
Ancora un libro su Nietzsche? Era proprio necessario? Tali potrebbero essere le legittime domande alla notizia della pubblicazione di Nietzsche. Finalismo e storia, scritto da Pierre Chassard nel 1998 ed ora disponibile nella nostra lingua grazie a Moira edizioni, tradotto e curato da Stefano Vaj, con prefazione di Lorenzo Di Chiara.
È noto infatti che sono ormai molteplici i saggi dedicati al pensatore tedesco, con interpretazioni decisamente variegate e non di rado contrastanti. C’è chi lo vede come il perfetto prototipo del nazista per la sua esaltazione della “bestia bionda” e il disprezzo indirizzato verso la morale da schiavi del giudeo-cristianesimo. Non mancano però letture che potremmo definire di estrema sinistra, inaugurate da Georges Bataille e culminate con il post-strutturalismo di Gilles Deleuze. Si sono tentati recuperi cristiani del suo lascito, motivate dal tono profetico e biblico sulla bocca di Zarathustra. Esoteristi come Rudolf Steiner e Julius Evola videro in lui un mistico mancato, piombato nella follia per non aver retto una tensione spirituale troppo intensa in un corpo troppo debole. Elémire Zolla, altro frequentatore di ambienti metafisici, vide in lui l’ultimo sciamano d’Occidente. E come dimenticare le altissime esegesi di due giganti del ‘900, Carl Gustav Jung e Martin Heidegger?
Verrebbe da pensare che ognuno abbia il Nietzsche che si merita, e finisca per trovare soprattutto se stesso in chi scriveva libri “per tutti e per nessuno”.
Ecco allora l’importanza dell’opera di Chassard, esponente della Nuovelle Droite francese scomparso dieci anni fa. Perché il suo saggio, prima di tutto, cerca di ricostruire l’originario pensiero di Nietzsche al di là di ogni interpretazione passata, interessata, strumentale. L’operazione è riuscita al punto che consiglieremmo questo libro a chi volesse approcciarsi per la prima volta al filosofo di Al di là del bene e del male, trovandovi i concetti genuini, non trasfigurati da approcci reazionari, progressisti, religiosi o esoterici.
Ed è a questo punto che, per quanto ci riguarda, appare lampante sia la potenza di Nietzsche, sia una certa sua superficialità filosofica. Fu infatti più poeta (ed uno dei più grandi) che filosofo.
La superficialità è già nel suo attacco al cristianesimo. Perché, nelle sue roventi invettive, Nietzsche alla fine se la prende soprattutto, ma senza esserne pienamente consapevole, con l’ambiente luterano che lo ha visto crescere. Era pur sempre figlio di un pastore e forse non sarebbe del tutto azzardata una lettura psicologica di competizione con la figura paterna nel rigettare la fede dell’infanzia (anche perché la situazione si ripropose nella rottura con il padre spirituale Wagner…).
Nietzsche della cultura e della filosofia cattolica conosceva ben poco, ad esempio. Il suo confronto con Tommaso d’Aquino risulta del tutto superficiale, per citare un elemento rilevante. Come ha evidenziato Aleksandr Dugin, il filosofo del superuomo era del tutto ignorante della tradizione cristiana ortodossa. In sintesi, la sua lotta più che contro il cristianesimo, difficilmente liquidabile con qualche saggio, fu contro il cristianesimo nel quale era nato e cresciuto. La morte di Dio era avvenuta sul morte Golgotha, ed era stata la morte di un Dio posto all’esterno dell’essere umano. Il Cristo resuscitato divinizzava dunque l’uomo e nei Vangeli la morale risulta decisamente nobile, perché posta verticalmente al di sopra di pulsioni umane troppo umane.
Veniamo però ai temi centrali nell’opera di Chassard, quelli realmente più significativi nella filosofia nietzschiana: la volontà di potenza e il rifiuto del finalismo storico.
Per quanto riguarda la prima, verrebbe da pensare che, constatata la morte di Dio e ispirandosi a Schopenhauer, Nietzsche finisca per mettere la stessa volontà al posto di Dio, non uscendo in effetti dalla metafisica, come suggeriva Heidegger. Chassard però dimostra che la volontà in Nietzsche non è unitaria (come quella del filosofo de Il Mondo come volontà e rappresentazione) ma plurale, molteplice. E sorge a questo punto un enorme quesito logico: può esistere un molteplice increato ma creante, privo di una sorgente unica? Almeno Platone metteva all’origine e al vertice della sue Idee increate quella del Bene, perché risulta filosoficamente ostico immaginare una pluralità originaria. Semmai l’unità primordiale potrebbe contenere in potenza tutta la molteplicità che poi si manifesta. Così propone la corrente di pensiero tradizionalista inaugurata da René Guénon e debitrice della metafisica indiana.
Il finalismo, ovvero l’idea che la storia abbia un senso e una direzione univoca, secondo l’interpretazione comune viene introdotto dal pensiero cristiano, in particolare da Sant’Agostino, che vede la storia terrena come un processo che parte dalla Genesi e termina con l’Apocalisse. Le origini di tale visione risalgono però al mondo persiano e alla religione, per paradosso tutto nietzschiano, del profeta Zoroastro. È noto che tradizioni precristiane, come quella indù e greca, interpretavano la storia ciclicamente (dall’Età dell’Oro a quella del Ferro e poi da capo dopo ripetuta conflagrazione). Anche in questo caso siamo però al cospetto di una sorta di finalismo, anzi di determinismo ciclico.
Nietzsche tira in ballo l’eterno ritorno e soprattutto l’amor fati, il “così volli”, per fuggire dal finalismo. La storia non ha senso e tocca al superuomo dargliela. Ma in realtà il semplice uomo, senza essere per forza super, ha sempre cercato di dare senso alla storia, alla sua personale e a quella collettiva. Insomma, l’essere umano è quasi condannato (ma forse trattasi di benedizione…) ad interpretare, dare scopo e senso a ciò che avviene. Che il finalismo sia imposto dal Dio rivelato, dall’hegeliano Spirito del Tempo o da un filosofo solitario in alta montagna cambia poco. Anche perché non si può negare un fine agli eventi, se ci si vuole alzare dal letto la mattina e non abbandonarsi al nichilismo.
In conclusione, la preoccupazione di Chassard è soprattutto etica e politica, in piena sintonia con i temi fondanti della Nuova Destra francese: rifiuto dell’universalismo (di cui il Dio biblico e il finalismo storico sarebbero le cause storiche principali), dunque rispetto delle differenze ontologiche, del “politeismo dei valori” caro ad Alain De Benoist. Su questo punto non possiamo non dirci d’accordo, anche se da anni ci chiediamo se invece di concentrarsi troppo su ciò che differenzia uomini e civiltà non sia più saggio equilibrare le benedette differenze con un’idea e un’origine comune. La genetica ha dimostrato che non esistono due DNA uguali al 100 per cento, la filosofia cristiana ha parlato di anime create dal nulla per volontà di Dio, ognuna diversa dall’altra.
Un Dio comune, una cellula primordiale, un fine comune agli abitanti del Pianeta, hanno ancora molto da insegnare.







Che dire? Che Nietzsche appunto poco sapeva del cristianesimo ed è vero che era meglio come poeta che come filosofo. IL superuomo una fesseria bella e buona che ricade nella metafisica da cui voleva liberarsi. La morte di Dio? Sì, l’ avavano detto altri prima di lui e poi come ha scritto Gomez-Dàvila, Dio se ne infischia di chi la decreta