
Criticare la Rai è uno sport molto praticato, forse da troppi, data la sua facilità. Anche se qualche ragione c’è. Ma una cosa la tv pubblica fa con una qualità inarrivabile: seguire il grande ciclismo. Le grandi corse classiche: il Giro, il Tour.
Lo sport del pedale non è semplice da raccontare. Certo, di suo è epico per tanti motivi: la fatica e il sacrificio, in primo luogo, poi l’imprevedibilità, i duelli, la partecipazione popolare. E quando poi una generazione sforna due o più fuoriclasse, in grado di combattere tra loro, si torna di botto ai tempi mitici di Ettore e di Achille.
Dall’altra parte ci sono tappe di una noia mortale. Allora ìl lavoro del cronista diventa arduo. Non siamo così esperti di tecnica ciclistica, e soprattutto di retroscena, da addentrarci in analisi storiche e in confronti tra corse e campioni di ieri e di oggi. E soprattutto preme evitare di cascare nella retorica che spesso accompagna i pedalatori.
Dal ciclismo sono passati giornalisti e scrittori di valore assoluto come Gianni Brera e Dino Buzzati e conduttori tv entrati nel mito popolare come Sergio Zavoli e Adriano De Zan. Però da giornalista e utente della tv pubblica mi piace spendere un elogio per un collega che da tempo conduce in maniera impeccabile le telecronache delle grandi corse: Francesco Pancani. Aggiungendo qualità al servizio pubblico. È complicato reggere dirette che durano ore, trovare ogni giorno argomenti anche quando le tappe non promettono emozioni, coordinare colleghi, collaboratori e ospiti. Ma soprattutto la rarità è farlo con garbo, senza protagonismi, con evidente competenza e preparazione. Lui accompagna lo spettatore nel vivo della competizione, senza sovrapporsi ai protagonisti, raccontandoli nei momenti belli della vittoria e in quelli crudeli delle crisi senza retorica.
Non conosco Pancani, se non come fruitore del suo lavoro. Ma lui, e quelli che con lui collaborano allo spettacolo del Giro, meritano davvero un applauso.







