A volte il calcio riesce in una cosa stranissima: farci provare nostalgia perfino per anni che non abbiamo vissuto davvero. La morte di Evaristo Beccalossi porta con sé proprio questa sensazione. Non soltanto il ricordo di un giocatore ma il ritorno improvviso di un’atmosfera, di un modo di stare al mondo, di un’Italia che sapeva essere cupa e poetica nello stesso momento.
Le domeniche d’inverno con le radioline
Per chi è stato bambino interista negli anni Settanta e Ottanta —ma forse anche per molti altri— la scomparsa di Beccalossi riporta indietro a un mondo preciso: l’odore delle domeniche d’inverno, le radioline accese in cucina, le televisioni ancora sgranate, i padri silenziosi che davanti a un numero 10 capace di inventare calcio diventavano improvvisamente più vivi, più presenti, quasi felici.
Era un’Italia inquieta e pesante. L’Italia delle fabbriche, del terrorismo, della nebbia e della fatica quotidiana. Un Paese attraversato dalla paura ma anche da un disperato desiderio di evasione. E il calcio, allora, non era ancora il prodotto levigato e globale di oggi: conservava qualcosa di profondamente popolare e poetico. Era provincia, fango, campi pesanti, trasferte impossibili, improvvisazione e talento anarchico. Dentro quel calcio, Beccalossi appariva come un’irregolarità luminosa.
Io non c’ero ancora. Arrivai un istante dopo, quando il nome di Evaristo Beccalossi era già diventato racconto, memoria tramandata, quasi leggenda orale dentro le case interiste. Di lui colsi dapprima l’eco del mito. E nelle mie primissime raccolte Panini —avevo sette, forse otto anni— Beccalossi finiva addirittura per sembrarmi un giocatore del Barletta (cosa che fu per davvero), confuso dentro quella geografia infantile di figurine, colori e fantasie. Eppure bastava pronunciarne il nome perché negli adulti cambiasse qualcosa: uno sguardo, un sorriso improvviso, il riaffiorare di una nostalgia difficile da spiegare.
Il respiro di San Siro
Quando toccava il pallone accadeva qualcosa che oggi sembra quasi scomparso: il tempo rallentava. San Siro tratteneva il respiro. Si aveva l’impressione concreta che potesse succedere qualsiasi cosa, persino l’assurdo. E l’assurdo, con lui, diventava bellezza. Non giocava soltanto: intuiva linee invisibili agli altri, piegava il ritmo della partita alla propria immaginazione. Apparteneva alla stirpe antica dei fantasisti puri, quelli che possono sbagliare tre giocate consecutive ma alla quarta cambiare il senso di una partita e talvolta persino di una giornata, di un ricordo, di una vita.
La punizione contro l’Ascoli nel 1982 rimane una delle immagini più poetiche di quel calcio. Un gesto tecnico che, per fantasia e delicatezza, non ha nulla da invidiare ad esecuzioni molto più celebrate, persino alla celebre “punizione del secolo” di Diego Armando Maradona contro la Juventus. Forse Beccalossi aveva meno potenza, ma possedeva la stessa aristocratica insolenza nel modo di accarezzare il pallone, quasi che la fisica fosse soltanto un’opinione secondaria rispetto all’estro.
L’esclusione dal Mondiale del 1982 resta ancora oggi una ferita simbolica. Certo, la storia diede ragione a Enzo Bearzot: l’Italia vinse e chi vince, inevitabilmente, si prende anche il diritto della verità. Ma rimane il dubbio romantico che in quella spedizione mancasse qualcosa dell’imprevedibilità di Beccalossi, della sua capacità di trasformare una partita bloccata in un gesto irripetibile. I Mondiali non si vincono soltanto con l’ordine: a volte si conquistano anche grazie all’immaginazione.
Talento come ribellione
E forse è proprio qui che Beccalossi assume un significato che supera il calcio. Sociologicamente, gli anni Settanta e Ottanta avevano bisogno di figure come lui. Nelle città industriali, nei quartieri popolari, nelle periferie cresciute troppo in fretta e senza armonia, il talento individuale diventava una forma di ribellione. In un tempo segnato dalle discipline collettive, dalle appartenenze ideologiche e dai meccanismi duri della produzione, Beccalossi rappresentava il diritto alla fantasia. Il diritto a non essere completamente prevedibili.
Per questo, per molti interisti di allora —oggi uomini dai capelli grigi e dalla memoria piena di luce— la morte di Evaristo Beccalossi non coincide soltanto con la scomparsa di un ex calciatore. È la fine simbolica di una certa idea di calcio e, forse, perfino di una certa idea della vita. Finisce definitivamente il tempo in cui un dribbling inutile poteva valere quasi quanto una vittoria, il tempo in cui si amava un giocatore non perché fosse perfetto ma perché sapeva rendere il mondo meno prevedibile.
E se il sonno porterà ancora un sogno, sopra San Siro continuerà lentamente a salire un pallone destinato all’incrocio dei pali. Lo avrà colpito Evaristo, con quel suo tocco lieve e superbo. Ultimo gesto di poesia calcisitica e nerazzurra. Forse persino una sfida lanciata al tempo stesso.