
Chi l’avrebbe mai detto che Tex Willer potesse costituire un insospettabile punto di contatto tra Julius Evola e il brigatista Alberto Franceschini, che Romano Prodi e consorte avessero partecipato a una seduta spiritica per individuare il luogo dove era tenuto prigioniero Aldo Moro, e che “Il nome della Rosa” fosse visto di cattivo occhio da una certa sinistra extraparlamentare in quanto cripto-metafora del fallimento della lotta armata negli Anni di Piombo? La risposta a questi interrogativi è facile e univoca: l’avrebbe detto solo e soltanto Guido Pautasso, poliedrico futuristologo (per ora, domani forse perfino futurologo), appassionato di arte contemporanea e di fenomeni più o meno pop tutti italiani, Fantozzi e Pacciani tra tutti.
Operaio “artifex”
Nel suo “Alchimia e lotta armata” (Bietti Edizioni, 2026, 6,99 euro) Pautasso, partendo da un ricordo personale di quegli anni… “decisivi”, per citare Spengler, dimostra con dovizia di prove che quando i CCCP cantavano “Altro che uomo nuovo…” alla fine del loro epico Live in Pankow avevano ragione, e come! Grazie a una citazione illuminante del “Capitale” che descrive l’operaio marxista come un artifex, non un ingranaggio del sistema, dunque, ma un attore di una sorta di Opus Magnum vicina a quella alchemica, il saggio ricostruisce, tra l’altro godibilmente, l’eterogenesi dei fini che ha fatto sì che anche nelle Brigate Rosse riemergesse carsicamente un bisogno religioso proprio dell’umanità e che la modernità non era riuscita ad estinguere. Stupisce meno, quindi, in questa prospettiva, che molti dei leader delle BR avessero studiato in scuole cattoliche se non proprio all’Università Cattolica di Milano – lo stesso è stato per il leader sessantottino Mario Capanna, d’altronde, e, più modestamente, per chi scrive queste righe -, ma che dire dei trascorsi thiriartiani di Renato Curcio prima in “Jeune Nation” e poi in “Jeune Europe”, dove ci piace pensare – ma questa, lo precisiamo, è fantapolitica! – che possa essersi imbattuto nell’appena più anziano Dominique Venner?

E d’altronde chi siamo noi per non fare un po’ di fantapolitica, quando la pubblicazione “Gocce di sole nella città degli spettri” di Curcio e Franceschini già dal titolo rievoca un immaginario a metà tra Tommaso Campanella e “Ghost in the Shell”? E, rimanendo in tema fumetti, è impossibile non citare “Fullmetal Alchemist” (dove il “metal” in questione nei nostri anni ’70 è certamente il piombo), manga/anime che, per la sua trama incentrata su alchimisti e trasmutazione e l’ambientazione novecentesco-militarista può far pensare a un’ardita metafora della Rivoluzione russa – e rossa – del ‘17. Non manca, però, qualche riflessione di Curcio che, seppur espressa in un linguaggio prettamente ermetico-esoterico (a cui sono stati dedicati saggi ad hoc, peraltro), coglie nel segno un aspetto giuridicamente e storicamente significativo. Nel 1984, in “WKHY” scrive che terrorista “è una parola magica, segno stereotipo in cui si concentra l’ideologia dominante”, in questo concordando, o perfino anticipando, i più smaliziati studiosi di diritto internazionale: chi decide, infatti, in certe situazioni-limite, dov’è il confine tra “terroristi” e “combattenti per la libertà”? Quegli stessi Stati che, tra l’altro, da poco vengono definiti anch’essi “terroristi”?
La lotta armata al bar…
E se la colonna sonora di un saggio sugli Anni di Piombo è per forza di cose costituita da hit che hanno fatto la storia come “Figli delle Stelle” e “Io se fossi Dio” di Gaber, dai CCCP e, ci permettiamo di aggiungere, da Eugenio Finardi con la sua “Extraterrestre, portami via…”, perfetta per il capitolo sulla letteratura d’evasione per antonomasia, la fantascienza, che, per una bizzarra inversione delle parti, ai tempi del rapimento Moro leggevano i carcerieri e non il prigioniero, ci resta solo da constatare tristemente che ormai, piaccia o meno, con Vasco Brondi “la lotta armata” si è spostata “al bar” (“E tutti gli altri libertini che sono stati biodegradati/ E quando sono arrivati gli artificieri e ci hanno disinnescati…”) e il massimo della trasgressione è il (dimenticabile) concerto dei “trapper” P38, che inneggiano alla Renault 4 e cantano “Non mi piace Mattarella, preferisco Piersanti…”. Volendo rimanere nella fascinazione delle band italiane per il terrorismo, erano mejo i “sensibili” Offlaga Disco Pax!





