Dan Storyev, su The Nation (22 giugno), coglie che l’Occidente, specie gli Stati Uniti, hanno perso la capacità di comprendere la Russia. Non mancano informazioni, ma la disponibilità culturale e politica ad accettare che un grande Paese sia refrattario alle categorie occidentali. La Russia è vista quasi sempre come deviazione, patologia, anomalia rispetto al modello liberal-capitalista occidentale. Non vi rientra? Allora fallirà! Non fallisce oggi? Fallirà domani!
La Russia ha enormi problemi: autoritarismo, corruzione, declino demografico, dipendenza crescente dall’economia di guerra, rigidità istituzionale, compressione del dissenso. Ma dedurne l’imminente crollo significa confondere il desiderio con l’analisi, produrre propaganda camuffata da competenza.
I sogni son desideri…
Il discorso riguarda anche l’Italia, perché la stampa rilancia schemi prodotti altrove: l’Occidente innova, la Russia arretra; l’Occidente è il futuro, gli altri sono il passato; il modello liberal-consumistico è l’approdo naturale dell’umanità, chi non vi aderisce è o un relitto o un pericolo. È la solita liturgia del pensiero unico. Poco importa che l’Occidente patisca una crisi etica, morale e identitaria; che dall’Asia all’Africa, dall’America Latina al mondo islamico si sia immuni dalle nostre idee di progresso, individuo, mercato, diritti, memoria, famiglia, comunità, religione e Stato.
Invece il mondo non è l’Occidente, né vuole diventarlo. Vi sono popoli che hanno categorie storiche, etniche, spirituali e culturali differenti. Vi sono civiltà per le quali il consumo non è l’apice della libertà, né l’omologazione globale il destino dell’uomo. Vi sono società che preferiscono ordine, continuità, identità, appartenenza, sovranità, anche a costo di sacrificare parti di quel catalogo di valori che l’Occidente considera universale. Possiamo criticarle, contrastarle, se minacciano interessi e sicurezza; ma non possiamo comprenderle, partendo dall’idea che siano solo versioni arretrate di noi stessi.
Se il moribondo guarisce, che si fa?
La Russia non è il paradiso. Ma non è nemmeno il castello di carte che vorrebbero i cantori del liberalismo terminale. È una potenza storica, tradizionale, anti woke, ferita e determinata, ma dotata di profondità strategica, capacità di sacrificio, reti diplomatiche, memoria imperiale e una società molto più resistente di quanto venga raccontato nei nostri giornali. Credere che bastino sanzioni, isolamento morale, conferenza sulla “decolonizzazione” della Federazione Russa per disintegrarla è giocare col fuoco. Costruita sull’autoinganno, la politica estera non produce pace, ma escalation. Se ci si convince che l’avversario è moribondo, ogni pressione pare ragionevole; ogni compromesso pare cedimento; ogni negoziato pare tradimento. Se poi il moribondo non muore, anzi, si è impreparati. Il fallimento non è il mancato collasso russo, è il collasso della capacità occidentale di percepire la pluralità del mondo.
Diversi. Purché uguali
Si parla tanto di biodiversità, di tutela delle specie, di varietà degli ecosistemi. Ma, quando si passa ai popoli, alle culture, alle economie, alle tradizioni, alle religioni, la varietà diventa sospetta. Tutto va ricondotto a un unico modello: mercato, consumi, valori proclamati, antropologia individualista, idea di progresso, popolo senza volto. È un universalismo, che – per liberare l’uomo – cancella le radici. Invece la diversità dei popoli è ricchezza, non anomalia. Le civiltà non sono prodotti da standardizzare. Le nazioni non sono filiali periferiche del centro morale, ovviamente occidentale. E la politica internazionale non è catechesi planetaria, in cui alcuni spiegano a tutti gli altri come vivere.
Capire la Russia non significa sposare il Cremlino, ma evitare di costruire strategie sulla caricatura del preteso avversario, distinguere l’analisi dalla propaganda, la realtà dalla narrazione, e accettare che il mondo è multipolare non solo nei rapporti di forza, ma anche nelle visioni della vita.
Questa analisi, dal mio punto di vista, non è completamente corretta ma ci va molto vicino.
Sì, ci sono civiltà diverse, differenti da quella occidentale ma va bene che ognuno si mantenga la propria a casa sua, senza tentativi forzati di importazione né di esportazione.
Due esempi che valgono per tutti: le scemenze della Boldrini nell’ormai famoso discorso sulle “risorse” e la supponente arroganza degli yankee.