
La scomparsa di Camillo Ruini non può lasciare indifferenti. Immensa figura, profonda e di sicuro feconda autorevolezza di pensiero, lucidità, cultura. Uomo dall’immensa statura.
Sulla scia della grande enciclica di San Giovanni Paolo II, la Redemptor hominis, il cardinale Camillo Ruini ha dedicato una parte decisiva del proprio magistero intellettuale e pastorale alla riscoperta della questione antropologica, convinto che la crisi del nostro tempo sia innanzitutto una crisi dell’uomo. Viviamo un’epoca segnata dal relativismo e dall’indebolimento delle grandi domande. In quest’epoca egli ha richiamato con forza la centralità della persona umana, la sua dignità irriducibile e la capacità della ragione di aprirsi alla verità.
«L’uomo è la prima e fondamentale via della Chiesa», scriveva San Giovanni Paolo II proprio nella Redemptor hominis, indicando una prospettiva che avrebbe poi profondamente segnato l’opera del cardinale Ruini. Per lui, infatti, la fede cristiana non rappresenta una diminuzione dell’umano, ma la sua piena esaltazione. In Cristo, vero Dio e vero uomo, si manifesta la grandezza della vocazione dell’uomo e si illumina il mistero della sua esistenza.
Da qui nasce il primo grande principio del suo pensiero: l’incommensurabile dignità della persona. Ogni uomo possiede un valore assoluto che non dipende dall’utilità sociale o dall’efficienza economica. L’essere umano non è un prodotto del caso né una semplice componente della natura ma una creatura chiamata alla verità e all’eternità. Su questo andiamo quasi a memoria, sempre dall’enciclica richiamata.
Accanto a questa convinzione fondamentale, Ruini ha costantemente difeso una concezione alta della ragione. Contro ogni riduzionismo scientista, egli ha sempre sostenuto che la ragione umana è ben più vasta della sola razionalità tecnico-scientifica. L’uomo, infatti, non vive soltanto di calcoli e procedure, ma di significati, di domande ultime, di ricerca autentica del bene. E la ragione, altrettanto autentica, è logos, totale apertura al reale nella sua interezza.
In questo senso, il cardinale Ruini si è posto in profonda sintonia con Benedetto XVI, che nel celebre discorso di Ratisbona affermò: «Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». Il cristianesimo, lungi dall’essere una religione dell’irrazionale, è la religione del logos incarnato. La fede non si oppone alla ragione, ma anzi la purifica, la allarga.
«Fede e ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano si eleva verso la contemplazione della verità», insegnava ancora San Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et ratio. Una convinzione che Ruini ha fatto propria, opponendosi con decisione alla cultura del pensiero “debole”, incapace di riconoscere verità stabili e punti di riferimento permanenti.
Il suo è stato un pensiero forte, non certo perché autoritario, ma perché radicato nella realtà e fondato sulla fiducia nella capacità dell’uomo di conoscere il vero, denunciando il rischio di una società che, smarrito il senso della verità, finisce inevitabilmente per smarrire anche il senso dell’uomo.
La stagione storica che stiamo attraversando appare segnata da una profonda paura dell’identità e da una crescente diffidenza verso ogni riferimento all’assoluto. Si teme ciò che è stabile, si guarda con sospetto ad ogni appartenenza, si preferisce la fluidità provvisoria all’essere. In questo scenario la voce del cardinale Ruini si è levata come una voce di luce. E resterà fondante in questo senso. Non la sicumera delle certezze. Siamo tutti fragili e piena espressione di questa umanissima fragilità. Ma non si può non cercare la luce in fondo al tunnel. Una luce d’assoluto che semplicemente ricordi quanto, malgrado tutto, l’uomo sia fatto per l’infinito. Nessuna società può reggersi a lungo se rinuncia ad interrogarsi sul significato ultimo dell’esistenza. Nessuna civiltà può sopravvivere se perde la memoria delle proprie radici spirituali e culturali.
Per questo il cardinale Ruini ha affrontato le grandi sfide del nostro tempo -dalla bioetica alla famiglia, dall’educazione al rapporto tra cristianesimo e società- partendo sempre dalla domanda realmente prima e fondamentale: chi è l’uomo? Una domanda decisiva, perché, come insegna la Gaudium et spes, «solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo».
Per questo Ruini può essere definito, a buon diritto, il cardinale dell’uomo: un testimone di quel cristianesimo che non teme la modernità ma la interpella e che non dissolve l’identità ma la trova nell’esperienza divina che si è fatta carne.
La dignità dell’uomo non nasce dal consenso degli uomini stessi ma direttamente quando l’esistenza sa interrogarsi circa il suo significato più profondo.






