Dopo l’incendio di Smirne, nel settembre del 1922, e la sfortunata marcia su Ankara, l’esercito greco battè in precipitosa ritirata a causa del contrattacco dell’esercito turco. Una fuga che non tenne conto del destino della popolazione greca che viveva nell’Asia minore, lasciata in balìa dei militari di Mustafa Kemal e di feroci truppe di soldati irregolari. Ilias Mellos, vero nome di Ilias Venezis, era nascosto a casa dei suoi genitori ad Aivali, la sua città. I turchi emisero un bando con il quale chiedevano ai greci di età compresa fra i 18 e i 45 anni di presentarsi al comando dell’esercito turco. Venezis restò nascosto, ma a seguito di vari rastrellamenti, fu scoperto dai militari e costretto, a marcia forzata, a raggiungere i “Battaglioni del lavoro” all’interno dell’Anatolia. Venezis prese appunti sull’odissea che stava vivendo e alla quale fu costretto dovendo condividere i lavori forzati nei campi di concentramento in Anatolia. Luogo da raggiungere marciando a piedi scalzi, al freddo, con poco cibo a disposizione. Strada facendo molti suoi connazionali morirono di stenti e di malattie. La cronaca di Venezis mostra come alla crudeltà dei turchi faceva da contrappeso il lavoro pesante, il freddo, la fatica. Si stima che circa un milione di greci morì per rappresaglie, torture, violenze, villaggi incendiati. Un altro milione circa fuggì dall’Asia minore per raggiungere la terraferma e le isole. Dopo alcuni secoli, la presenza di greci in Asia minore venne meno. Nel 1931 uscì il libro che ripercorreva questa esperienza, intitolato Il numero 31328. Il libro della schiavitù, che alludeva al numero di matricola assegnatogli. Fu un grande successo letterario che contribuì al dibattito che si sviluppò, negli anni a seguire, sul mondo concentrazionario: sui lager nazisti e i gulag comunisti, i campi di concentramento statunitensi fino a una meditazione sulle perdite subite dalla Grecia e sulla necessità della pace. Il libro, scritto con uno stile asciutto, crudo, senza giudizi, spiega la vita nei campi, la viltà dei kapò greci che fungevano da guardie per conto dei turchi, le sofferenze quotidiane. Primo di una trilogia dedicata all’Asia minore, è un libro che denuncia la guerra, ma nello stesso tempo racconta gesti di umanità e di pietà, la nascita di legami forti, il ricordo degli amici morti, uccisi, l’attesa per tornare a casa e la speranza di farcela.
Il libro è impreziosito da una prefazione di Antonia Arslan e da una postfazione che mette a fuoco alcuni punti salienti del libro e offre richiami storici, opera di Francesco Colafemmina che ha curato pure la bella traduzione dal neogreco in italiano. Un libro di grande interesse, ben curato da una casa editrice, la Medhelan, che produce editoria di qualità.
Ilias Venezis, Il numero 31328. Il libro della schiavitù, pref. Antonia Arslan, postfazione e traduzione di Francesco Colafemmina, Medhelan ed., pagg.300, euro 20





