
Potremmo evocare Leo Longanesi e Mino Maccari, agitatori di quel movimento culturale chiamato Strapaese, il quale al netto del contesto (anni ’20 del secolo scorso), ebbe il merito di marcare la linea dell’indicibile ovvero che in Italia il Nord e il Sud non sono punti cardinali diventati espressione storico-culturale ma metafore per indicare una bipartizione classista. Strapaese sta concettualmente al Sud ovvero nella parte dei somari: esaltazione della civiltà rurale, ritorno alle tradizioni rustiche, alla genuinità contro le sofisticherie esterofile e tecnologiche della borghesia progressista acculturata di Stracittà. Per citare Mino Maccari «Strapaese è l’affermazione essenziale e indispensabile delle tradizioni e di costumi caratteristicamente italiani: la selezione di quelle tradizioni e di quei costumi, la difesa di quegli elementi di italianità che sono la radice della nostra civiltà e della nostra potenza.». Eccolo, il tricolore che si apre dentro la gonna dell’abito da sposa della ballerina di Sal Da Vinci all’Eurovision Song Contest: Accussì/ quinto posto sì. Potremmo, ma non lo facciamo, perché la febbre tutta italiota (a quanto pare anche europea) per il neomelodico da cerimonia potrebbe attirare esegeti strapaesani dell’ultima ora che dibatterebbero tra uno snobistico veto a mettere dentro lo stesso calderone Malaparte e Da Vinci (Sal, ovviamente) e un entusiasmo da filologia del classico contemporaneo, come dire da “Vita di Pisto” di Romano Bilenchi a “Per sempre sì” – o anche la hit precedente “Rossetto e caffè”- di Sal Da Vinci è un attimo. Noi non ci proviamo. Ma proviamo a capire se l’operazione Sal Da Vinci dice qualcosa su come siamo e vogliamo essere percepiti nel mondo. Al netto del fatto che l’Eurofestival è una Kermesse di interesse più etnografico che squisitamente musicale.

Sal Da Vinci è un simpatico lavoratore del mondo della musica. Uno che ha fatto davvero gavetta, uno che merita tutto il successo. Un artista che si emoziona, ride e piange onestamente davanti le telecamere. A lui tutto il bene possibile. Quello che stupisce (ma non troppo) è l’inversione a U di molti intellettuali che, dal sopracciglio alzato della finale del Festival di Sanremo a oggi, sono passati da stigmatizzare una vittoria figlia del televoto napoletano a salutare con battimani e stesso sopracciglio il nuovo fenomeno dell’italianità. Per dire: stereotipo sì, ma facciamone un investimento e una orgogliosa presa di coscienza.
Invece, dovremmo se non preoccuparci – una canzone è sempre una canzone, una coreografia è sempre una coreografia, un matrimonio è per sempre o quasi- oppure almeno chiederci perché essere felici se il Made in Italy diventi ora una canzone di piccolo e folcloristico contesto, perché negli scorsi anni performance all’Eurofestival come quelle di Achille Lauro (gareggiò per San Marino ma è un artista italiano), Angelina Mango, Marco Mengoni o Lucio Corsi -per citarne alcuni- siano finiti fuori dalla promozione e dal dibattito nazionale e invece siamo qui a riempire pagine di parole per il rullo di batteria neomelodica? Conferma è la meritatissima vittoria di Maneskin nel 2022, su cui la promozione televisiva sanremese è stata impeccabile nel creare il fenomeno spendibile all’estero. Non si crede che vi sia una deriva nazional popolare che distrae dall’eleganza delle creazioni di moda, dalla storia nobile della nostra cucina, musica, arti, dai nostri traguardi nella ricerca scientifica. Il punto non è questo, perché l’eccellenza italiana è riconosciuta ovunque. Magari non adeguatamente sorretta dai governi (vedi il caso del nostro cinema escluso da Cannes), ma l’Italia è di più di una canzone. Più di queste canzoni. Mentre la Tv alimenta ostinatamente la pancia della nazione, all’estero l’ovazione per Sal Da Vinci è una sorta di “Italia, ti riconosco!”. Anni a nobilitare pizza, mandolino e spaghetti e poi finire a dover ammettere che quello che piace dell’Italia, o meglio che accettiamo dell’Italia piaccia, è una torta nuziale, una festa col cantante in giacca bianca rivolto al tavolo degli sposi «Con la mano sul petto/ Io te lo prometto davanti a Dio/Saremo io e te/Da qui sarà per sempre “sì”»
La nuova trinità c’è. Fin qui, nulla di male. Ognuno è libero di credere e cantare ciò che vuole. Ma se investissimo qualcosa di più nell’immagine musicale dell’Italia? Se non ci costringessimo, per esempio, a tradurre i nostri testi per farli entrare nel circuito internazionale? Se alla fine avesse ragione Checco Zalone «Siamo una squadra fortissimi/ Fatta di gente fantastici/ …E se finiamo nel balatro/ La colpa è solo dell’albitro»?
Foto dal profilo social di Eurovision Song Contest 2026







Strapaese era per la verità un fenomeno né “nordista” né “sudista”. Il Selvaggio di Maccari era nato a Colle Val d’Elsa, nel cuore della Toscana, ergo dell’Italia. Sal Da Vinci non è certo un emulo né di Maccari, né di Longanesi, né tanto meno di Malaparte, che a Strapaese contrapponeva Stracittà. E’ un bravo artista che ha vinto il Festival con una canzone che non sarà sublime come musica, ma ha il grande merito di esprimere buoni sentimenti e valori che dovrebbero essere eterni. In un’Italia dominata dalla cultura woke ed Lgtb, in cui imperversano i rapper e trapper amati dai maranga, il suo successo a Sanremo è stato a mio giudizio un segnale positivo. Il suo sesto posto all’Eurofestival mi pare dignitoso. Per il resto non dimentichiamoci che (Bennato dixit) sono solo canzonette.