E poi nel campo centrale del Foro Italico arriva Achille Lauro. Sotto il palco del Power Hits Estate di RTL 102.5 più di dodicimila occhi e cellulari al cielo, mentre i droni scendono sul cielo di Roma. Droni disegnano arte e non bombe, la tecnologia bellica trasformata in tecnologia artistica e il precipizio in un mondo ideale che oggi quasi non ci appartiene più. Mentre il dibattito si anima tra Erri De Luca e Francesco De Gregori, mentre Vasco Rossi e tanti altri artisti dicono la loro sul ritorno dell’engagement, a Roma su un palco arriva Achille Lauro e con uno sfavillio architettonico e celebrativo di droni dimostra con note, sorrisi, applausi e squarciagola che l’impegno è anche questo.

Nessuna retorica: solo la dimostrazione che laddove c’è la violenza occorre creare bellezza. Ora siamo certi che niente di tutto questo è venuto in mente a quel geniaccio di Achille Lauro, ma l’arte smette di appartenere al creatore non appena questi la manda nel mondo e quindi possiamo permetterci anche un’iperbole interpretativa degna del buffone di Giorgio Manganelli. Tant’è. Tant’è che sull’iperbole si inerpica tutta la presenza di Achille Lauro nel gran teatro della musica italiana. A cominciare dal primo dei due brani presentati al Power Summer Hits, quel “Comuni immortali” che sull’iperbole di memoria trap innesta le sue immagini “E se fosse nostro questo maledetto posto, ruberei il tramonto per mettertelo al polso”. Scritta da un altro sembrerebbe una boutade, scritta e cantata e interpretata da Achille Lauro è pura poesia, è pirotecnìa d’amore, ultrasuono sentimentale. Achille Lauro dallo scorso anno, dalla pubblicazione del disco “Comuni mortali” ha cominciato la sua personale ascesa iperbolica dentro una perfetta e personale geometria sentimentale e musicale. Cinque canzoni centellinate oltre quel CD, cinque tappe in crescendo fino a “La via dei guai” sontuosa nell’orchestra di archi e nel testo (riferimenti epici, forma metrica tradizionale, tradizione della lirica d’amore). Senza dimenticare l’impegno sociale con Fondazione Madre, la direzione creativa di Dondup, l’abbandono di X Factor, l’incursione qualche settimana fa a Fontana di Trevi.

Il divismo, l’eterea presenza, lo spostamento nel gesto artistico del confine dalla musica all’arte, dalle note twerkerate degli altri all’eleganza creativa di lui. Ieri sera una presenza, la sua, felicemente dissonante. Aveva detto ai fans che qualcosa sarebbe arrivata dal cielo. E’ arrivata una salva di droni sulla notte di Roma. Il cielo ricamato del nome della città. Roma è AmoR, Castel Sant’Angelo, San Pietro e il Colosseo: le coordinate di una città che Lauro vuole sua e che forse si è già presa. L’ha firmata con il suo nome e a nessuno è parso un gesto oltremisura. Lauro, teso ed emozionato, si incorona re di Roma, inseguendo un sogno e portando nel sogno chi lo ama. È stata più di un’esibizione. Chi ha occhi e orecchie e sensibilità acuta ha compreso qual è il segreto della Lauromania: la capacità di essere inarrivabile facendosi arrivabile. Nessuno vede in Lauro un divo distante, eppure lui lo è. Una distanza aristocratica come è aristocratica ogni forma d’arte che vuole rendersi modello e via per tutti. Nella condivisione si annulla ogni tentazione o percezione di snobismo, nella sua musica indiscutibilmente sincera risiede la forza. Achille Lauro ha dimostrato che il suo nome, la sua musica, la sua creatività si sono fatti grandi. Sono entrati in un altro giardino, il bambino ha detto “Ora i grandi siamo noi” e il gioco dei grandi comincia tra una manciata di giorni negli stadi.






