
Il ginepraio che diede inizio alla modernità
Vi sono libri che nascono per colmare una lacuna storiografica e altri che, più profondamente, riescono a restituire un’intera atmosfera storica, un mondo politico e morale ormai perduto. Il volume di Ugo Muraca dedicato a Giuseppe Rosaroll appartiene a entrambe le categorie. Non si limita infatti a ricostruire la vicenda biografica di un militare napoletano vissuto fra Rivoluzione francese, età napoleonica e Restaurazione, poiché egli riapre, con rigore archivistico e consapevolezza metodologica, la questione più ampia della generazione politica formatasi fra il 1796 e il 1821, cioè quella leva di uomini che attraversò il crollo dell’antico regime, servì Napoleone, sognò l’unità italiana e finì poi dispersa tra carboneria, esilio e guerre di liberazione mediterranee. Un ginepraio per la modernità statale, ecco. Da tempo la storiografia italiana aveva bisogno di una simile biografia politica. Per decenni, infatti, figure come Rosaroll sono rimaste sospese in una terra di nessuno, poiché troppo compromesse col bonapartismo per la tradizione patriottica ottocentesca; troppo patriottiche per essere ridotte a semplici funzionari dell’Impero napoleonico; troppo militari per la storiografia liberal-democratica del secondo Novecento; troppo poco “rivoluzionarie” per quella d’ispirazione marxista. Così il personaggio sopravviveva in qualche nota erudita, nei repertori di Mariano d’Ayala o nelle pagine, spesso malevole, di Pietro Colletta, senza mai ricevere una vera restituzione critica. Muraca affronta questo vuoto con un lavoro di lunga lena, sostenuto da una notevole ricognizione documentaria fra archivi italiani ed europei. Il risultato è un libro che dialoga apertamente con la grande tradizione degli studi sull’età rivoluzionaria e napoleonica.
L’eco dei maestri nel lavoro di Muraca
In filigrana si avvertono le lezioni di Antonino De Francesco, di Eugenio Di Rienzo, di Pierre Serna e, più in generale, di quella corrente storiografica che negli ultimi trent’anni ha riportato la biografia al centro dell’indagine storica, non come semplice narrazione individuale ma come strumento per comprendere processi collettivi. Rosaroll emerge così non come un semplice “eroe minore” del Risorgimento, bensì come il prodotto tipico di una generazione spezzata fra fedeltà dinastiche, aspirazioni nazionali e fascinazione rivoluzionaria. Nato nel 1775 da una famiglia di militari svizzeri al servizio dei Borbone, educato nel Real Collegio del Salvatore, Rosaroll appartiene ancora pienamente al mondo settecentesco dell’ufficialità monarchica. Eppure la catastrofe del 1799 cambia irreversibilmente il suo destino. La Repubblica napoletana, la repressione sanfedista, l’esilio, Marengo, Milano, Murat, la Spagna costituzionale e infine la Grecia. Ogni tappa della sua esistenza coincide con uno dei grandi snodi politici dell’Europa post-rivoluzionaria, carattere del destino di uomini di questa caratura. Qui risiede uno dei meriti maggiori del volume, perché Muraca ha dimostrato come quella milizia d’autore costituisca una vera e propria cerniera fra Settecento e Risorgimento. La vicenda di Rosaroll permette infatti di comprendere la continuità profonda fra il giacobinismo italiano, l’esperienza napoleonica e il successivo movimento nazionale. Si tratta di una prospettiva storiografica tutt’altro che scontata e ciò deve essere ben chiaro ai lettori. Per lungo tempo, soprattutto nella vulgata scolastica, il Risorgimento è stato presentato come una creazione quasi improvvisa degli anni Quaranta dell’Ottocento, come se Mazzini e il 1848 fossero sorti dal nulla. Al contrario, libri come questo mostrano con chiarezza che le radici del processo unitario affondano nella stagione rivoluzionaria e napoleonica. In questo senso, il Rosaroll di Muraca si avvicina più ai personaggi studiati da Luigi Mascilli Migliorini che agli stereotipi del patriottismo oleografico. Egli non è un santo laico del Risorgimento, ma un uomo contraddittorio, impetuoso, spesso irrequieto, talvolta persino velleitario: si potrebbe osare il paragone con Saint-Just? Proprio per questo appare storicamente credibile. La sua ostilità verso l’egemonia francese, maturata già negli anni milanesi, è particolarmente significativa. Muraca insiste molto, e giustamente, sul trattato di scherma scritto con Pietro Grisetti nel 1803. Dietro quel manuale apparentemente tecnico si cela infatti una precisa concezione nazionale: la volontà di rivendicare una superiorità italiana contro la prepotenza culturale e militare francese. È un episodio che richiama alla mente la funzione “pedagogica” della cultura patriottica nel primo Ottocento, così come l’hanno descritta Alberto Mario Banti o Maurizio Isabella. Molto riuscite sono anche le pagine dedicate agli anni murattiani. Da questo punto di vista il libro si colloca idealmente nella tradizione inaugurata da Franco Bartoccini sul murattismo e sviluppata poi da una vasta letteratura sul Regno di Napoli napoleonico.
Fonti, documenti, interpretazioni
Muraca mostra bene come Murat apparisse agli occhi di molti ufficiali italiani non soltanto un sovrano imposto da Napoleone, ma come il possibile interprete di una politica nazionale italiana. Il proclama di Rimini del 1815, pur destinato al fallimento, rappresentò per uomini come Rosaroll una sorta di rivelazione politica definitiva. La sconfitta di Tolentino e il ritorno dei Borbone segnano allora il momento decisivo della disillusione. Ed è qui che il libro raggiunge forse le sue pagine più interessanti. Muraca ricostruisce con precisione il difficile rapporto fra gli ex murattiani e la Restaurazione borbonica, evitando tanto la retorica vittimistica quanto la banalizzazione repressiva. Il Regno restaurato non poteva fare a meno di molti ufficiali formatisi sotto Napoleone; ma nello stesso tempo non riusciva a fidarsi davvero di loro. Da questa ambiguità nasce la parabola politica che conduce Rosaroll verso il 1820-21. Le vicende messinesi del 1821 costituiscono probabilmente il cuore drammatico del libro, che tradiscono – si fa per dire – le origini del biografo. Qui Rosaroll tenta il salto definitivo da soldato a capo politico. L’esperimento fallisce, ma il fallimento stesso illumina il carattere incompiuto del costituzionalismo italiano della Restaurazione. Muraca coglie bene questo aspetto, d’altronde le rivoluzioni del 1820-21 non furono semplici congiure romantiche, bensì il tentativo concreto di una generazione napoleonica di conservare un ruolo politico nel nuovo ordine europeo. In tal senso il libro dialoga implicitamente anche con gli studi di Stuart Woolf e di Christopher Duggan sulla crisi degli Stati restaurati nella penisola. L’esilio finale in Spagna e Grecia conferisce poi alla figura di Rosaroll una dimensione più che mediterranea. Come molti patrioti del suo tempo, egli passa da una rivoluzione all’altra, da una costituzione all’altra, da una guerra di liberazione all’altra, incarnando quel cosmopolitismo patriottico che caratterizzò larga parte del liberalismo europeo post-napoleonico. Non è casuale che la sua ultima avventura si consumi in Grecia, luogo simbolico per l’immaginario romantico europeo. Vi è qualcosa di profondamente ottocentesco in questa conclusione: il vecchio soldato rivoluzionario che muore lontano dalla patria combattendo per la libertà di un altro popolo. Ricorda qualcuno del sud America. Dal punto di vista stilistico, Muraca scrive con chiarezza e disciplina, evitando sia l’enfasi celebrativa sia il tecnicismo sterile. La struttura del volume è solida, l’apparato critico ampio e aggiornato, il dialogo con la storiografia costante, ma mai ostentato. In un’epoca in cui molte biografie storiche scivolano verso il romanzo travestito da saggio per colpa di una certa editoria, questo libro conserva invece una forte serietà documentaria. È evidente la lunga consuetudine dell’autore con le fonti archivistiche. Lettere, documenti militari, alberi genealogici, registri amministrativi e carte diplomatiche vengono utilizzati come strumenti interpretativi in perfetta armonia. Altrettanto importante è sottolineare il significato storiografico del libro. Muraca contribuisce infatti a demolire definitivamente la vecchia immagine di un Risorgimento nato esclusivamente dalla generazione mazziniana. Il suo Rosaroll appartiene invece a quel lungo laboratorio politico inaugurato dalla Rivoluzione francese e proseguito attraverso Napoleone, Murat, la carboneria e i moti costituzionali. È una linea interpretativa che rinvia direttamente agli studi di De Francesco sulla “generazione di Bonaparte” e che restituisce continuità storica al primo Ottocento italiano. In definitiva, Giuseppe Rosaroll. Una biografia politica è un libro importante non soltanto per gli specialisti dell’età napoleonica, ma per chiunque voglia comprendere le origini profonde della cultura politica risorgimentale. Attraverso la vicenda di un soldato inquieto, ambizioso e tragico, Muraca riesce a raccontare la trasformazione dell’Italia fra rivoluzione, impero e restaurazione. È il ritratto di una generazione che non riuscì a vedere l’unità nazionale, ma che ne preparò il terreno pagando spesso con l’esilio, la marginalità o la morte. Alla fine della lettura rimane soprattutto questa impressione: Rosaroll fu uno degli ultimi uomini del Settecento e uno dei primi dell’Ottocento politico europeo. Muraca gli restituisce finalmente il posto che gli spetta nella storia italiana, ovvero quello di un protagonista minore solo in apparenza, ma in realtà essenziale per comprendere il difficile passaggio dall’universo delle monarchie dinastiche all’età delle nazioni.
Ugo Muraca, Giuseppe Rosaroll. Una biografia politica (Messina, Società Messinese di Storia Patria, 2026)





