
Cristoforo Colombo muore a Valladolid, in Spagna, il 20 maggio 1506, quasi dimenticato da una parte della corte spagnola, sebbene avesse contribuito a renderla potente e presto immensamente ricca. Cinque secoli dopo, il suo nome suscita ancora passioni di raro eguagliate da un personaggio storico. Infatti il navigatore genovese, al servizio dei Re Cattolicissimi, resta, per molti, colui che aprì agli europei la via del continente americano il 12 ottobre 1492. Per altri, invece, Colombo simboleggia l’oppressione coloniale.
Contro questa rilettura della Storia, Donald Trump si è imposto come uno dei principali difensori di Colombo. Nel marzo 2026, nel quadro delle celebrazioni del CCL anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti, il suo governo ha fatto mettere presso la Casa Bianca une replica della statua distrutta a Baltimora, dichiarando: “Cristoforo Colombo è un eroe e il presidente Trump veglierà che sia onorato dalle future generazioni”.
Per i fautori di Trump questo gesto supera ampiamente la figura di Colombo. Si tratta di una risposta diretta ai movimenti woke, accusati di volere decostruire la storia occidentale, ricordandone solo ciò che loro chiamano crimini. La Conferenza dei presidenti delle grandi organizzazioni italo-americane ha partecipato al restauro, ricordando che Colombo è stato a lungo simbolo d’integrazione per gli immigrati italiani negli Usa.Colpevole o innocente?
Le critiche legate all’impatto della conquista europea sul continente americano si basano su fatti storici incontestabili. Violenze, abusi e schiavitù imposti alle popolazioni indigene sono fatti certi. Ma accusare Colombo del cumulo di crimini avvenuti nei secoli seguenti è un anacronismo storico.
Infatti, quando Colombo lascia Palos de la Frontera, nell’agosto 1492, non cerca affatto di conquistare un continente di cui ignora l’esistenza. il suo fine, allora, è solo trovare une nuova rotta per le Indie. Certo, la scoperta di nuove terre stuzzica rapidamente l’avidità dei conquistadores e provoca abusi e violenze, ma Colombo non è l’ideatore di un sistema coloniale elaborato parecchi secoli prima. Certo, fu un cattivo amministratore nei Caraibi, a danno dei suoi uomini, come delle popolazioni indigene. Ma le conquiste realmente micidiali, quelle che Las Casas denuncerà poi nella controversia di Valladolid, come la conquista del Messico a opera di Cortés nel 1519 e del Perù a opera di Pizarro verso il 1530, sono posteriori alla sua morte nel 1506.
L’idea che l’Europa avrebbe lasciato fare senza reagire va sfumata. Dal 1512 le leggi di Burgos tentano di inquadrare il trattamento delle popolazioni indigene nelle colonie spagnole. Sebbene imperfette, sono uno dei primi testi giuridici europei a riconoscere diritti ai popoli indigeni. Nel 1537 la bolla pontificale Sublimis Deus del papa Paolo III condanna esplicitamente anche il servaggio degli Amerindi e ricorda che essi sono esseri umani a parte intera. In un mondo ovunque segnato da guerre di conquista e schiavitù, quei testi mostrano che si alzano voci in Occidente contro gli abusi commessi in America.
Emarginato per invidia
L’ironia della rilettura wokista di Colombo è che lui, per gran parte della vita, è stato guardato con sospetto delle élite che cercava di convincere. Genovese, estraneo alla corte di Spagna, dovette battersi per anni per imporre il suo progetto, per alcuni bizzarro, da altri accolto con condiscendenza, e stentò a ottenere l’appoggio dei sovrani cattolici.
Il paradosso colpisce. I movimenti woke attuali, che denunciano volentieri discriminazioni, presentano Colombo come la figura assoluta dell’oppressore, dimenticando che all’epoca fu emarginato, disprezzato, forse persino obbligato a celare origini ebraiche e costantemente costretto a provare il suo valore.







