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Il verbo di Hölderlin nelle pagine di Piazzese

L’originario è già una frattura ove coabitano armonia e dissidio, ed è qui che si manifesta il paradosso forse tra i più eccelsi

di Marco Spada
27 Giugno 2026
in Cultura, Libri
0
Hölderlin

Il libro di Stefano Piazzese, Dire l’ignoto. Saggio su Hölderlin si può collocare entro quella zona estrema del pensiero moderno in cui la poesia e la filosofia si pongono al di là di qualsivoglia trattamento sia come “ornamenti del concetto” sia come disciplina chiamata a chiarire dall’esterno l’oscurità del canto. La posta in gioco, ben colta da Stefano Piazzese, è ben più radicale e ciò viene esplicato nel secondo capitolo ove la traduzione diventa il fulcro del tutto. Difatti, egli vuole farci comprendere in che modo Hölderlin, nel passaggio dalla tragedia incompiuta di Empedocle alle traduzioni sofoclee dell’Edipo il tiranno e dell’Antigone, abbia riconosciuto nel tragico il luogo in cui il pensiero esperisce la propria impossibilità di chiudersi in sistema. Il tragico, spiega Piazzese e ivi lo accompagniamo in questo transito, è il movimento stesso attraverso cui l’essere si manifesta come dissidio, come tensione tra ciò che tende alla forma e ciò che continuamente la eccede, la spezza, la espone al proprio limite. Il ricercatore aretuseo in filosofia teoretica insiste con efficacia su questo punto: nelle tragedie di Sofocle, Hölderlin non si abbandona a un culto archeologico della Grecia perduta, poiché egli incontra – al contrario – l’originario come ciò che non coincide mai con l’origine cronologica, con il principio pacificato, con la fonte pura da cui tutto discenderebbe secondo ordine. L’originario è già una frattura ove coabitano armonia e dissidio, ed è qui che si manifesta il paradosso forse tra i più eccelsi. Perciò l’ignoto costituisce la determinazione più propria del tragico. Si potrebbe definire meglio, forse, come la sua “interna necessità”. Il tragico dice l’ignoto proprio perché non può possederlo e lo esperisce perché in esso il linguaggio riconosce la propria insufficienza senza per questo ridursi al mutismo. Qui risiede il punto più alto della lettura di Piazzese. Hölderlin – lungi dal dichiararlo ineffabile poiché formula troppo comoda – è il pensatore della soglia, ovvero colui che comprende che il linguaggio poetico è chiamato a stare là dove il senso non si lascia più amministrare dalla chiarezza concettuale e dove, tuttavia, sarebbe colpevole rinunciare alla parola.

Dire l’ignoto di Piazzese

L’ignoto è, quindi, ciò che costringe il pensiero a riconoscere la propria vocazione tragica. Da questo punto di vista, la vicenda delle traduzioni sofoclee del 1804 acquista un valore decisivo. Esse furono giudicate, al loro apparire, come prodotti di una mente oscurata, come sintomi di una rovina spirituale più che come atti poetici consapevoli. Il giudizio di Schelling, che vi scorgeva la conferma dell’ottenebramento del poeta, appartiene a quella storia della ricezione in cui l’eccedenza viene immediatamente patologizzata, in cui ciò che non rientra nella norma filologica o estetica del tempo viene consegnato alla categoria della follia. Il Novecento, da Benjamin in poi, avrebbe visto in quelle stesse versioni un evento di tutt’altro ordine: lì è risieduto il punto di massima esposizione che è il sinonimo della rivelazione del pericolo che ogni traduzione autentica porta con sé. Piazzese ha raccolto questa linea interpretativa portandola con sé e lasciandola mantecare affinché essa potesse divenire una tesi limpida: le traduzioni hölderliniane sono trasformatrici perché intendono riattivare Sofocle come forza di crisi nel presente. Il traduttore, allora, è colui che accetta di entrare nel conflitto tra lingue, tempi, forme storiche e potenze simboliche, ovvero l’elemento più potente di qualunque altro. Tradurre Sofocle significa per Hölderlin porsi oltre, misurando la lingua tedesca con il proprio estraneo, forzarla a esporsi a un ritmo che non le appartiene e condurla fino al punto in cui essa non riconosce più sé stessa nella propria domesticità. 

La traduzione, pensiero in atto

È precisamente su questo terreno che il libro di Piazzese offre il contributo più fecondo, poiché la traduzione – pensiero in atto – è il luogo in cui la vocazione filosofica del poeta si radicalizza. Hölderlin capisce che essa gli permette quel confronto con quella dimensione dell’originario che nessuna lingua può esaurire. Quando Piazzese parla di traduzione estraniante, di foreignizing, coglie un tratto essenziale, ovvero che Hölderlin lascia che il greco ferisca il tedesco, che lo renda meno sicuro, meno padrone di sé. Si tratta – sia chiaro al lettore – di una testimonianza di fedeltà profondissima, proprio perché rinuncia alla fedeltà apparente. Il traduttore che voglia davvero servire il testo non può limitarsi a riprodurne il significato come se esso fosse un oggetto già dato, poiché all’interno di ciascuna parola e di ogni lettera v’è una tradizione da condurre in avanti. Il significato tragico vive nella frizione tra la parola, il ritmo, la cesura, il gesto e il destino; vive nell’intervallo tra ciò che viene detto e ciò che si sottrae. Per questo Hölderlin può sembrare tradire Sofocle proprio nel momento in cui lo riconduce alla sua potenza originaria. La violenza della traduzione, di cui Piazzese parla con saggia insistenza, deve essere intesa come l’accettazione del fatto che ogni incontro autentico tra lingue comporta una lacerazione. Tradurre senza violenza significherebbe tradurre senza evento, ridurre l’altro al medesimo, sciogliere l’estraneo nella fluidità rassicurante della lingua familiare. Hölderlin riuscì, al contrario, a far apparire Sofocle nella sua impraticabilità, consegnandolo a una lingua che non può contenerlo senza un’adeguata metamorfosi. In ciò consiste il carattere propriamente speculativo delle sue versioni: esse pensano il testo traducendolo, interrogandolo attraverso l’atto stesso che dovrebbe renderlo accessibile. Benjamin aveva compreso che nelle traduzioni hölderliniane il senso rischia di precipitare in profondità linguistiche senza fondo. Piazzese fa di questo rischio la cifra stessa dell’operazione. Il rischio è ciò senza cui la traduzione resterebbe una mera tecnica di equivalenza. Dunque, si può separare il traduttore dal filosofo nell’ambiente di Hölderlin? Giammai. Entrambi abitano l’esilio, entrambi parlano a una città che non sa ascoltare ed entrambi apostrofano un popolo assente, giungendo quindi fuori tempo, in un concetto perfettamente zaratustriano. 

La grandezza di un saggio 

Dire l’ignoto è riuscito nell’intento di abitare le vette del pensiero filosofico. Il merito di Piazzese risiede anche nell’avere sottratto Hölderlin alla duplice neutralizzazione che spesso ne indebolisce la lettura: da un lato l’estetizzazione dell’enigma, dall’altro la riduzione biografico-patologica dell’oscurità. Se affermassimo che dire l’ignoto significhi celebrare l’indeterminato, rischieremmo di plagiare il lettore in un significato che non gode di esistenza in questo libro. Nella tragedia, dunque, l’ignoto appare come struttura della finitezza e l’uomo tragico è colui che agisce entro un ordine in cui sapere e non sapere si implicano reciprocamente, in cui la luce stessa della coscienza produce ombra. Ivi, Edipo è la figura della coscienza storica che scopre come ogni fondazione della città sia attraversata da un rimosso, da un delitto o una colpa. Antigone, a sua volta, è il punto in cui il conflitto tra ordini differenti della giustizia mostra l’impossibilità di una mediazione definitiva. Hölderlin traduce Sofocle perché in egli riconosce il movimento originario della crisi europea: il rapporto spezzato tra l’uomo e il divino, tra la città e il suo destino, ecc. 

Piazzese carpisce, vede con chiarezza, che tale riconoscimento deriva dall’esperienza di La morte di Empedocle. Il poeta che aveva tentato di pensare la conciliazione impossibile tra natura e spirito ritrova in Sofocle una più alta severità del problema. Il linguaggio tragico, avviandoci verso le naturali conclusioni, non può pacificare il pólemos, poiché il suo compito in realtà è quello di farlo risuonare. La sua funzione è sia diagnostica sia iniziatica, difatti conduce la comunità a vedere ciò che essa vorrebbe non vedere, a pensare ciò che essa tende a rimuovere. Qui la traduzione assume un valore politico nel senso più alto e meno contingente del termine. Non perché Hölderlin pieghi Sofocle a un programma ideologico, ma perché ogni vera traduzione del tragico riapre la domanda sulla polis. Al centro della questione posta dalla tragedia v’è proprio la città. Tradurre Sofocle nella Germania del primo Ottocento significa interrogare il destino storico di una comunità ancora incompiuta, sospesa tra rivoluzione, restaurazione, nostalgia greca e crisi della modernità. Significa domandare se un popolo possa nascere senza attraversare il proprio lutto, senza riconoscere l’estraneo che lo abita, senza accogliere il paradosso per cui ogni fondazione è anche una perdita. In questo senso, Piazzese coglie bene il nesso tra tragedia e Trauerspiel. La vita totale dell’uomo non può che parlare nel lutto perché ogni totalità umana è ferita dalla morte, dalla separazione e dalla distanza dal divino. Cos’è, quindi, il lutto se non il modo in cui il finito prende parola? La tragedia è la lingua di questa presa di parola e la traduzione hölderliniana ne è la ripetizione trasformante in un’altra epoca della storia. 

 

(Stefano Piazzese, Dire l’ignoto. Saggio su Hölderlin, Solarino, Apalós, 2025. 153 pp., 17€)

Marco Spada

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Tags: Hölderlinmarco spadapiazzese

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