
Jannik Sinner è un campione e un uomo gentile. Spero sia l’azzurro che vince, dopo 50 anni, gli Internazionali di tennis a Roma. Ma tifo e continuerò a tifare per un altro tennista, che oggi è sugli spalti del Foro Italico o in tv a commentare l’evento: Adriano Panatta, ultimo re italiano del torneo romano, che conquistò mezzo secolo fa.
Al di là delle frasi fatte su un presunto tennis romantico del passato o sulla tradizionale malinconia del tempo che fu, tipica di chi campa abbastanza a lungo, la verità è molto più semplice: Panatta è sempre stato come un amore che fa soffrire. Sinner è un amore con cui passeggi tranquillo. Panatta vinceva quando non te lo aspettavi e perdeva incontri sulla carta facili. Cadeva e risorgeva nel volgere di mezz’ora di gioco (quando nel 1976 vinse a Roma, tra l’altro rimontò e cancellò 11 match-point al fortissimo Warwick), dava l’impressione di non farcela e poi trionfava con colpi di una bellezza mistica. E quei colpi, volées col tuffo a rete e veroniche, ormai è raro vederli.
Panatta ha detto con sincerità che si augura di passare lo scettro di Roma a Sinner: “Sarebbe pure ora…”. E davvero una apoteosi per entrambi. Anche se, purtroppo, essendo il tennis uno sport musicale, a decretare il punto della vittoria non sarà più il delizioso “poff” di un colpo piatto.








BRAVI
PERFETTI
Veramente fantastici tutti