa di Roma è ancora oggi «invasa dal modernismo» e i danni imputati alla riforma liturgica e al Concilio sarebbero più palesi che mai.
Per il Vaticano, evidentemente, la situazione è diversa e nella Lettera del santo Padre a don Pagliarani, uscita ieri, Leone «colmo di affetto cristiano» per i fratelli tradizionalisti, li supplica di non procedere nello scisma, scrivendo accorato: «tornate sui vostri passi!»
«Vi esorto» continua il Vicario di Cristo «a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli», perché «l’atto scismatico» dell’ordinazione di vescovi senza permesso «li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti».
Papa Leone, come tutti i suoi predecessori, conosce bene le sue pecorelle e riconosce nei seguaci di Lefebvre tanti elementi di valore e di stima, come «l’attaccamento alla vita liturgica», «l’impegno nella formazione sacerdotale», «lo zelo apostolico» e il «desiderio di fedeltà alla Tradizione».
Il problema quindi, per il Vaticano, non sta in questi pregi della Fsspx, ma nella separazione da Roma, che «lacera la Tunica inconsutile di Cristo» ed è, come sanno bene don Pagliarani e i suoi, un «peccato di estrema gravità».
Ultimamente, il superiore dei lefebvriani ha presentato una «dichiarazione di fede» al papa, proprio per dimostrare la sua ortodossia e la sua fedeltà alla Tradizione della Chiesa. In essa si affermano, sinteticamente, tutte le verità del Credo e tutti i dogmi della fede, e su ciò nulla può eccepirsi.
Ma si dice anche che «il Romano Pontefice, Vicario di Cristo, rappresenta l’unico soggetto che detiene l’autorità suprema su tutta la Chiesa». Purtroppo, le ordinazioni di questi vescovi, contro l’esplicita volontà del papa, va direttamente contro queste parole.
Perché ogni atto di disobbedienza al papa, in materia grave, porta con sé, come scrisse Giovanni Paolo II, un «rifiuto pratico» del primato di Pietro. E non è logico né evangelico voler «salvare a fede e la Chiesa» agendo direttamente contro di esse.






