
Cartella clinica del sovranismo: quadro stazionario, paziente in prognosi riservata ma con ampi margini di ripresa. Diagnosi: grave infezione reazionaria che ha fiaccato buona parte del sistema immunitario e compromesso alcune funzioni primarie. Tuttavia cuore e polmoni rispondono bene, lasciando intravedere spiragli di miglioramento. Se si dovesse fare una sintesi dello stato del pensiero politico che ha segnato l’ultimo decennio globale, difficilmente riusciremmo a non utilizzare metafore ospedaliere. Sarà forse perché, nei fatti, dalla pandemia del Sars Cov 2, qualcosa è andato decisamente storto. Proviamo a fare una sintesi e dare alcuni suggerimenti non richiesti.
Il sovranismo occidentale sorto un pò ovunque fra il 2012 ed il 2015 rispondeva a tre necessità conclamate, uscite in quegli anni dall’editoria e dai movimenti populisti di nicchia, per entrare con forza nel dibattito comune e politico: la messa in discussione dei vincoli esterni non democratici o parzialmente democratici come le banche centrali ed i trattati internazionali a spinta globalista (wto – ue – nafta ecc); la revisione dell’ortodossia neoliberista ed il ritorno ad impostazioni economiche attente non solo al livello dei prezzi ma anche e soprattutto a domanda aggregata e occupazione; infine, il controllo effettivo dell’immigrazione clandestina, percepita, in primis, come “esercito di riserva salariale” e strumento di caos organizzato.
Tutti temi che inevitabilmente parlavano il linguaggio delle destre storicamente più sociali, cattoliche, o se si vuole banalmente di estrazione tipicamente comunitaria; era l’epoca del basso contro l’alto, dei popoli contro le élites, delle comunità contro le organizzazioni globaliste. Le tre tematiche su cui il sovranismo, da Orban a Trump, passando per Le Pen, Salvini e Grillo, e la prima versione dell’AfD, aveva costruito la sua credibilità, non potevano che vedere nello Stato, nel ritorno dello Stato come misura della vita delle nazioni, il perno essenziale di una svolta politica percepita come inevitabile. Il movimento originario del MAGA e l’alleanza giallo-verde italiana che ottennero la guida dei governi delle rispettive nazioni, ben sintetizzano l’aspetto populista (termine letto alla De Benoist ed alla Tarchi) del fenomeno e dell’esperienza di allora.
La pandemia di Covid 19 ha di certo rappresentato una prima cesura ed un paradigma sociologico “antisovranista” non del tutto compreso a destra: la globalizzazione, da utopica forma di ingegneria sociale tecnocratica, all’improvviso diveniva distopica realtà di morte, per molti aspetti totalizzante. Nonostante la storia e le inchieste giornalistiche abbiano confermato che furono sempre le stesse organizzazioni non governative, interessi industriali a finanziari globalizzanti a prevalere nella gestione dell’emergenza sanitaria, fu lo Stato a subire fra i cittadini la caduta di credibilità più importante. La speranza di un neo-internazionalismo e di un approccio multipolare fra Stati, cominciò a scricchiolare nella ricerca politica del nemico esterno, del “virus cinese” come amava ripetere ossessivamente un Donald Trump forse già pronto al cambio di rotta.
Fu poi il nemico esterno effettivamente costruito, quello Russo, a dare il colpo di grazia al sovranismo inteso come dottrina politica coerente, riportando le destre all’atavica e sottomessa paura dell’appartenenza, indiscutibile, al fronte militare occidentale. Teniamo il punto: sia la pandemia sia la guerra portata alle soglie di casa della Russia furono fenomeni globali drammaticamente iperinflattivi. La tecnocrazia globalista che il voto di molte nazioni aveva cacciato dalla finestra, rientrava trionfante dalla porta di crisi globali tanto devastanti quanto “utili” alle istanze della conservazione. Addio sogni peronisti, insomma, di ricostruzione dello Stato come attore economico in grado di riprendere in mano la leva monetaria e ricreare una specchiata comunità politica internazionale sulle questioni essenziali del genere umano.
Ecco allora verificarsi l’infezione reazionaria degli ultimi anni, l’abbandono delle tematiche sociali, l’iscrizione in massa delle big tech ai movimenti sovranisti di nuova generazione, l’ossessione razzista interna dell’Ice, la follia remigrazionista a confini aperti, ed infine l’orrore di Gaza, il caos della guerra contro l’Iran, la rinnovata spinta inflazionistica da gestire sui mercati finanziari: insomma una deriva reazionaria evangelico-sionista che poco ha a in comune con il sovranismo sorto una decina di anni fa con idee radicalmente opposte.
Inoltre, danno aggiuntivo, le origini populiste del sovranismo lasciate (volutamente?) in mano a macchiette comunicative di dubbio gusto, in Europa come in America (first).
Ecco in sintesi lo stato delle cose; un quadro clinico complesso, ma che può ancora essere gestito. Soprattutto per quei partiti di estrazione comunitaria e popolare che nel loro dna portano gli anticorpi europei e mediterranei contro le più nefande infezioni ideologiche e spirituali.








Né populismo, né sovranismo. Sono ideologismi superati, che non accendono il cuore di nessuno. I populisti votano per M5S , Reddito di cittadinanza ed altre assurde sovvenzioni sociali. I sovranisti si trovano di fronte un’Europa delle ‘pennute’. Abbiamo visto dove ci portano gli equilibrismi della Meloni. Da nessuna parte. Bisogna recuperare un sano liberal-conservatorismo, quello che da d’Azeglio arrivava a Giolitti, poi Einaudi e Croce, infine Malagodi (e lì finì)…