
Abbiamo visto che da Parigi a Monaco di Baviera ci sono più spericolati che da Parigi a Dakar. Per fortuna che la sera dopo, Atlético Madrid e Arsenal hanno rimesso le cose a posto come quando tornano i genitori a casa dopo una festa fatta dai figli. È evidente che per velocità, intensità, movimenti e controllo del pallone: Paris Saint-Germain- Bayer Monaco sia stata una partita di calcio che somigliava a una di basket dell’NBA. A qualcuno ha dato fastidio ad altri – a noi cruijffiani – invece ha dato gioia: meglio vincere 5-4 che 1-0 diceva il profeta del gol. E così è stato. Poi la sera dopo è riapparso anche Gravina che ha dimostrato ancora una volta che non solo Tomasi di Lampedusa aveva capito tutto del nostro carattere, ma anche Paolo Villaggio non scherzava: vedendo i giornalisti volutamente benevoli con un uomo le cui idee erano irricevibili dieci anni fa figuriamoci l’altra sera. Ma sembrava un film di Christopher Nolan: da una parte Olise, Díaz, Kvaratskhelia e Dembélé e dall’altra Gravina e l’Italietta. Da una parte Luis Enrique e Kompany che ridono dopo una esibizione di calcio assoluto e dall’altra un grande frenatore che ancora vuole dire che il suo calcio ha delle possibilità. Per dire bastava veder giocare per l’ennesima volta Matteo Ruggeri con l’Atlético Madrid per chiedere se Gattuso fosse del mestiere e lo fosse chi lo aveva scelto come CT. Ovvio, se tutti scrivevano che lui era il sergente nella neve poi qualcuno c’ha creduto davvero. Collego tutto perché sul campo tutto è collegato. In Italia si gioca un calcio senza coraggio e chi ci prova diventa un velleitario – lo avevano detto anche a Luis Enrique ieri come oggi lo dicono a Cesc Fàbregas o lo dicevano a Roberto De Zerbi – ma il punto è che il calcio non velleitario, quello non d’azzardo, quello pragmatico non vince in Europa, anzi, quando ci va viene strapazzato senza appello, ma soprattutto annoia e pure tanto. Ma una classe di giornalisti vecchi lo difende, ma non sono Gianni Brera – ah, come c’ha rovinato bene – e il problema non è solo nel non saper più difendere, ma nel non saper più giocare d’azzardo.

Per anni abbiamo avuto Zdeněk Zeman che veniva preso in giro proprio perché incarnava la filosofia del 5-4 rispetto a quella dell’1-0, ma poi qualche settimana fa Marquinhos del PSG ha detto in faccia a Del Piero che le cose fondamentali sulla fase difensiva gliele ha insegnate Zeman. Quindi l’Italia ha perso due volte: preferendo i gattopardi a Zeman, che era il maestro e uno dei padri del 5-4 sull’1-0. Poi l’Italia sconta un deficit politico e culturale enorme, siamo ancora dietro a gente di destra che parla di razze, di pelle, di religione giusta e non capisce che bisogna aprirsi come è accaduto nell’atletica, che bisogna lavorare per l’inclusione e l’accoglienza a cominciare dallo sport e anche dal calcio che costa tanto, troppo per tutti: italiani di ieri e italiani del futuro. Il PSG e il Bayern sono anche la prova che un campionato performante non è così decisivo come un lavoro performante sull’azzardo tattico, sul coraggio di attaccare e poi anche di difendere. E l’azzardo comincia nelle società. Il grande ospizio Italia coltiva il passato pensando di ingannare il futuro che corre e va da un’altra parte e ci va anche col pallone tra i piedi. Il PSG c’ha mostrato che pressare significa difendere accorciando in avanti, non raddoppiando. La partita lunare dell’altra sera c’ha raccontato che i raddoppi non servono quando andrebbero raddoppiati tutti: il futuro, quello vero, non lo puoi marcare.







Al di là dei giudizi sul calcio italiano, quel 5 a 4 in perfetta linea con lo spirito dei tempi non è stata che un ulteriore spinta al mio disamore per il gioco del calcio. Giocatori bravissimi che giocavano come noi a dodici anni nel campetto sotto casa. Quella partita sta al calcio come gli Harlem Globe Trotters alla pallacanestro.
Antonio. Ma che cosa scrivi? PSG e Bayern sono ora il meglio del calcio mondiale, che non è inseguire gli 0-0….